Le élite, il popolo e gli ultimi

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Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 17 gennaio 2019

Le élite, il popolo e gli ultimi

A che servono le emozioni in politica? A molto. Servono ad appassionare, a connettere, a far apparire tutto come più vero, creando relazioni, legami, empatia, mostrando la politica davvero come strumento umano e non di grigi funzionari o peggio di opportunisti profittatori. Le emozioni mobilitano, peraltro, inducono a una sincera partecipazione, sono un elemento dinamico, scuotono e muovono. Piero Ignazi su ‘Repubblica’ dice che al PD oggi mancano proprio le emozioni a riannodare i fili della partecipazione. È anche questo, dice, a impoverire il dibattito politico, ad allontanare i cittadini dai luoghi dove la politica si pensa e si fa. D’accordo, con una precisazione. Abbiamo scritto qualche giorno, io e Giorgio, che alla ‘pancia’ della destra bisognava contrapporre il ‘cuore’ di una sinistra rinata. Non intendevo le emozioni allo stato puro, ma un complesso più largo di cose. In primo luogo un atteggiamento più aderente alle sofferenze, al disagio, allo stato degli ultimi.

Non una cosa ‘pietista’ o caritatevole, ma una prossimità nell’azione politica a chi sta più lontano, spesso lontanissimo dal potere. E poi l’adozione di un realismo meno cinico di quanto oggi sia proposto anche a sinistra, anzi niente affatto cinico. Etica e moralità come supporti del lavoro politico e istituzionale, insomma. Solo se si è prossimi agli ultimi veri, è possibile comprendere meglio il resto della società, ossia con maggior dettaglio e maggior misura le sfaccettature e le gerarchie. Ho sempre pensato che la distinzione élite-popolo oltre che schematica e ideologica, sia soprattutto riduttiva. Perché allora gli ultimi dove li mettiamo? Quelli che non hanno voce, che non sanno parlare, che non immaginano nemmeno che si possa parlare. Non sono solo i neri che sbarcano dai gommoni: moltissimi italiani sono ultimi, fuori dai giochi, più vicini alla natura che alla società. Eccolo il bagno di umiltà che serve a capire meglio il mondo e a operare di conseguenza. Non saranno i gilet gialli a salvarci, tantomeno il piccolo borghese che teme gli tocchino il suo SUV, oppure il ceto medio che paventa la povertà e qualcuno che gli tolga la vacanza a Sharm el-Sheikh oppure il fine settimana a Parigi da cui ‘selfare’ sui social oppure le griffe.

Ecco in che senso contrapponiamo la ‘pancia’ della destra al necessario ‘cuore’ della sinistra. La pancia è dove stanno gli impulsi profondi, le reazioni più cupe, gli egoismi più esasperati. Il cuore no, il cuore è una grande rete di solidarietà, cura, attenzione, prossimità, socialità che, se manca a sinistra, vuol dire che è proprio la sinistra a mancare. Certo, lo Stato non è una onlus o una confraternità, e allora il ‘cuore’ va tradotto e interpretato nel lessico della politica, e quindi in democrazia, diritti, welfare, istruzione pubblica, formazione, cultura, lavoro, ridistribuzione. Ma è questo che va fatto. Piero Ignazi mi pare che declini tutto il suo ragionamento sulle emozioni soprattutto in funzione del successo del partito. E pare che per lui le emozioni debbano veicolarsi in vista del consenso da raccogliere, dell’immagine che si da di sé. Che le ‘emozioni’ servano per il successo, ossia per ‘vincere’ e che sennò andrebbe bene anche la semplice ragionevolezza, che alla sinistra storica non è mai mancata, peraltro. Io penso invece che il ‘cuore’ sia strutturale, che non escluda ovviamente il realismo e talvolta la durezza di certi atti di governo, ma che sia centrale in ogni sincera politica di cambiamento democratico, non solo nella sfida che il partito gioca per raccogliere consenso.

Non si tratta insomma di scuotere i cuori per carpire adesioni al partito, ma di pensare lucidamente una politica fatta col cuore, come quell’organo mediano del corpo politico che riequilibra il nostro rapporto con la società nella sua interezza e ci riavvicina a essa. Detto questo, diventa facile criticare l’ideologica (e contraffacente, come dice Michele Serra) contrapposizione tra élite e popolo, non fosse altro, come dicevo, perché intere sezioni sociali (gli ultimi ad esempio) ne restano fuori. Mi chiedo: se un padroncino è popolo, allora il disoccupato o chi vive ai margini cos’è? Se chi possiede il SUV è un popolano, allora chi non possiede nulla, ma proprio nulla, cos’è? Se un insegnante è élite, allora un grande azionista e speculatore cos’è? Grandi sono gli spazi della sinistra, in conclusione, tutti incredibilmente distanti da quella destra che ci fornisce modelli e schemi di pensiero e di azione. Non ultimo, appunta, la sciocca rimiscelazione sociale populista, che è servita a ribaltare gli schemi sociali e a creare un tale casino, una tale rimescolanza da lasciare moltissimi dubbiosi e sovente spaesati. Più la società è mischiata e capovolta, e meno si capisce chi è lo sfruttato e chi lo sfruttatore. D’altra parte la sinistra muore qui, conficcata in questa incomprensione.