L’illusione sovranista, la risposta sbagliata di Fassina alle furie della Lega di Salvini

0
316

di Fausto Anderlini – 2 settembre 2018

Una questione di neo-patristica. L’illusione della patria sovrana

Stimo umanamente Fassina, come tanti che ne seguono le orme. Sia pure con qualche distinguo. Mi piace il suo stile di vita impegnato, sobrio e scabro. Apprezzo il suo spirito militante, il cruccio che lo anima: un pensiero che guidi all’azione. Il rovello di una via d’uscita dalla crisi che attanaglia la società e dalla catastrofica implosione delle forze di progresso. Cionondimeno considero il documento da egli redatto per il varo dell’associazione “Patria e costituzione” troppo denso di aporie, semplicismi e anche pericolose confusioni, per essere accolto. Come avevo annunciato, vado per punti e appunti.

1. L’incipit è più che condivisibile: l’opzione in favore del patriottismo costituzionale quale intrinseco alla Carta Costituzionale. Ma lì subito comincia la confusione. Patria, Nazione, Stato, democrazia, costituzione. Fassina è colpito che nella Costituzione del ’48 patria e nazione sono scritti in una circostanza con la maiuscola iniziale, a segnalarne il carattere ‘sacro’. Aspetto che egli tende surrettiziamente ad assolutizzare, facendo della patria e della nazione principi sovraordinanti ogni altro. E che se accolto porta inevitabilmente in un ginepraio. Perchè se Patria nazione stato e democrazia sono posti in una linea gerarchica, diventa facile segare l’albero in qualche punto, magari sotto una condizione di eccezione, e riavviarsi al patriottismo nazionalista.

Tralasciamo qui di riprendere la lunga linea di pensiero che parte da Habermas, ma una cosa è certa: nel patriottismo costituzionale lo stato non è separabile dalla democrazia (peraltro una democrazia innervata sia da elementi liberali che sociali). Non solo come dice lui ‘il welfare’ è statale o non è. Anche lo Stato o è democrazia, o non è. Il patriottismo, per come avanza nel contesto storico europeo, non è a sè stante, non consta nell’identificazione con la Patria e men che meno con la nazione (infatti il costituzionalismo è perfettamente adatto a situazioni plurinazionali) . E’ piuttosto la manifestazione dell’appartenenza, militante in quanto partecipata, a una statualità che è legittima solo in quanto democratica. La quale include una pluralità di identificazioni, sopra e sotto lo Stato, sociali e istituzionali. Inoltre se il costituzionalismo è ostile al cosmopolitismo, non lo è di più di quanto lo sia rispetto al nazionalismo. Si può essere buoni cittadini costituzionali anche sentendosi cittadini di qualcos’altro. Anzi si direbbe che la cosa sia in qualche modo necessaria. Perchè la ‘lealtà’ funzioni bene, l’uscita non può essere preclusa. Ivi comprese le appartenenze plurime.

La Carta costituzionale, giova ricordare, non fu l’estratto di individui riuniti in assemblea e agenti sotto il ‘velo dell’ignoranza’, come nel regno rawlsiano della giustizia. Fu un compromesso fra partiti in un preciso contesto storico e geopolitico (un compromesso ‘alto’, che Berlinguer cercò di riprendere con la linea del ‘compromesso storico’), Partiti con appartenenze divergenti: il movimento comunista internazionale, la Chiesa, il blocco occidentale. Il compromesso fu ‘forte’ e tenne alla prova del conflitto ideologico e sociale, proprio perchè consapevole di incorporare e mediare queste appartenenze divergenti, trascendenti la ‘nazione’.

2. Preso dall’ansia di recupero delle nozioni di patria, stato e nazione, Fassina si spinge fino a una radicale revisione del ’68, giudicato reo di aver prodotto un pensiero individualista, antistatalista, mondialista e cosmopolita. Come se Toni Negri, la finanziarizzazione dell’economia e lo stato minimo, le ‘moltitudini’ di Porto Alegre e il Tea party fossero inscritti nel suo destino. Una semplificazione sorprendente che porta acqua, involontariamente, a uno dei mulini più operosi del pensiero della destra. Tra l’altro il ’68 italiano, ma anche in Europa, fu non solo giovanile-studentesco ma anche operaio e di classi medie. Fu qualcosa di più complesso che un’adunata di ‘figli dei fiori’.

Il ’68 diede la spinta a potenti aspettative di emancipazione sia individuali che collettive. La legislazione sociale (dal sistema sanitario allo Statuto) si compie nei ’70, assieme alle conquiste in materia civile. Tanto è vero che alla metà dei ’70, il Pci e la sinistra tocca un apice paragonabile solo a quello del ’46. E’ dopo che le due strade dell’emancipazione si dividono, e persino si contrappongono. Guarda caso proprio in conseguenza del fallimento della strategia berlingueriana del ‘compromesso storico’. E’ Il perchè questo avviene che sarebbe il compito dell’analisi. Perchè cioè il ’68 si divarica, invece che compiersi. Una nostra fabula.

3. Europa e ‘liberismo’ per Fassina fanno un tutt’uno. Una vera e propria ossessione. L’Europa, scrive, ” è la prima approssimazione all’ideale universale del cosmopolitismo”, in sè antistatale a antinazionale. E ancora: “la sovranità democratica dell’Europa è un’illusione”. Non c’è speranza. Tutto sbagliato fin dall’inizio. Non mi soffermo adesso sulla liceità di queste affermazioni apodittiche, ma piuttosto con la clasmorosa contraddizione che emerge dalle parole che seguono. Infatti per Fassina, fare i conti con la realtà “non significa uscire dall’Ue e dall’Euro….”….Ma allora di cosa stiamo parlando?

Se l’Europa è una costruzione balorda ancorchè rovinosa come ci si può restare dentro ? Alla fin di tutto Fassina non trae le conseguenze di quel che scrive. Non propone coerentemente una italexit. Bensì una semplice ‘ritirata’, un paretiano ‘second best’, un’Europa di patrie sovrane ma ancora unite dall’euro. Cosa che non si capisce come possa stare in piedi. E poi perchè una ‘ritirata’? Non sarebbe invece preferibile, e forse più probabile, un’avanzata? Cioè verso un Europa a forte legittimazione politica democratica e con un orientamento sociale ? Insomma se la Ue e l’euro devono essere tenuti comunque in piedi perchè non buttare il cuore oltre l’ostacolo e provare ad avanzare ? Sulla base di un nuovo progetto democratico e socialista di scala europea? Su un piatto l’Europa delle Patrie e sull’altro una nuova Europa, unitaria, democratica, sociale, articolata in chiave federale. Nella quale si stgipula un nuovo compromesso fra lavoro e capitale e si volta la pagina del liberismo. Quale dei due progetti è più irrealistico ?

4. Il postulato di Fassina è che il liberismo ha prodotto il “bisogno di Patria”. Stranamente l’economista insiste nella lettura identitaria delle cose. Come l’econometrista che improvvisamente scopre la sociologia spiritualista e se ne innamora. La ‘Patria’ come bisogno, la necessità di uscire dallo spaesamento, dall’agorafobia, dalla solitudine individualista…. Come prosegue Fassina (così martellante da farcelo rassomigliare al Bossi della campagna elettorale del ’96) “l’imprescindibile bisogno di riconoscersi in una comunità”. Certo una Patria non segnata dal “sangue e dal territorio”, ma comunque una calda comunità protettiva. Una Patria placenta. Si direbbe una Matria, in realtà. Tralascio qui le aporie anche lessicali. Una Patria dal sangue misto passi, ma senza territorio? Difficile isolare patria, comunità, e soprattutto Stato (non si vorrebbe citare Santi Romano), dal territorio, a meno di non andare nella direzione delle comunità cosmopolite e globali. Che pure esistono e sembrano in grado di offrire ai loro membri lo stesso calore (se non di più).

Ciò che si evince dall’incedere di Fassina è che questa benedetta Patria, man mano che l’argomenta sembra perdere vieppiù smalto costituzionale per assumere tono identitario. Di tautologia in tautologia. Dire che il liberismo ha creato un bisogno di Patria è una ipostasi preconcetta. Più verosimile abbia creato un bisogno di sicurezza: sociale, innanzitutto, e poi anche legale e territoriale. E se è certo che avere in risposta a questo bisogno l’obbedienza a un diktat sovra-nazionale non entusiasma, non si vede quale entusiasmo possa generare dare in risposta una Patria. In fondo sono due illusioni ‘comunitarie’. Contrarie ma uguali.

5. Infine Fassina ci rende edotti sui caratteri della sua Patria: prevalenza della Costituzione sui trattati europei (e ci sta, magari seguendo una linea di virtuosa complementarietà), principi ispirati dal socialismo, cattolicesimo sociale ed ecologismo integrale, comunità aperta, solidale, accogliente e cooperativa nelle relazioni con le altre patrie. Mi piace, e già che ci siamo, aggiungerei anche l’affettuosità e il libero erotismo, così da incorporare qualcuno almeno dei valori post-materialisti….Un’isola felice, un’isola di utopia galleggiante nel mare irenico di altre patrie consorelle….Chi non vorrebbe tutto ciò ? Ma va bene. Ipotizziamo di riprenderci la nostra patriottica sovranità con tutte le belle cose che piacciono a me e a Fassina. Resterebbe sempre un piccolo problema. In quale contesto geo-politico la collochiamo?

Perchè non mi sembra il caso di confidare che le patrie circostanti siano per forza pacifiche e progressive come la nostra. Più la nazione è piccola e più il calore comunitario cresce. Ora è vero che il nostro stato-nazione è già abbastanza grande per lo scopo, ma è immensamente piccolo rispetto ad altri conglomerati statali. Dai quali è verosimile saremmo immediatamente fagocitati e schiacciati con buona pace delle nostre pretese di autonomia e sovranità. Nel gioco delle nazioni, come in quello di società, vale il detto marxiano sulla concorrenza. Il pesce grosso mangia quello piccolo. Quando i padri costituenti stesero il compromesso costituzionale erano realisti, sapevano bene entro quali condizionamenti si muovevano. Mentre la Patria di Fassina sembra procedere nel limbo di un mondo pacifico e astratto. Coi pescecani che girano intorno! Non solo il vile capitale finanziario multinazionale, ma anche prepotenti e possenti grandi agglomerati statal-imperiali.

Ma davvero si può pensare di realizzare almeno una delle desiderate utopie senza la protezione di un’entità politica la cui scala sia come minimo quella europea? In fondo, se ci si pensa, ancorchè distruttivi di diritti umani, i nazionalismi alla Visegrad sono tigrozzi di carta. Fanno la voce grossa perchè sfruttano la tolleranza altrui. Fossero lasciati davvero a sè stessi, come meriterebbero, sarebbero fagocitati in un battibaleno. Ma anche la Patria di Fassina, pur così liberale e socializzante, non conoscerebbe miglior destino. Ma di che cosa stiamo parlando?

Io credo che non ci sia alternativa: battersi non contro l’Europa, ma per un’altra Europa. E lasciamo stare Togliatti e la via italiana al socialismo. C’era l’URSS. E anche quando Berlinguer cominciò davvero a staccarsi, cercò con l’eurocomunismo di coprire il vacumm fra l’Italia e il necessario resto del mondo. Fra le tante ragioni una delle cause della crisi terminale del socialismo europeo è stata questa: non essere stato in grado di darsi una soggettività autentica sulla nuova scala europea. Un partito europeo a base popolare, con iscritti, gruppo dirigente, progetto. I socialisti, anche quando al potere, sono rimasti una famiglia di tribù nazionali ognuna ristretta nei suoi confini (e alla fine tutte divorate). L’errore non fu solo di avere imboccato le terze vie, ma di non avere voluto davvero praticare una via europea.

Mi dispiace per Fassina. Lo scopo è meritorio. Arginare la valanga sovranista nera. Ma la mia idea è che questa Patria che propone la Lega se la mangia in un boccone. Anzi ci mette anche del condimento. Ci vuol altro.

-.-.-.

ecco l’intervento di Stefano Fassina

Patria e Costituzione per ricostruire una sinistra di popolo

L’8 Settembre 1943, l’Italia, il Governo Badoglio, firmava l’armistizio con le potenze alleate. Quella data è, per una parte della nostra storiografia, per gli storici liberal-conservatori, la “morte della patria”. Per un’altra parte, la parte azionista, cattolico-sociale, socialista e comunista, legata ai protagonisti della Resistenza e dell’offensiva per la Repubblica, l’8 settembre 1943 è stata, invece, la “rinascita della Patria”: una comunità nazionale definita non soltanto da segni storici, culturali e linguistici, ma da libertà, democrazia, giustizia sociale, solidarietà, apertura, ossia l’impianto etico, politico e programmatico scolpito, attraverso l’Assemblea Costituente, nella nostra Costituzione.

Il senso di appartenenza a una comunità nazionale fu fattore propulsivo della lotta di liberazione dall’oppressione interna e esterna (la rivista dell’Anpi conserva ancora il nome di “Patria Indipendente”). Fu anche proposto, al contempo, come terreno di costruzione di cooperazione sovranazionale. In estrema sintesi, riconoscersi come italiani non soltanto non determinava derive nazionaliste, isolazioniste e xenofobe, ma nutriva gli obiettivi della nostra Costituzione e dava legittimazione popolare allo strumento imprescindibile per la sua attuazione: lo Stato democratico.

L’ancoraggio del programma fondamentale della nostra Costituzione alla Patria e alla Nazione (maiuscole presenti nel testo della Carta) è chiaro. Nella Parte Prima, al Titolo IV, Rapporti politici, l’Art. 52 intima: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. Nella parte Seconda, Titolo I, Il Parlamento, l’Art 67 indica: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

Sono articoli caposaldo. In nessuna altra norma della Costituzione dedicata ai doveri di cittadinanza si utilizza un aggettivo così carico di senso etico e di religiosità laica: “sacro”. Nessun vincolo di parte può superare il legame alla Nazione (fu notato da pochi, ma nella riscrittura della Costituzione imposta dal Governo Renzi al Parlamento si prevedeva l’eliminazione dall’Art 67 delle parole “rappresenta la Nazione”).

La nostra carta fondamentale, scritta quando ancora si seppellivano i milioni di morti e si spalavano le montagne di macerie causate dal nazionalismo, presuppone la Patria e il servizio prioritario della politica alla Nazione, ma la Patria definita e la Nazione interpretata secondo i principi e gli obiettivi costituzionali. È infatti altrettanto chiaro che la Patria costituzionale si prospetta, all’art 11, all’opposto del nazionalismo e di quello che viene bollato dall’establishment liberista “sovranismo”: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli…..; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni. …..”.

I comunisti e i socialisti non hanno subito tali articoli. Li condividevano profondamente. Distinguevano cosmopolitismo da internazionalismo e declinavano quest’ultimo come interazione virtuosa di Patrie e Nazioni. Su Rinascita del Luglio-Agosto 1945, Togliatti scriveva: “Assai spesso i nemici dei lavoratori tentano di contestare il patriottismo dei comunisti e dei socialisti, invocando il loro internazionalismo e presentandolo come una manifestazione di cosmopolitismo, di indifferenza e di disprezzo per la patria. Anche questa è una calunnia”.

Nel simbolo del Pci del 1948, la bandiera rossa con falce, martello e stella è insieme alla bandiera dell’Italia, poggiata sul Tricolore. Gramsci ha fatto del concetto di nazional-popolare un pilastro della cultura politica del partito dei lavoratori. Lelio Basso ha pronunciato discorsi analoghi su tali punti in Parlamento.

Nel corso degli ultimi decenni, in particolare dopo il ’68, è prevalsa a sinistra, in nome di un’interpretazione parziale e di una visione subalterna di liberazione dell’individuo, la criminalizzazione della Patria e dello Stato nazionale. Lo “Stato borghese” veniva assolutizzato e conseguentemente lo Stato in quanto tale delegittimato e aggredito poiché identificato come strumento intrinsecamente oppressivo dentro i confini nazionali e aggressivo oltre confine.

Insomma, irresistibilmente fascista, proprio in conseguenza del richiamo alla Patria e alla Nazione come comunità di uomini e donne distinte e separate artificialmente dai confini nazionali da altre donne e uomini. Pertanto, la soluzione non era e non è la piena democratizzazione dell’insieme di istituzioni definite Stato, ma il suo superamento in una indefinita comunità umana globale, naturalmente capace di autoregolazione o regolata da un governo globale espressione diretta di cittadini liberati da strumentali appartenenze nazionali, cosmopoliti in un mondo “no borders”.

In tale contesto, la prima approssimazione dell’ideale universale veniva e viene riconosciuta nell’Unione europea e nell’eurozona, iniziative meritevoli di incondizionata promozione in quanto inibitrici di sovranità nazionale e destrutturanti lo Stato nazionale. La preoccupazione per i totalitarismi alla base delle devastanti guerre mondiali della prima metà del ‘900 diventava così involontario sostegno ideologico e politico alla controffensiva liberista per lo smantellamento dello Stato nazionale, strumento, l’unico possibile, per il primato della politica democratica sull’economia, per la costruzione del welfare che è “State” o non è, per l’attuazione delle libertà e dei diritti della persona a cominciare dalla dignità del lavoro.

È un’analisi di fondo, approssimativa e semplificata, ma imprescindibile per impostare una risposta politica, ossia non di mera testimonianza etica, alla declinazione regressiva, alimentata dai cosiddetti “sovranisti”, dell’inarrestabile fase di de-globalizzazione e de-europeizzazione in corso. Si dovrebbe, infatti, prendere atto che la via della sovranità democratica europea è illusoria: lo è sempre stata anche quando la sinistra storica, sbandata dopo l’89, l’ha proposta come orizzonte sostitutivo del socialismo sepolto dalle macerie del Muro di Berlino.

Ma fare i conti con i dati di realtà non implica uscire dalla Ue o dall’euro. Vuol dire impostare una rotta realistica per la cooperazione sovranazionale. Può voler dire, impostare una ritirata costruttiva e condivisa da un terreno storico-politico impraticabile per evitare una rottura caotica. Insomma, un realistico second best per superare il baratro dei nazionalismi.

Il richiamo alle norme costituzionali e alla visione dei padri della sinistra storica non è reso anacronistico e nostalgico dagli effetti della globalizzazione e dalla sua aggravante ordoliberista realizzata attraverso il mercato unico europeo e l’euro. È esattamente il contrario. Poiché il regime di “libera concorrenza”, costruito sul paradigma individualista del liberismo, ha reciso ogni legame sociale e generato solitudini impoverite e domanda di protezione, ritorna di straordinaria attualità la ricostruzione di comunità politica. Il bisogno di patria, la necessità di riconoscersi in una comunità riemerge imprescindibile. Tanto più nella fase di grandi trasformazioni, di sofferenza economico e sociale, di smarrimento culturale, di paura identitaria.

Il punto nodale è quale patria, quale nazione e, quindi, quale Stato. Patria e Nazionale definite non dal sangue e dal territorio. Ma Patria e Nazione identificate da caratteri storico-culturali condivisi, dalla fiducia negli italiani, da un interesse comune e da un impianto programmatico fondamentale. L’assenza di un’offerta costituzionale, quindi progressiva, di Patria e di Nazione, lascia inevitabilmente enormi spazi di popolo non al cosmopolitismo irenico delle élite o all’avanzamento degli Stati Uniti d’Europa, ma alla degenerazione nazionalista del bisogno di appartenenza.

Ripartiamo dall’ideale di Patria e dal senso di Nazione dei condannati a morte delle Resistenza, dei partigiani e dei nostri padri e madri costituenti. Navighiamo controvento, in uno stretto insidiosissimo: da un lato, i sempre più preoccupanti gorghi nazionalisti; dall’altro, le correnti di svalutazione del lavoro e della democrazia costituzionale dell’europeismo liberista, ancora dominanti anche nelle sinistre nella retorica degli Stati Uniti d’Europa.

La nostra bussola per una navigazione difficile è il primato della Costituzione sui Trattati europei e sovranazionali e i principi del socialismo, del cattolicesimo sociale e dell’ecologia integrale. Per affermare una comunità aperta e solidale dentro i confini nazionali, dove i conflitti, a partire da quelli di classe e ambientali, si riconoscono, si combattono e si compongono in riferimento alla dignità del lavoro, alla giustizia sociale, al rispetto della natura. Per coltivare una comunità accogliente verso l’altro e cooperativa nelle relazioni con le altre patrie, con le altre comunità democratiche, con gli altri Stati nazionali, a partire dai partner dell’Unione europea, per affrontare le enorme sfide globali di fronte a noi, innanzitutto la riconversione ecologica delle economie e delle società e il governo dei flussi migratori.

La nostra iniziativa non ha ovviamente carattere storiografico. Ha un obiettivo più semplice ma non meno ambizioso: riscoprire il sentimento positivo di Patria e Nazione per rilegittimare e, qui il punto politico decisivo, rivitalizzare nelle sue funzioni essenziali lo Stato nazionale e riconnettere, nella misura possibile all’avvio del XXI Secolo, popolo e democrazia costituzionale. Senza rivitalizzare nelle sue funzioni essenziali lo Stato nazionale, la politica rimane ancella dell’economia, il capitale dominante sul lavoro, quindi la democrazia sequestrata dagli interessi economici più forti. Come aveva capito negli anni ’30 Von Hayek, uno dei massimi teorici del liberismo, la via della sovranità europea porta inevitabilmente allo Stato minimo, date le radicate differenze tra contesti nazionali e rispettivi popoli.

“Patria e Costituzione” è il nome dell’associazione che avviamo il prossimo 8 Settembre a Roma. Un’associazione di cultura e iniziativa politica, dalla parte del lavoro. Un movimento senza legami o collateralismi ai partiti in campo, ma attivo nella discussione di tutti i soggetti democratici e coerenti con i principi costituzionali. Un progetto per la rinascita della sinistra di popolo.