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Pubblicato il 3 luglio 2017 | di Sergio Farris

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L’euro

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di Sergio Farris
Nel suo libro sull’euro (The Euro: How a Common Currency Threatens the Future of Europe) J.Stiglitz si spinge ad affermare che un divorzio amichevole fra gli stati memebri dell’UME costerebbe meno rispetto agli ingenti costi di una prosecuzione che non contempli la messa in comune delle politiche economiche e non contempli istituti come una garanzia comune contro la disoccupazione, la condivisione del rischio finanziario tramite gli eurobonds e l’unione bancaria. La sua attuale posizione mi pare condivisibile.
Se per permanere all’interno di un’area neomercantilista occorre condannare i paesi membri a un futuro di bassi livelli della domanda interna, di disoccupazione e di lavoro precario, meglio una scissione consensuale. In particolare, se questo fosse l’esito, bisognerebbe fare il possibile per contenere il trauma, dovuto alla reazione dei mercati finanziari, sullo stato patrimomiale dei residenti e del settore bancario. Occorrerebbe poi una virata politica e culturale di 180 gradi da parte della classe dirigente, tuttora irretita dalla dottrina dell’efficienza del mercato, la quale dovrebbe tornare a maneggiare gli strumenti della politica economica.
L’unica vera novità, dopo l’amara gestione del caso greco, è stata la sterzata di politica monetaria attuata dalla BCE presieduta da Draghi. Un’esperienza che è stata, non a caso, osteggiata dai paesi in surplus delle partite correnti e che dovrà presto giungere ad esaurimento. Nel pezzo che segue, da me scritto nel 2014, il premio Nobel, oltre a descrivere la fallace architettura del progetto della moneta unica, avvertiva circa i rischi associati a una sua irriformabilità.
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Stiglitz all’Università Luiss
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Il 6 maggio [2014], il professor Joseph Stiglitz, della Columbia University di N.Y. e premio Nobel per l’economia nel 2001, è stato invitato dall’Università Luiss di Roma a tenere una conferenza dal titolo: l’euro può essere salvato?
L’ex capo economista della Banca Mondiale ha espresso un durissimo giudizio sulla costruzione della moneta unica e sulle politiche adottate nell’eurozona durante la crisi iniziata nel 2008. Ha detto che, prima di tutto, bisogna ammettere che numerosi paesi dell’area valutaria dell’euro sono in depressione. Nonostante qualche timido segnale di fine della recessione c’è poco da assumere toni trionfalistici. La disoccupazione è allarmante e i rimedi applicati, cioè le politiche di austerità, non funzionano. In tutti i paesi dell’area, tranne la Germania, il reddito pro capite è di parecchio inferiore rispetto all’inizio della crisi.
Ma persino la Germania, campione di esportazioni, (e la cui politica volta al perseguimento di avanzi commerciali è comunque improponibile a livello globale) offre prestazioni poco brillanti.
Poi, in sostanza, il nobel ha ribadito che la costituzione della moneta unica europea, a causa degli assunti teorici che sono stati posti alla sua base, è stato un grave errore il quale andrebbe urgentemente riformato. Ciò non implica necessariamente che si debba abbandonare l’unione monetaria. Tornare indietro è molto difficile. Aver commesso un’errore non significa che sia meglio lasciare il progetto.
E’ comunque incredibile che paesi dotati di competenze, istituzioni e sistemi educativi di qualità si trovino in una situazione di depressione che comporta la perdita di risorse e di capacità, perdita che, oltre che un abbassamento del potenziale di sviluppo nel lungo termine, provoca emigrazione e veri drammi sociali.
L’euro è stato costruito sulla base dei presupposti e dell’ideologia in voga negli anni ’80 e ’90: in particolare, sull’ipotesi di efficienza e stabilità dei mercati nonchè su ferree regole (tetto al rapporto deficit/pil ed al rapporto debito/pil) poste a limitazione del campo d’azione dei governi. Con queste regole le economie dei paesi membri avrebbero dovuto convergere verso gradi di competitività omogenei. E’ accaduto esattamente il contrario: l’unione monetaria europea non è un’area valutaria ottimale (i requisiti erani stati tempo addietro enucleati dal premio nobel Robert Mundell) e la mobilità dei capitali infrazona non ha sortito l’effetto di allocare gli investimenti in modo appropriato, con i paesi periferici in costante disavanzo delle partite correnti. Il tutto era prevedibile e, da alcuni, previsto.
Con l’adesione all’euro i paesi membri hanno perso due strumenti di aggiustamento impiegabili per sanare gli squilibri: la flessibilità del tasso di cambio e il controllo del tasso di interesse. Ne è rimasto uno: la svalutazione interna (o deflazione). Purtroppo le conseguenze di questo strumento sono state sottostimate e misinterpretate: non solo per l’aumento dei tassi d’interesse in termini reali, ma anche perchè l’aspettativa di ottenere un notevole incremento delle esportazioni da parte dei paesi periferici è stata ampiamente disattesa. Ne è seguito invece, soprattutto, un innalzamento dei tassi di disoccupazione e la frustrazione, nonostante i paesi si siano concentrati su tagli ai bilanci pubblici, dell’intento di ridurre il rapporto debito pubblico/pil dei paesi in crisi.
Come se non bastasse, anziché ammettere che le assunzioni di fondo delle politiche di austerità della Troika sono semplicemente sbagliate, il motto è stato: è colpa dei paesi deboli! Se i risultati non vengono è perché non hanno applicato abbastanza austerità! Ne serve di più!
Ma “l’austerità espansiva è veramente un’idea stupida!”, ha affermato Stiglitz (la Grecia ha perso il 25% del Pil).
Altro pilastro della teoria (tuttora oggi) prevalente all’epoca della creazione dell’euro, è quello di affidare alla Banca centrale il solo compito di controllo dell’inflazione e non anche quello di espansione dell’occupazione. Anche qui l’assunto è che i mercati non possano fallire, si autoregolino e siano stabili, per cui basterebbe tenere basso il tasso di crescita dei prezzi perché le economie prosperino. Nel 2008, la Bce, ossessionata dall’inflazione, ha aumentato i tassi d’interesse, contribuendo al precipitare della crisi. L’euro si è rivalutato rispetto al dollaro, aiutando l’economia americana. “Gli americani vi ringraziano per avere adottato una politica così stupida!” ha detto Stiglitz.
E’inutile raccomandare riforme strutturali nel senso inteso dalla Troika: queste riforme, negli intenti dei promotori, sono riforme del lato dell’offerta delle economie, che non colgono i problemi che sono stati all’origine della crisi. Come quella del mercato del lavoro, che si vorrebbe sempre più flessibile, il che raffigura soltanto un modo per ridurre i salari dei lavoratori, i soggetti già più colpiti dalla crisi. “Ma il problema non è l’offerta, è la carenza di domanda!”. Riforme come questa non farebbero altro che indebolire la domanda e accrescere le ineguaglianze sociali.
Non solo: l’euro si è mostrato un sistema di creazione di “rischio sovrano” in capo ai singoli stati. Nessun paese dell’area euro è in grado di controllare la valuta con la quale effettua le proprie transazioni. Gli stati che controllano la propria valuta non conosceranno mai una crisi del debito sovrano. Ad esempio gli USA, tramite il Federal Riserve System, controllano la propria moneta. L’economista ha ironicamente detto: “l’unica possibilità di non ripagare il debito sarebbe…una mancanza di elettricità che fermasse la zecca di stato!”
Altro raffronto teso alla dimostrazione di un ulteriore pecca nella struttura dell’euro e di quanto sia improponibile l’idea che il governo non debba interferire con i mercati è stato: dopo il crollo finanziario del 2008, i capitali hanno smesso di affluire verso gli USA, il paese dove la crisi è stata provocata? No! Forse la finanza americana si è mostrata capace di gestire il rischio meglio di quanto avvenisse negli altri paesi del mondo? Per nulla. Eppure dopo la crisi i capitali hanno continuato a dirigersi verso gli USA. E ciò perché il governo e l’autorità monetaria sono disposti a intervenire illimitatamente nei mercati in caso di eventi traumatici. L’euro invece non è resiliente a eventi come uno shock finanziario.
La soluzione alla depressione e la salvezza dell’euro non verranno spontaneamente: come la crisi dell’eurozona è stato il portato di un’ideologia fallimentare e di scelte di politica economica dei governi europei e della UE, così l’uscita dalla crisi non può venire da sé, lasciando fare al mercato e costringendo i governi nei rigidi parametri impostigli.
Occorre porre subito in essere una serie di misure che incidano nella struttura dell’eurozona: abbandono dell’austerità e della svalutazione interna, ritorno alle politiche industriali, armonizzazione fiscale (i capitali si dirigevano verso l’Irlanda non perché il mercato valutasse correttamente i rischi, ma solamente perché le imposte sulle imprese sono molto al disotto della media europea), mutualizzazione del debito, maggiore tassazione dei capitali, unione bancaria, aumento dei prezzi e dei salari in Germania, riforma del ruolo della BCE, imposte sui paesi in surplus, ristrutturazione di alcuni debiti pubblici.
Se ci si limiterà a fare il meno possibile i costi da pagare, già alti, incrementeranno, senza contare il prezzo legato alla perdita di fiducia nella democrazia che inevitabilmente si pagherà.

Perché Stiglitz sbaglia sull’euro

di Guillam Duval
Joseph Stiglitz, economista americano e vincitore del premio Nobel per l’economia, ha scritto un nuovo libro: “come la moneta comune minaccia il futuro dell’Europa”. Nelle ultime settimane ha rilasciato numerose interviste alla stampa, auspicando un’uscita senza traumi dall’euro. Egli, inoltre, ritiene che la fine della moneta unica non implichi la fine del progetto europeo. Tale posizione, però, tradisce una profonda incomprensione della realtà europea. Come la maggior parte degli economisti americani, che si rifanno alla teoria delle aree valutarie ottimali, Stiglitz è stato molto critico riguardo al progetto della moneta unica fin dal suo inizio, negli anni ’90.
L’idea delle aree valutarie ottimali risale ai primi anni ’60, grazie agli studi del canadese Robert Mundell, che ottenne il premio Nobel per l’economia nel 1999. L’interesse di un’area ad adottare una sola moneta, scrisse Mundell, è soddisfatto se vengono rispettate alcune precondizioni: alta mobilità dei fattori di produzione (capitale e lavoro), simmetricità degli shocks (sincronia dei cicli economici fra i paesi), significativi trasferimenti fiscali, preferenze omogenee fra i cittadini dell’area. Sotto molti aspetti, la futura eurozona non soddisfaceva questi requisiti. Ma, come spesso accade con gli approcci teorici, in pratica nessun’area soddisferà mai tali criteri: un area valutaria ottimale difficilmente sarà mai qualcosa di diverso rispetto alle aree che hanno già avuto negli scorsi decenni una moneta unica. Lo stesso Mundell, d’altra parte, non ha mai considerato che le sue teorie potessero veramente implicare l’impossibilità o l’indesiderabilità di una singola moneta europea. Appoggiò il progetto della moneta unica, alla quale è stato regolarmente associato fin dagli anni ’70, anche se egli ha anche spesso criticato le posizioni assunte dai politici tedeschi riguardo al percorso per giungere a crearla.
Un modo per rompere con l’approccio neoliberale
Ciò che in questo contesto è irritante, dato che viene da un economista progressista come Stiglitz (e che non è in questo, fra l’altro, l’unico), è la sua apparente incomprensione della posta politica in gioco: l’euro è il primo e principale modo per rompere con l’approccio neoliberale che lascia alla guida del mercato il processo di integrazione. Sotto tale aspetto il mercato unico si è distinto non solo per la concorrenza fiscale e sociale al ribasso (che resta tuttora un problema) ma per la stessa concorrenza monetaria. E’ stato fatto un tentativo di limitare questo fatto organizzando cambi fissi ma aggiustabili fra le valute europee, ma il meccanismo non ha mai effettivamente funzionato. L’euro ha posto fine a tale sistema con il trasferimento di un elemento chiave della sovranità all’Unione, permettendo alla fine nuove politiche comuni (monetarie e di cambio) e non solo la sacrosanta politica della concorrenza. Stiglitz ha ovviamente ragione a far notare che le condizioni previste dal Trattato di Maastricht del 1992 e le regole poste per la effettiva attuazione dell’euro nel 1999 sono state profondamente inadeguate e hanno contribuito alla dura crisi del 2010 (il che è ciò che anche noi abbiamo continuamente sottolineato per 25 anni in Alternatives Economiques).
Tuttavia gli economisti americani odierni, che devono la loro autorità globale allo status di dominio del dollaro, hanno una fastidiosa tendenza a dimenticare come la storia dell’unificazione monetaria americana è stata anch’essa un processo complicato: ci sono voluti 137 anni dopo l’indipendenza (e una sanguinosa guerra civile) perchè gli americani creassero una banca centrale (1913). Si tratta di una storia tumultuosa che riporta alla memoria un recente e pertinente articolo dell’istituto Bruegel che confronta quel processo, lungo, laborioso e politicamente conflittuale (la creazione di una unione monetaria e fiscale negli USA) con la breve storia dell’euro.
L’unione bancaria
Inoltre, Stiglitz sottostima chiaramente l’importanza dei mutamenti che sono già stati apportati all’architettura dell’eurozona dopo la crisi del 2010. Spiega, anzitutto, che sarebbe necessario costituire un’unione bancaria comune. Si, naturalmente: era uno degli elementi essenziali mancanti all’inizio, e ciò ha causato molti dolori alimentando un circolo vizioso fra le difficoltà delle banche e quelle degli stati. Ma dal novembre 2014, l’unione bancaria è stata realizzata, anche se non ha ancora superato la prova del fuoco e resta tuttora imperfetta. Ciò che manca in particolare è il deposito comune di garanzia, come giustamente il nostro premio Nobel sottolinea. Mancano anche, ci dice Stiglitz, regole per limitare i surplus commerciali. Anche questo è esatto: il surplus eccessivo della Germania è il cuore del cattivo funzionamento dell’eurozona. Ma simili regole sono state già introdotte con il Six Pack del 2011, segnando un passo avanti importante per l’eurozona. E quello di cui si sente maggiormente la mancanza, per il momento, è soprattutto un sufficiente coraggio politico da parte della Commissione europea nel far uso di quelle regole e nel denunciare i surplus tedeschi.
Gli eurobond in embrione
Servirebbero anche, secondo Stiglitz, eurobonds e altri meccanismi per mutualizzare i debiti. Naturalmente, ma anche se non vengono chiamati così per ragioni di taboo politici, il Meccanismo europeo di stabilità, con una probabile capienza 700 miliardi di debito, e il piano Juncker con i suoi 300 miliardi, rappresentano proprio degli eurobond in embrione. E, soprattutto, la politica di acquisti dei titoli di stato da parte della BCE sta conducendo a una de facto velocissima raccolta di debiti europei finora nei bilanci delle banche (il che eventualmente pone altri seri problemi).
Un altro fattore mancante, dice ancora Stiglitz, è una politica monetaria che si concentri sulla disoccupazione, sulla crescita e sulla stabilità finanziaria, e non solo sull’inflazione. I politici francesi di destra e di sinistra hanno invocato l’euro fin dagli anni ’70, per recuperare una parte di sovranità monetaria che era stata, de facto, perduta dall’indebolimento del franco. In tal modo la Francia intendeva evitare che la politica monetaria continuasse a essere determinata unilateralmente dalla banca centrale della Germania, interessata solo all’inflazione e non anche alla crescita e alla disoccupazione. Su questa scorta, diversamente da ciò che dice Stiglitz, l’euro ha raggiunto i suoi obiettivi. La BCE è oggi impegnata in una politica monetaria estremamente espansiva, e il suo bilancio è superiore a quello della Federal Reserve degli USA. All’interno della BCE le critiche più feroci vengono dai rappresentanti della Bundesbank, due dei quali si sono dimessi dal board nel 2011. Anche prima della crisi del 2010, comunque, la principale critica levata contro la BCE nel periodo 1999-2008 è stata che essa stava conducendo una politica monetaria troppo espansiva, che alimentava una bolla speculativa nell’Europa del sud. Tutti questi mutamenti sono stati, è vero, messi insieme quandi ci si è trovati sull’orlo del precipizio, secondo il “troppo poco, troppo tardi” modus operandi, il che ha prolungato la crisi dell’eurozona. Eppure, se all’inizio del 2010 qualcuno avesse detto a Angela Merkel e a Wolfgang Schäuble che nei 5 anni seguenti si sarebbe costituito un fondo di 700 miliardi per aiutare i paesi in crisi, che si sarebbe formata un’unione bancaria e che la BCE avrebbe cominciato a comprare titoli di debito privati e pubblici su vasta scala, i due o sarebbero scoppiati in una risata o si sarebbero infuriati. All’epoca, erano certamente convinti che niente del genere sarebbe successo.
Mancano ancora politiche industriali
In pratica, la cosiddetta clausola “no-bail out”, che è al cuore del Trattato di Maastricht e vieta qualunque solidarietà ai paesi in difficoltà fiscale, è stata messa da parte. Stiglitz sottolinea, comunque, una persistente mancanza di politiche industriali, per non parlare di un orientamento di politica fiscale che resta fondamentalmente restrittivo. E’ questo il nodo politico difficile da sciogliere. Nonostante le preoccupazioni in Francia, è un vero peccato che i cinque anni della presidenza di Francois Hollande siano stati praticamente irrilevanti rispetto a questo problema. Non è detto che avrebbe avuto successo, ma Hollande non ha nemmeno provato ad affrontare la questione.
Nonostante tutto, è nelle conclusioni tratte dalla constatazione di tante inadeguatezze e dalle conseguenti sfide politiche che il nostro premio Nobel, soprattutto, sbaglia. Per lui, data l’incapacità degli europei di compiere significativi progressi su questi temi, sarebbe meglio cercare un’uscita senza traumi dall’euro e addivenire a un sistema monetario flessibile. Da questo punto di vista, dopotutto, “la fine dell’euro non implicherebbe necessariamente la fine del progetto europeo”.
Ma sarebbe una scommessa pericolosa. Prima di tutto, non è chiaro in che modo un’uscita dalla moneta unica aiuterebbe i paesi che dovessero attuarla. Un paese che si cimentasse nell’impresa vedrebbe subito impennarsi il proprio tasso di interesse sui prestiti. E questo farebbe emergere la spinosa questione dell’accumulo di debiti rispetto al resto del mondo. Se tale paese mantenesse la denominazione del debito in euro nonostante l’adozione della nuova moneta nazionale, che andrebbe a svalutarsi, il peso del debito aumenterebbe; se dovesse decidere unilateralmente di non ripagare anche solo una quota di tali debiti, per molto tempo non avrebbe più accesso ai mercati internazionali. Sicuramente sarebbe costretto a patire per parecchi anni un’austerità di proporzioni peggiori di quella (stupidamente) imposta dalla Troika. Persino la Grecia, il paese che avrebbe meno da perdere rispetto all’abbandono dell’euro, ha resistito a tale tentazione. E lo ha fatto sotto la pressione popolare piuttosto che per iniziativa delle elites greche: coloro che consigliavano il salto non sono gli stessi che pagherebbero in caso di uscita dall’euro, e la gente comune di Atene, qualunque cosa dica Stiglitz, che non ha la necessità di preoccuparsi del valore dei suoi dollari, preferisce avere euro in tasca invece che dracme.
Fantascienza
Riguardo all’idea che un’uscita senza traumi dall’euro non minerebbe la costruzione europea, si tratta di uno schiaffo alla più ardita fantascienza. Se alcuni paesi dovessero lasciare l’euro, certamente la prima cosa da fare sarebbe riguadagnare competitività rispetto ai vicini. Che vuol dire, sottrarre ad essi quote dei loro mercati di esportazione e incoraggiare le imprese dei loro paesi a varcare i confini attratte dal minor costo del lavoro facente seguito alla svalutazione della nuova moneta rispetto all’euro mentre, all’interno, si avrebbe una riduzione dei consumi dovuta a una perdita di potere d’acquisto a causa della svalutazione.
In altre parole, si tratterebbe di un processo del genere “rovina in tuo vicino” che potrebbe solo intensificare una guerra economica la quale vedrebbe tutti impegnati contro tutti all’interno dell’Unione. In realtà, la sola uscita possibile dall’euro è quella promossa da Marie Le Pen, che mette in discussione la stessa integrazione europea e che getterebbe il continente negli orrori del passato. A dispetto degli spiriti ottimisti che, come Stiglitz, vorrebbero spingerli in quella direzione, i cittadini europei non sbagliano: nonostante tanta disaffezione che legittimamente hanno verso l’euro, da nessuna parte essi sono pronti a sprofondare. Anche Le Pen, sul tema dell’uscita dall’euro, ha dovuto rallentare, dato che si tratta di una prospettiva che giustamente preoccupa gli elettori francesi.
L’impegno
Il compito è difficile e i passi avanti sono stati molto lenti. Tuttavia, una volta assunto l’impegno, l’Europa non ha altre alternative che chiudere gradualmente le vie d’uscita e sistemare i difetti dell’unione monetaria. Il resto è semplice letteratura, anche se letteratura di teoria economica di qualità, come quella di Stiglitz. Anche se la sua preoccupazione per l’Europa toccante, il modo con cui affronta l’argomento dimostra quanto, nei temi in cui un ruolo decisivo è affidato al contesto storico, sociale e politico, gli approcci puramente teorici sono in definitva poco convincenti. Possiamo incolparlo? Ogni europeo che si mettesse a scrivere un libro su ciò che gli americani dovrebbero fare per ridurre le disuguaglianze o sulla distanza che separa i Democratici dai Repubblicani, o fra i bianchi o neri, o fra gli stati a maggioranza cristiana e quelli sulle coste, mancherebbe sicuramente il bersaglio.
Traduzione di Sergio Farris
Fonte: socialeurope.eu

Autore Originale del Testo: Sergio Farris

Nome della Fonte: facciamosinistra.blogspot.it

URL della Fonte (link): http://facciamosinistra.blogspot.it/2017/05/stiglitz-e-leuro.html

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