L’enigma della crescita

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L’ENIGMA DELLA CRESCITA – di LUCA RICOLFI – ed. MONDADORI

di Luca De Risi

Sociologo dell’università di Torino, editorialista de «La Stampa», Luca Ricolfi ci ha abituati ad analisi attente e rigorose del nostro tempo, centrate su una lettura dei ‘dati’ e una visione del ‘reale’ capaci non solo di interrogarsi sulla “migliore diagnosi” del ristagno economico che caratterizza da anni la nostra economia ma anche sulla “migliore terapia” da adottare per rilanciare la crescita nel nostro Paese. L’aver accettato la sfida di superare – oltre che spiegare – l’impasse attuale, ha spinto Luca Ricolfi a cambiare approccio alla ricerca di soluzioni concrete da  offrire alla ‘politica’ per invertire la rotta ed uscire dalla crisi. Nei suoi saggi si compie lo sforzo intellettuale di spingersi oltre, oltre ogni formulazione meramente teorica, oltre ogni concezione meramente ideologica: lo sforzo di mettere alla prova certo nostro diffuso ‘modo di ragionare’, tentato – il più delle volte –  dal richiudersi su se stesso.

Nel suo ultimo libro, “L’enigma della Crescita”, edito da Mondadori, lei si interroga sul segreto della crescita economica mettendola in relazione con il livello di ‘benessere’ raggiunto. Ne viene fuori un quadro sorprendente che le consente di sostenere, intanto, che segnali di crisi della crescita si potevano cogliere anche prima del 2007. Da cinquant’anni, sostiene, si va registrando il rallentamento delle economie avanzate, eppure ben pochi osservatori, sono stati propensi ad accorgersene. Come mai, professore?

Credo che le ragioni siano due, ed entrambe piuttosto banali. La prima ragione è che il perimetro dei paesi OCSE si è via via allargato, dal nucleo dei 16 paesi fondatori (1948) agli attuali 34 paesi.  Ciò ha nascosto il declino di lungo periodo del tasso di crescita, perché i nuovi ammessi erano tendenzialmente paesi più giovani e dinamici dei vecchi membri, e quindi aiutavano a sostenere il tasso di crescita medio di tutto il “club” dei paesi OCSE. E infatti, per “scoprire” che le economie avanzate (paesi Ocse) sono in rallentamento da 50 anni ho dovuto isolare 22 paesi che in tutto il periodo da me studiato (dal 1960 a oggi) sono sempre stati OCSE. E il risultato è chiarissimo: ogni decennio il tasso di crescita diminuisce di quasi 1 punto percentuale. La seconda ragione è che, forse per il consueto senso di colpa che affligge gli intellettuali benestanti, dalla fine degli anni ’80 il problema centrale degli economisti è diventato come insegnare ai paesi poveri a uscire dalla povertà. Poiché fino a 20-30 anni fa il resto del mondo cresceva lentamente, sembrava poco interessante occuparsi di paesi ricchi e relativamente dinamici come la maggior parte di quelli che ospitavano gli studiosi di economia. Ed è paradossale, perché la letteratura sulla crescita esplode (negli anni ’90) precisamente quando il problema che essa si poneva – colmare il divario fra paesi ricchi e paesi poveri – si stava risolvendo da sé, grazie alla globalizzazione.

Il secondo e più sconcertante spunto di riflessione che lei ci propone è quello per cui “a parità di altre condizioni (tasse, istituzioni, capitale umano) un paese cresce tanto più quanto più è lontano dal benessere.” Per tornare a crescere è davvero inevitabile dover rinunciare ad una ‘quota’ di benessere raggiunto? Detta altrimenti: la quota di ‘benessere’ già perduto – in questi lunghi anni di crisi – può essere di per sé garanzia di una inversione di tendenza?

Per tornare a crescere non occorre affatto impoverirsi di nuovo, basta agire sulle altre forze che influiscono sul tasso di crescita: meno tasse sulle imprese, migliori istituzioni economiche, più investimenti in capitale umano. La quota di benessere perduto in questi anni sicuramente sta contribuendo a cambiare molti atteggiamenti e comportamenti, dopo 7 anni di crisi diverse persone si rendono conto che le riserve di ricchezza stanno esaurendosi, e che occorre darsi una mossa. Gli studenti, per esempio, stanno smettendo di cercare l’università sotto casa e sono sempre più attratti dall’estero. Però la maggior parte della popolazione (mi riferisco agli italiani)  non ha ancora capito che un’era è finita, e che per ripartire ci vuole uno sforzo e un impegno molto maggiore di quello che siamo disposti a mettere in campo. Solo gli immigrati sembrano disposti a rischiare e a fare sacrifici, e quindi solo gli immigrati hanno resistito bene alla crisi: i posti di lavoro degli stranieri sono aumentati anche negli anni della recessione, mentre quelli degli italiani crollavano.

Non credo mia madre conoscesse il “modello di Solow”, eppure quando voleva frustrare certa mia indolenza e stimolare il mio impegno mi apostrofava dicendomi ‘ti farebbe bene andare a coltivare i pomodori per un po’”. Oltre ad una cogente ragione ‘morale’, devo ammettere – oggi, con lei professore – che la mia mamma avesse una raffinata visione economica capace di intuire che “il rallentamento della crescita dovuto al benessere operi anche e, forse, soprattutto nelle civiltà avanzate?

Sì, sua madre sicuramente lo aveva intuito. Ma è il destino di molti miei libri, quello di stupire (e spesso far imbestialire) solo i colleghi, mentre la gente normale non si stupisce e magari ti dice: lo sapevo già. E’ capitato 20 anni fa, quando ho dimostrato che la Tv spostava un sacco voti (mentre i colleghi sociologi negavano). E’ ricapitato 4 anni fa con Il sacco del Nord (Guerini 2010): la gente normale lo sa benissimo che una parte del paese vive alle spalle dell’altra, ma la maggior parte degli studiosi e dei politici rifiuta di vedere la realtà.  E ricapita oggi con L’enigma della crescita (Mondadori 2014): gli economisti paiono convinti che i paesi più ricchi crescono di meno di quelli poveri perché i primi sono troppo vicini alla cosiddetta frontiera tecnologica (e quindi non hanno nessuno da cui “copiare”), mentre i secondi ne sono lontani e così, imitando, copiando, importando, si mettono in condizione di bruciare le tappe. Sfortunatamente i dati – in perfetta sintonia con il senso comune – suggeriscono che la frenata dei paesi ricchi è connessa precisamente al loro benessere, che si porta dietro costi di produzione altissimi, iper-regolamentazione, deresponsabilizzazione, e tutele che a quanto pare non possiamo più permetterci.

La novità del suo libro, come lei stesso sottolinea, non sta nella constatazione che i paesi più ‘liberi’ di crescere sono quelli con una bassa soglia di benessere, quanto che questo ‘livellamento’, ad un certo punto, cominci ad agire anche – anzi, soprattutto – nelle economie più avanzate. Una sorta di ‘fisiologia’ del sistema economico, che pone più di un interrogativo sulla possibilità della durata del benessere di un Paese. Dalla politica quali risposte possiamo aspettarci di fronte a questa tendenza/tentazione del sistema economico di produrre in sé gli ‘anticorpi’ ad un duraturo  benessere?

Possiamo aspettarci ben poco, temo. La politica non è la soluzione, ma è parte del problema. Sulla carta, la politica potrebbe benissimo rimettere in moto la macchina produttiva. Ma nella realtà è l’ostacolo che impedisce alla società civile di ripartire, di liberare le sue mille energie compresse e represse. Sentite questa dichiarazione di Neri Marcoré, in una recente intervista: “Facendo Per un pugno di libri ho incontrato centinaia di ragazzi ultra vitali e talentuosi. Beh, la politica troppo spesso in Italia è una diga, piazzata di traverso tra i progetti dei cittadini e la loro realizzazione”. Ecco, si tratta “solo” di rimuovere quella diga.