Le Sardine degli anni ’50

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Fausto Anderlini

Dove vola l’avvoltoio

Foto dell’Emilia dei ’50 tratte dall’archivio della cgil. Le sardine di allora, anzi le saracche con le quali braccianti e mezzadri insaporivano il loro frugale pasto a base di mais. Masse insorgenti che si levano sugli argini e sciamano sulle biciclette. Pane e libertà.

Il territorio era uno spazio di densità sociale dove tutto si teneva: la classe, la famiglia, la comunità. I partiti della sinistra vi affondarono le loro radici e fissarono la vita sociale come cultura politica. Nel segno dell’emancipazione, dell’uguaglianza e della dignità. ‘Punti dal desiderio del meglio’. Un incontro così forte che ha plasmato la regione per un lungo periodo di tempo, divenendo un Genius loci capace di perdurare e coinvolgere gli abitanti del territorio anche quando gli attori sociali delle origini erano scomparsi.

Oggi il territorio è radicalmente ritrasformato. Una landa funzionale e ricorsiva dove la gente vive isolata. Le strutture di integrazione si sono inaridite, sicchè la cultura dei luoghi è degradata a un ‘pensare come il solito’ chiuso in sè medesimo. In questo vuoto i media la fanno da padroni. Penetrano nelle coscienze confermando la povertà del senso comune, facendone il verso, e lo proiettano contro il ‘nemico’ esibito come una minaccia. Elevando falsi paladini.

Nel giro di pochi anni la nuova costellazione ‘brianzola’ del territorio è passata dall’incensamento del renzismo al salvinismo. Il territorio non è più capace di proporre una propria autonoma configurazione socio-culturale orientata alla mediazione politica. E’ un ‘non luogo’ nel quale i media dominanti (oggi tutti appannaggio della destra) non trovano alcuna resistenza per imporre un ‘sentito dire’ privo di riscontro. Cioè l’aura. Puro ectoplasma immateriale.

In realtà la condizione sociale dei territori e delle periferie non è molto distante da quella delle città e delle periferie metropolitane. Per quanto ci sia una certa prevalenza di attività tradizionali e manuali la composizione sociale non è molto dissimile. Stesso alternarsi di ceti popolari e classi medie. Strutture proprietarie (come la casa) e reddituali ancor più distribuite. Laddove ci sono situazioni critiche di marginalità esse sono corrispettive a marginalità analoghe che si trovano anche ai bordi delle aree urbane. Del resto cinquantanni di politiche di riequilibrio qualche segno l’hanno lasciato, sebbene non tale da impedire il logporamento del legame sociale.

La differenza sta nel fatto che nei plessi urbani l’interazione sociale è più forte e diversificata e perciò l’aura mediatica trova più ostacoli nelle sue pretese di egemonia. In certo senso si è rovesciato il dualismo sociologico di un tempo. Non più la città, ma il territorio è la sede dell’anomia.

Certo che la destra si occupa del popolo e dei territori. Non è mai stata così interessata ad essi. Ma non per emanciparli, redimerli, migliorarli. Bensì per farne mera massa di manovra in una gerarchia di potere e disuguaglianze ancora più forte. Come un avvoltoio che ne rode l’anima.

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