L’onda e i frangiflutti

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di Alfredo Morganti 27 febbraio 2015

Dopo l’intervista bella e dignitosa di Bersani all’Avvenire, viene voglia di ragionare su alcuni apparenti paradossi. Il primo riguardo proprio la collocazione di questa intervista di rottura, che traccia una linea e impone dei paletti alla segreteria del PD. Bersani apre con una citazione del Papa e un riconoscimento netto, esplicito alla cultura cattolico-democratica, per aver “dato un grande contributo alla nostra democrazia”, citando in ultimo l’elezione di Mattarella. È un’indicazione netta di campo, un riferimento di valori, che stride con il tentativo sempre più scoperto del PD renziano di sfondare al centro, di qualificarsi come ‘partito della nazione’ e come corpaccione centrale pigliatutto pronto a presidiare il troncone più conservatore della politica italiana agitando, senza contraddizione, il lessico del ‘cambiamento’. Non è interessante (e meritevole di una riflessione) che da una parte vi sia una manovra renziana a ‘fare’ centro, a sciogliere i partiti in un carrozzone centrista (magari lasciando intuire ambizioni proto-DC, ma della DC più ‘pentapartitica’), mentre, dall’altra, Bersani si richiami esplicitamente a quella tradizione, lo faccia sul giornale dei Vescovi e citi il Papa?

La rincorsa al centro di Renzi (allo ‘spazio’ centrale!) stride e convive, in sostanza, con i coevi e reciproci richiami tra quel centro democratico e il massimo esponente della minoranza interna al PD, di cui l’intervista di oggi a Bersani è testimone. Sembra un paradosso, ma non lo è. È, invece, la rappresentazione palmare che lo sfondamento al centro di Renzi è molto, ma molto ‘deciso’ dallo stato del ‘presente’, dalla smania di liberarsi da ogni intermediazione parlamentare, partitica e dalle ‘zavorre’ politiche in genere. Il corpaccione renziano è tutto meno che una rinnovata DC. È invece occupazione del potere fatta con le armi del leaderismo organizzativo, del cesarismo e del trasformismo politico. È quello stesso ‘leaderismo’ che sta frantumando il partito, che poi ne riflette in sedicesimi il modello, trasformando il PD in una congrega di ‘leaderini’ in miniatura, di interessi coagulati attorno a costoro e di pattuglie e clan trasversali.

Dinanzi a questa ‘liquefazione’ organizzativa, allora, appare comprensibile il tentativo dei neocorrentisti catto-, turbo- e renziani-renziani di dare un’ossatura al magma, anche perché i Giovani Turchi, i veri vetero-leninisti del PD, iniziano ad apparire un’insidia forte proprio sul piano interno. Si tratta, in breve, del tentativo di dare una ‘struttura’ correntizia alla contesa dentro al PD, alla faccia di tutte le dichiarazioni di ‘liquidità’ e postmodernità, che taluni sempliciotti snocciolano in modo apologetico nei loro post. Il carrozzone renziano, insomma, starebbe tentando una strutturazione forte, difensiva e offensiva allo stesso tempo. A cui i Giovani Turchi reagiscono anche disertando, taluni, l’incontro ‘scolastico’ di oggi. È il segno che è partita una ‘resa dei conti’ forte, e non solo tra minoranza e maggioranza, ma anche tra componenti renziane, neorenziane o similrenziane.

È anche comprensibile che Renzi tenti di dissociarsi, almeno in parte, dall’operazione dei suoi fedeli, invitandoli alle idee piuttosto che alle correnti organizzate. Teme una strutturazione forte che lui, per primo, faticherebbe a governare. Si badi. Il renzismo nasce fuori (e per certi aspetti contro) i partiti come li conosciamo. Il premier non lo ha mai nascosto. Il suo forte timore è trovarsi a Capo di un partito ‘vecchio’ (a suo dire), correntizio, pronto a sollevarsi ai suoi diktat, col quale divenga necessario sempre ‘trattare’. Ma il ‘fare’ non ammette trattativa. Il potere esecutivo non tenta mediazioni (Zagrebelsky). La liquidità è il miglior viatico al trionfo, all’emersione del leader. Ma è pure una profezia della sua solitudine e della sua fine! Ecco il vero paradosso (direi di più: l’aporia), con cui Renzi e il PD si stanno confrontando oggi. Il partito liquido promuove Cesare, la sua incontrastata solitudine di leader, ma se s’alza l’onda è pronto a sommergerlo, privo com’è di frangiflutti politico-organizzativi. Alla minoranza del PD il compito di non farsi (almeno) travolgere da questa sceneggiata. E poi di pensare, seriamente, senza mezzi termini, a nuove condizioni politiche.