Liberi, Uguali e Diversi. Una indagine demoscopica

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 di Fausto Anderlini – 9 febbraio 2018

3. Movimenti ai limiti del bosco: i viandanti ipercinetici e i tentennamenti degli indecisi

Liquido l’ultimo paragrafo dell’indagine regionale mentre sono intento ad altre rilevazioni. Soffermandomi su quattro variabili indicative: la mobilità elettorale, il voto al referendum istituzionale, il giudizio sui governi Renzi-Gentiloni, la cultura del socialismo emiliano. Le prime tre per fare il punto finale sul chi è del Pd e sul suo divenire, la quarta necessaria per ipotizzare quel che verrà dopo il 4 di Marzo. Utile quest’ultima anche per stilare una sorta di lettera aperta ai ‘compagni che nicchiano’, cioè ai molti incerti che albergano fra gli ex elettori Pd del 2013..

1. La mobilità elettorale. Come illustrano le direzioni dei flussi della figura (fra le politiche del 2013 ed oggi; tutti rilevanti, seppure non quantificati per le note esigenze di privacy) il Pd e in subordine Fi (allora Pdl) sono l’epicentro passivo della mobilità elettorale. Il Pd perde cospicue frazioni di elettori 2013 in pressochè tutte le direzioni: LeU, il M5S, i propri alleati (prodiani, radicali e centristi) e la lega. Soprattutto ha un interscambio molto passivo con l’area ‘oscura’ dell’elettorato, composta di elettori incerti e potenziali astensionisti. Solo 4 elettori su 10 fra coloro che nel 2013 votarono per il Pd hanno infatti deciso di confermare il proprio voto. Unico flusso positivo che interessa il Pd, cospicuo ma assai poco compensativo delle fuoriuscite, è quello che viene dall’elettorato centrista che nel 2013 votò la lista Monti. Tutto ciò che resta della ‘grande avanzata’ verso il centro.
Il Pdl (ovvero Fi) è interessato ad analogo fenomeno: perde voti in direzione della Lega e della destra radicale, mentre una quota rilevante dei suoi vecchi elettori (quasi un quarto) rifluisce nell’indistinto.
Solo il M5S e la Lega vantano tassi di fedeltà considerevoli (sul 70 % circa) e questo dato è un forte predittore di successo.

2. L’impatto del referendum sugli orientamenti di voto. Fu rilevantissimo nell’elettorato quale uscito dalle urne del 2013, scompaginando tutti gli aggregati di voto. Anche gli elettori Pd, che pure diedero il contributo maggiore al Si (quasi il 60 %) accusarono una vistosa defezione rispetto alle indicazioni di partito. In una misura accertabile attorno a un quarto del complesso (dato in linea con le stime del Cattaneo). Lo stesso non può dirsi rispetto agli attuali orientamenti di voto. Negli elettori di vario orientamento si evidenziano quote che votarono Si oppure No. Il referendum fu decisivo per smarcare gli elettori dai partiti, ma non appare così rilevante nel radunarli attorno alle scelte attuali. Salvo però un caso: quello dei votanti pro-Pd, presso i quali i ‘reduci’ del Si toccano la cifra del 70 %. Un cifra di gran lunga superiore alla quota dei ‘reduci’ del No presso il M5S (53 %).

3. L’impatto del giudizio sul governo. Il giudizio d’insieme sui governi Renzi e Gentiloni (uniti nella domanda nel segno della continuità) è negativo: quasi la metà ne parla male, poco più di un quinto bene, mentre il restante 30 % ha una posizione ambivalente (bene in alcune cose, male in altre). I giudizi sono variamente articolati nei vari schieramenti salvo due casi molto caratterizzati: quello dei votanti per il M5S (massicciamente negativi), e dei votanti Pd (massicciamente positivi).

Traiamo qui, alla luce di queste variabili e considerando altre indicazioni delle precedenti puntate, una prima conclusione sulla mutazione che sta interessando il Pd. Dal punto di vista socio-demografico l’elettorato Pd che si mobilità a sostegno della leadership renziana è composto di una larga base socialmente passiva, composta di pensionati e anziani, e da un nucleo frammentario di ceti medio-alti variamente incardinati al sistema locale di potere. In questo elettorato che pure si autocolloca ancora in gran parte nel centro-sinistra è cresciuta considerevolmente la componente che si dichiara di ‘centro’. Ed in effetti a fronte delle perdite pesantissime di sostenitori in ogni direzione si constata un flusso in entrata di elettori moderati provenienti dall’area che nel 2013 correva sotto le insegne di Monti (una parte dei quali, sicuramente, ex fuoriusciti dal Pd nel 2013: renziani della prima ora, rutelliani, binettiani, ichiniani, veltro-margheriti in genere, prodiani, anti-dalemiani e altra umanità….). Sicchè è evidentissimo il distacco dalla radice sinistra e la tendenza alla ricollocazione centrista. Aspetto che unito ai tratti socio-demografici fa intuire una certa convergenza verso lo spazio sociale ed elettorale interpretato da Forza Italia. Pd ed Fi, partiti dirimpettai ormai largamente affini. L’idea (o la boutade) renziana di tradurre il 40 % del Si in sostegno al Pd sembra aver prodotto qualche risultato. I votanti pd attuali si caratterizzano infatti per un massiccio riconoscimento nella fallita riforma istituzionale e nel sostegno ai governi Renzi-Gentiloni. Una sorta di nuovo ‘zoccolo duro’ identitario che si qualifica per contrappasso ai ‘traditori’ e ai ‘secessionisti’. Senonchè la sua consistenza è assai inferiore alle attese, probabilmente non molto sopra il 20 % laddove il Pd ante-Renzi, da solo, pur indebolito, in regione si avvicinava, esso sì, al 40 %: Questa convergenza di una vecchia base legata fideisticamente alla ‘ragione di partito’ e ceti moderati storicamente ostili alla sinistra era già intravedibile in una analisi di dettaglio del voto referendario. A Bologna il Si era stato sostenuto in massa dai quartieri alti della città, sommandosi a una qualche tenuta delle periferie popolari alberga il vecchio elettorato ‘fedele’ per consuetudine. Un’alleanza infelice: fra una ‘falsa coscienza’ popolare depistata da un’affettività irrazionale e una ‘coscienza furba’ agita dai ceti ideologicamente avversi alla sinistra. Casini che si fa i selfie nelle sezioni Pd è l’emblema di come una certa astuzia profitta di una coscienza stordita. Come che sia un’altra epoca è finita. Il blocco sociale-elettorale del Pci era composto da operai e lavoratori autonomi della produzione testimoni della grande trasformazione agrario-industriale. Il centro-sinistra compensò il ridimensionamento del vecchio blocco proletario ‘costituente’ con le classi medie intellettualizzate emerse a seguito dell’espansione del welfare. Ora anche quel blocco appare frantumato e irrimediabilmente incomponibile. Nonostante i nuovi innesti di ceti ‘mercantili’ il Pd è essenzialmente un partito con una base fatta di ‘residui’, tenuti insieme da una perversa commistione di vecchi rituali ‘unitaristici’, management di ceti politici riciclati, post-comunisti e, soprattutto, post-democristiani, e culto del capo. Sorta di partito staliniano notabiliare di centro, iper-identitario, proprio nella sua professata baldanza post-ideologica, e personalistico. Una mostruosità, per dirla paretianamente, di aggregati e combinazioni, ognuno impresentabile.

4. Il modello emiliano. Quanto ancora è presente nella mente della gente quel modello fatto di un partito egemone, una tradizione ideologica social-comunista, localista e universale, cooperative e piccole imprese, organizzazioni sociali e multiutility, partecipazione civile ed istituzioni locali con una fortissima base fiduciaria ? Un modello, tal quale lo testavo periodicamente nelle mie attività demoscopiche, i cui ingredienti godevano sino a qualche anno orsono di un vasto e radicato riconoscimento. Agli intervistati avevamo somministrato a questo proposito tre soluzioni: una ‘rifondatrice’ (legame forte col modello, necessità imperativa di ‘tornare alle origini’), una ‘modernizzatrice’ (legame debole col modello, necessità di innovare/cambiare andando oltre), una ‘ostile’ (estraneità totale rispetto alla tradizione e alle sue ritrasformazioni). L risultanze d’insieme sono le seguenti: il 44 % è allineato sulla seconda issue, il 30 % sulla pirma, il restante 26 sulla terza. L’aspirazione modernizzatrice sembrerebbe dunque prevalente, anche se non è chiaro in che misura essa risponda a una narrazione auto-riformatrice che viene dall’interno dello stesso modello o a una sorta di evaporazione/rimozione progressiva. Fatto sta, comunque, che l’opzione ‘rifondatrice’, in sè assai più forte e densa di significato, ottiene un ragguardevole 30 %. Presso i votanti di Leu essa è così forte da saturare quasi il 90 % del corpo di lista, sino a definirne, assai più che il voto referendario, la posizione rispetto al governo, od ogni altro elemento dell’agenda politica, il tratto identitario. Almeno in Emilia-Romagna, possiamo dire che LeU è recepita dai suoi simpatizzanti come un movimento ‘nostalgico-restaurativo’, cioè di attaccamento a un preciso sistema di governo e di rifondazione delle sue radici storico-ideologiche. Un segno evidente, ex negativo, del vuoto psicologico creatosi a seguito dell’involuzione del modello e di derive con esso incompatibili. La definirei una sorta di ‘nostalghja attiva’, la quale non è mai mera rimembranza, ma una energia riformatrice autentica. Se il riformismo, con tutte le serendipità che ne seguono, prende sempre forma da un desiderio di ripristino delle forme violate. Del resto questo sentimento è diffuso anche in altri gruppi elettorali. Nel Pd dove pure predomina largamente la soluzione ‘modernista’, un terzo esatto si mostra sensibile all’idea ‘rifondativa’. E persino nella Lega c’è un buon 20 % che la fa propria. Interessante poi il caso dei 5S, i quali sono perfettamente equitripartiti fra le tre soluzioni: un aspetto eloquente delle diverse (e persino opposte) sensibilità che si confrontano nel suo elettorato (se non nel ‘movimento’).

Tiriamo dunque le somme, con seguito di bozza lettera aperta (ci sarà luogo per altre più icastiche versoni). Con queste elezioni la vicenda emiliana in versione rosa giungerà probabilmente al capolinea. L’accrocchio opportunistico fra il ceto politico post-bersaniano e quello di matrice renziana che ha segnato il ciclo politico più recente, peraltrò già incredibilmente spostato a vantaggio dei nuovi venuti, mostrerà tutta la sua intrinseca fragilità. Sarà comunque la fine del ‘partito egemone’. Infatti con ogni probabilità il Pd non solo uscirà ridimensionato, non avrà più nemmeno il rango di primo partito. Un partito moderato costruito per la gestione del potere senza più una base egemonica, materiale, ideale, progettuale, per poterlo esercitare. Tutto il sistema di governance e il reticolo delle relazioni sociali a supporto, già gravemente lesionati, entreranno in una fase agonica. Molta parte dell’incertezza che pervade una larga parte (come rilevato almeno un terzo) dell’ex elettorato Pd di cinque anni avanti origina dalla percezione di questa crisi dilagante e dal terrore per le conseguenze. Sono in gioco reti di governo, convenienze di interessi, agibilità sociali che hanno un contenuto esistenziale. Che cioè coinvolgono non solo opzioni politiche di tipo generale ma gli stessi destini personali. Si pensi a quanti sono impegnati nel mondo cooperativo, nei sindacati, nelle associazioni culturali e di volontariato, ma anche nelle strutture del welfare istituzionale…abituati da sempre a un certo tipo di rapporto concertato con il potere locale e la classe amministrante di governo. Tutti costoro, al di la dei giudizi di merito, avvertono la crisi in corso nelle strutture di capitale sociale in cui sono impegnati, la minaccia alle pratiche sociali arrecata dalla deriva del Pd e l’inaffidabilità di un ceto politico estraneo alle radici culturali emancipatorie che ne definiscono l’identità (il modello sociale emiliano). Dunque l”esigenza di invertire il corso delle cose inviando al Pd il segnale dovuto. Ma nello stesso tempo sono preoccupati da una crisi verticale del sistema che spazzi via anche quel che ne resta aprendo la strada a forze pericolose come incarnate dalla destra o dalla insondabile vaghezza del M5S. Di qui una situazione di paralisi e di grave incertezza di prospettiva. A costoro vorrei dire che c’è un unico modo per uscire dal dilemma. Riconoscere il fallimento del Pd e adoperarsi per una ricostruzione della sinistra. Con l’unico atto politicamente realistico: votare Liberi e Uguali. Un cattivo risultato di LeU si assommerebbe alla meritata sconfitta del Pd, rendendo impraticabile se non impossibile l’attrezzamento di una schieramento in grado di battersi nel tempo a venire, salvando il bambino del modello dall’acqua sporca e operando perchè ricresca robusto. Questo è non solo l’unico voto ‘giusto’ a disposizone ma quello realmente utile. Anche ai fini della propria salvezza. E’ in gioco una storia e la possibilità che possa marcare il tempo a venire. Nell’urna la coscienza ci vede. Renzi no.

Fine