L’intoccabile

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Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 30 gennaio 2019

“Il contrasto all’immigrazione clandestina corrisponde a un preminente interesse pubblico e dunque il ministro dell’Interno non va processato – si è trattato di un atto politico, condiviso peraltro dall’intero governo” sintetizza così ‘Repubblica’ la vicenda Salvini, secondo il punto di vista del ministro. “Io ho solo agito nell’interesse degli italiani e del governo, non certo per interessi personali” chiosa lo stesso ministro in un resoconto di De Marchis. C’è un Salvini uomo, insomma, e un Salvini Ministro. Il primo è mortale, il secondo incarna invece le funzioni dello Stato, ed è dunque eterno e intoccabile, al di sopra della legge applicata ai semplici uomini. I ‘due corpi di Salvini’, potremmo sintetizzare, rammemorando un classico della storiografia.

Senonché ai giudici interessa poco il tema della ‘sovranità’ e delle sue implicazioni teoriche, anche se stiamo parlando di un sovranista dichiarato. Interessa di più applicare la legge, perciò non fanno differenza tra il ministro e l’uomo. Non siamo in guerra, non c’è un nemico dichiarato o invasore, non ha senso una risposta ai limiti della Costituzione per affrontare le vicende pubbliche quotidiane. I flussi migratori sono quotidianità in ragione dello stesso stolido allarme lanciato quotidianamente dall’esecutivo, Salvini per primo. Tanto meno i naufraghi raccolti dalla Diciotti o dalla Sea Watch sono agenti stranieri, pronti ad attaccarci con granate e sventagliate di mitra. La loro pericolosità, fatto salvo un normale controllo di polizia, è risibile. Piuttosto dovremmo essere colpiti dalla loro sofferenza e dal dramma che essi testimoniano senza ombra di dubbio.

Dicono che la politica sia teatro. È vero. Ci sono gesti, dichiarazioni enfatiche, espressione di sentimenti, pose, scatti, azioni che ricordano il palcoscenico. Ma certo essa non può ridursi a teatralità, a recita, a maschera carnevalesca da esibire impunemente in tv o sui social. Se si facessero davvero i conti con la realtà e con il disagio che essa esprime, e con il pianto, le grida, la disperazione, allora gli atteggiamenti sarebbero diversi. Per dire, non si ‘prenderebbe tempo’, come scrivono i giornali, e il governo non farebbe l’ammuina politica dinanzi a gente che dorme sul ponte di una nave a gennaio-febbraio, e non farebbe teatro di avanspettacolo quando dei diciassettenni soffrono il freddo e non hanno alcuna certezza, nemmeno del futuro prossimo. E non si butterebbe la palla in Europa (la pur perfida Europa!), sperando in una decisione della Corte Europea, che tolga le castagne dal fuoco a un esecutivo in ambasce.

A questo porta l’idea di godere di una impunità e di non dover subire un processo (quando, invece, lo si chiede a spron battuto per gli altri): porta alla convinzione che in nome della ‘sicurezza’ e per ragioni di preminente interesse pubblico si possa fare tutto, ma proprio tutto, e in particolare usare lo scarpone chiodato contro gli ultimissimi. Perché non è tanto l’invocazione di un limbo giuridico a scandalizzare, quanto il fatto che questi gesti di forza siano sempre riservati a chi forza non ha. E magari si sia pronti a qualunque atto di sussiego dinanzi al potente.