L’inefficacia della democrazia

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Alfredo Morganti,

di Alfredo Morganti – 9 dicembre 2015

Martedì 8 dicembre ho letto su Repubblica un lungo commento di Bernardo Valli sulle elezioni regionali francesi. A un certo punto, Valli scrive che la crescita del FN non è stata determinata, negli ultimi anni, soltanto dalla xenofobia delle origini: “Nell’affrontare i grandi mutamenti in corso nelle nostre società – scrive – le democrazie non sono state all’altezza. Hanno lasciato aperte tante brecce ai populisti”. Le democrazie non hanno funzionato, ecco il punto, non sono state efficaci. Non so voi, ma io la trovo un’affermazione fortissima. Valli non dice che è stata sbagliata una politica, che sono state errate delle scelte, che sono state fatte cattive valutazioni. Il giornalista di Repubblica dice che è stata la democrazia tout court a dimostrarsi inefficiente. Ergo, o lo diventa al più presto o tocca pensare ad altro?

Da questo punto di vista la democrazia cessa di essere un ‘valore’, un fine, una conquista civile superiore a ogni altra considerazione. E diventa uno strumento politico, un mezzo di cui valutare l’efficacia. Non un valore ma un mero ‘valutato’. Finisce anch’essa nel gorgo della crisi dei valori, dell’offuscamento dei fini, della morte di Dio. E rischia di morire con Dio stesso. In tale contesto, se una qualsivoglia forma post-democratica dovesse dimostrarsi più affidabile (per chi?), più efficace nel garantire equilibrio e un consolidamento del potere, più adeguata e all’altezza dei tempi (quali?), ben venga allora. Non ci dividono più le politiche, i loro contenuti e le opinioni connesse, ma la ‘valutazione’ in merito all’efficacia di una forma istituzionale o di un ‘regime’. Per questo ci si danna sulla legge elettorale e sulla ingegneria istituzionale: non è in questione il ‘valore’ delle istituzioni (garantire o meno la rappresentanza, essere l’acme della democrazia, ecc.), ma il suo ‘valutato’, ossia se assicurano o meno una ‘governabilità’, al di là di quali siano gli effetti specifici e le ‘politiche’ messe in campo realmente.

Il mondo della ‘neutralizzazione’ politica è questo. È il mondo della tecnica istituzionale, delle tecniche di governo, della tecnica di amministrazione concessa direttamente agli apparati statali, della tecnica economica affidata a tecnocrati che agiscono nel cielo rarefatto dei bunker europei. La democrazia diventa essa stessa ‘tecnica’ tra le altre, ma messa più male delle altre, perché in democrazia il libero gioco delle opinioni è scoperto, manifesto, trasparente (almeno tendenzialmente). Questa ‘apertura’ la rende più complessa, rappresentativa, vulnerabile, meno “efficace” a rispondere celermente, effettualmente, alle necessità storiche dei vincenti. La democrazia è un valore debole, mentre, per dire, i diktat di Bruxelles, gli annunci di un premier sbucato dal cilindro delle primarie aperte, i messaggi mediali che rimbalzano come palline di flipper, le ideologie camuffate da realtà hanno più forza cogente, proprio perché sfuggono a quel libero gioco.

Per assurdo, se limitare libertà e privacy, ridurre le tutele, aziendalizzare la scuola pubblica, rendere ‘nominale’ il Parlamento (ossia di nominati), dovesse servire ad alzare un punto decimale di PIL allora ben venga. Cosa c’è di più ‘valutabile’ di un indice economico-sociale? Perché perdere tempo con le chiacchiere, la filosofia, i pensieri, le opinioni (persino quelle dei perdenti e degli esclusi)? Perché, se poi si scopre che il più grande contenitore di opinioni anche contrapposte, la democrazia, non si dimostra alla fin fine all’altezza delle ambizioni dei vincenti? Ma questa non è già cronaca?

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