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Pubblicato il 24 maggio 2018 | di Gabriele Pastrello

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Megan e Harry, ovvero un sogno per il brexit

di Gabriele Pastrello 23 maggio 2018

1. Il messaggio politico della cerimonia.

Questo matrimonio è stato un addio all’Europa, e un ritorno al Commonwealth.
Alcuni giornali hanno detto che è stata Meghan a chiedere la presenza simbolica dei paesi del Commonwealth al matrimonio. Da morir dal ridere. Dubito che un’attrice di secondo piano di serial legali americani sappia neppure che esiste qualcosa come il Commonwealth.
Ma è un fatto che l’abito da sposa di Meghan riportasse ricamate le flore di tutti i 53 paesi del Commonwealth. Meghan è andata all’altare accompagnata da tutto il Commonwealth.
Questa presenza simbolica risaltava ancora di più per l’assenza fisica di tutti i dirigenti politici dei paesi del mondo, in particolare europei. Certo, con una qualche scusa non erano stati invitati i politici inglesi, neppure quelli americani, e quindi neppure quelli europei.
Non va dimenticato che Harry è il terzo in linea di successione e tra non molto potrebbe diventare secondo. non proprio una posizione secondaria. e la scelta del matrimonio ‘intimo’ non è così ovvia, date le circostanze.
E infatti la linea è stata: la Casa reale e gli intimi. E quindi, niente politici, di tutto il mondo (e quindi – guarda caso – neppure europei). Infatti, moltissimi dei presenti hanno a che fare con la Casa reale in molti modi, dall’esercito al Civil Service al personale agli ordini diretti. Ma c’è un’estensione significativa del concetto di intimi, esteso a ‘paesi’.
I paesi del Commonwealth, non i loro politici, sono presenti. A significare un legame ‘indissolubile’. Un legame quasi etereo ormai. rapporti politici ovviamente non rilevanti, rapporti economici molto ridotti rispetto ai tempi dell’Imperial Preference in cui Keynes era cresciuto.
Resta il puro legame dell’appartenenza a questo strano grande spazio ‘globale’. Rimane peraltro una fittissima rete di relazione personali, di comitati di iniziative, restano a Londra gli enormi palazzi da cui si dirigeva l’Impero, l’Australia House, l’India House, la Canada House, etc. Su poteva pensare che tutto questo fosse solo un residuo destinato a evaporare. Ho sempre avuto dubbi che così sarebbe stato, nonostante la realtà dei rapporti economici in calo. E avevo sempre sospettato, di più non si poteva fare, che questa ‘presenza’ sarebbe stato un ostacolo a una piena integrazione nella costruzione europea.
Certo la Thatcher aveva già dato un forte colpo di freno al rapporto con l’Europa: la moneta propria, lo sconto sui contributi, gli opt-out, e l’atteggiamento di continuo bargain. Ma d’altro lato, a Bruxelles, la parte più ampia e potente della burocrazia europea è quella inglese, preparatissima e nazionalmente compatta, come ha di recente ricordato a Bologna l’ex-Presidente della Commissione Romano Prodi. Personale, però, oggi schierato massicciamente sul fronte anti-Brexit.
(Cosa che ha smentito l’opinione che mi ero fatta inizialmente, che con il know-how incorporato nella burocrazia della Commissione di origine inglese, le trattative con l’Europa non sarebbero state un problema per l’UK. Ma con tutto quel personale che rema contro le cose stanno andando diversamente)
E quindi, pensando all’irreversibilità della tendenza all’esaurimento dei rapporti intra-Commonwealth, qualcuno (Blair, ma non solo, come si vede, Major e molti altri importanti leader Tory) ha potuto pensare che si potesse procedere a stringere ulteriormente i legami con l’Europa con l’ingresso nell’euro. Blair aveva pensato a un referendum sul tema ma, evidentemente percependo la resistenza sotterranea l’aveva sempre rinviato.
Mentre invece è passato il referendum di uscita dall’Europa. Che ha innescato lo scontro asperrimo che sta dilaniando i gruppi dirigenti inglesi.

2. Marketing Windsor in Mondovisione
Inoltre, la Corona ha scelto di dare un carattere multietnico di vicinanza sia con gli Usa (il predicatore presbiteriano afro-americano) che con il Commonwealth. Ma questo carattere multietnico non ha nulla a che vedere con il cosmopolitismo frou-frou nostrano. Bensì è la rappresentazione delle molteplicità ex-imperiali ma ancora sussistenti di rapporti (per quanto non più dipendenti) con un centro che proprio solo in quanto monarchico può rappresentarle.
Nella cerimonia la Corona ha tenuto insieme sia la ‘recita di sé-stessa’ della upper class inglese, con i suoi tight che gli incredibili cappellini delle signore (esemplificata dalla sfilata all’ingresso) che l’irruzione post-moderna (ma in questo caso si potrebbe dire post-Diana) di attori – cominciando dalla sposa – artisti, predicatori, gospel, il tutto con un notevole condimento multicolore. Diana aveva giocato questa irruzione di diversità sociali contro i Windsor. Ma il tempo ha fatto maturare la necessità dell’inclusione e la necessità che la Corona potesse rappresentare tutta la molteplicità delle persone, gruppi e popoli che in un qualche modo son in rapporto con essa.
Che un membro di casa reale già oggi, e ancor più domani, per quanto lontani dalla successione, sia di colore mostra una capacità nuova e inclusiva della Casa di rappresentare la propria globalità a partire da sé stessa: cioè dal Commnwealth, e dagli storici rapporti con i paesi anglo-sassoni. Multietnicità non ‘aggiunta’ non obbligata, ma ribadita a partire dalla propria storia.
Il tutto in Mondovisione con una gigantesca operazione di marketing globale, che finisce per sfruttare ad maiorem Britannii gloria, anche la scapestratezza del rampollo.

3. Un altolà alla Camera dei Lords?
In questo momento, in cui la battaglia sul Brexit infuria e la Camera dei Lords sta facendo l’ultimo sforzo per impedire l’uscita dell’UK dall’Eu-ropa, il fatto che il matrimonio del rampollo reale la Corona abbia scelto l’assenza (fisica) degli europei e la presenza (simbolica) del Commonwealth è una scelta netta e precisa che dice con chiarezza dove sia schierata la Corona in questo scontro. E questa scelta simbolica ha tutta l’aria di un altolà alla Camera dei Lords, che sta di fatto eccedendo dalle proprie funzioni, facendo letteralmente guerra al Governo (della Regina, secondo la formula costituzionale), cercando di suscitare la rivolta dei deputati ai Comuni, andando oltre alle proprie funzioni di controllo, di stabilizzazione e di limatura degli eccessi, diventando essa stessa una forza destabilizzante che punta all’estremo.
La cosa di per sé non stupisce viste sia l’asprezza dello scontro sul Brexit, che sta spaccando verticalmente la dirigenza britannica, sia la composizione della Camera dei Lords, i cui componenti sono stati in grande misura nominati negli ultimi trent’anni da governi filo-europeisti, da Major a Cameron, passando per Blair.
I filo-europeisti alla Camera dei Lords stanno giocando a va banque. Un corpo non eletto sta facendo la guerra a un governo eletto istigando alla ribellione la camera dei Comuni allo scopo di rovesciare l’esito di una consultazione popolare, Ce n’è abbastanza per segnare la fine politica della Camera dei Lords se non riusciranno nell’intento.
Evidentemente o per accordo o per le circostanze il referendum ha scatenato una vera e propria ‘guerra al vertice’; solo alla fine si raccoglieranno le vittime. Tra queste ci potrebbe essere la camera dei Lords. Questa Camera ha ancora un ruolo importante nel processo legislativo britannico: due letture dei progetti di legge su cinque; certo l’ultima parola è ai Comuni, però è ovvio che, con le dovute cautele, l’opinione dei Lords può avere il suo peso. Ma con la decisione di andare alla guerra europea i Lords possono aver firmato la fine del loro ruolo. Basterà ridurre il numero delle letture e limitare le materie per ridurre questa camera alla totale irrilevanza politica.
La simbologia della Corona dice ai Lords che il rapporto con il Commonwealth non si mette in discussione. Ai dettagli ci pensino loro, ma c’è un non plus ultra. Il Commonwealth è la piattaforma dell’identità della Corona stessa, e quindi è fuori discussione una dipendenza dall’Europa.

Autore Originale del Testo: Gabriele Pastrello

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