L’uomo che sapeva di essere ucciso

0
237

di Luca Billi, 19 luglio 2017

Se possibile, c’è qualcosa di ancora più drammatico nella morte di Paolo Borsellino rispetto a quella di Giovanni Falcone: l’attesa consapevole di un predestinato.
In fondo tutti sappiamo che dobbiamo morire, anche se per lo più preferiamo dimenticarlo. Falcone e Borsellino sapevano di essere dei bersagli, sapevano che il loro lavoro poteva avere – forse doveva avere – quelle conseguenze, e anche noi sapevamo che loro due erano in pericolo. La notizia della strage di Capaci ci ha prostrato, ci ha provocato dolore e rabbia, ma non sorpresa. E certamente, per la loro intelligenza, loro due erano anche più consapevoli di noi che qualcosa stava succedendo, che il nostro paese stava vivendo un momento di passaggio e che le loro morti erano necessarie proprio in quel momento per segnare quella fase di passaggio.
Erano gli anni in cui si esaurì la Democrazia cristiana, il partito che aveva garantito, nel bene e nel male, la storia italiana dalla fine della seconda guerra mondiale e soprattutto il controllo del paese da parte delle forze del capitale, mantenendo comunque intatte le istituzioni democratiche. Questo compito comportò molti compromessi, spesso poco onorevoli, e uno di questi fu l’accordo con la criminalità organizzata. E quando a un accordo manca uno dei due contraenti, l’altro per sopravvivere deve darsi rapidamente da fare, scegliersi un nuovo interlocutore, capire i rapporti di forza e quindi come quell’accordo possa essere di nuovo articolato. Stava cambiando il mondo, ma la mafia non voleva certo perdere il proprio potere. Oggettivamente Falcone e Borsellino erano un ostacolo, un ostacolo come non lo erano mai stati prima, e quindi dovevano essere eliminati. E anche grazie al fatto di averli uccisi, la mafia contrasse un nuovo accordo, con clausole ancora più vantaggiose.
Per questo dal 23 maggio Paolo Borsellino sapeva con certezza che sarebbe stato ucciso: è una consapevolezza che tocca e mette alla prova soltanto pochissimi eroi. Achille, nel momento in cui uccide Ettore, sa che quel gesto provocherà una catena di eventi che porterà alla sua uccisione, ma non vuole e non può fermarsi. E lo sappiamo anche noi, tanto che Omero non arriva neppure a descrivere l’uccisione di Achille, si ferma prima: non c’è bisogno di raccontare quello che tutti sanno che avverrà. Borsellino ce lo disse, anche se non volevamo sentirlo. Quando il 24 giugno dice “siamo cadaveri che camminano”, si rivolge a noi e in qualche modo quelle parole si rivolgono ancora a noi. Perché Borsellino in quella intervista non usa il singolare, come avrebbe fatto Achille per descrivere la propria condizione di predestinato, ma usa il plurale e quindi ci coinvolge, ci dice che anche noi che viviamo in questo paese siamo vittime. E quell’assunzione di consapevolezza è in qualche modo un invito alla lotta.
E’ vero, la storia di questi venticinque anni che sono seguiti alle uccisioni dei due giudici siciliani racconta proprio la nostra vicenda di vittime, perché la mafia in questi venticinque anni è diventata più forte, ha assunto sempre maggiore potere, ha stretto nuove alleanze, ma essere vittime non significa essere complici né per forza di cose essere sconfitti. Credo che Borsellino, facendo come Achille, non fermandosi, anche se continuare il proprio lavoro significava avviare la catena che avrebbe portato alla sua morte, volesse dirci questo. Quelle poche settimane estive che egli ha vissuto in attesa di essere ucciso non le ha vissute da sconfitto e soprattutto non ha voluto essere complice, arrendendosi. Adesso tocca a noi, se non è troppo tardi.