Società

Pubblicato il 11 agosto 2017 | di Alfredo Morganti

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I migranti e la paura della paura

di Alfredo Morganti – 9 agosto 2017

Per l’Europa, e viepiù per l’Italia che occupa il fronte più avanzato, il problema delle migrazioni si risolve chiudendo i rubinetti, sbarrando, elevando un muro in mare, fermando la valanga con un dito. Come se il tema non avesse una valenza epocale, non indicasse un punto di rottura storico, ma si trattasse soltanto di una tendenza momentanea, un fenomeno cool, una moda indotta dalle ‘vetrine’ delle tv occidentali via satellite, senza alcuna motivazione endogena. La miopia deriva dal punto di vista adottato, quello di chi difende le proprie posizioni di cittadino moderno e libero consumatore, e se ne sente minacciato. Una visione caratterizzata da una gretta mentalità economicista, insomma. Ma questo resta dell’Occidente, uno stuolo di consumatori ‘presentificati’, senza più orizzonti, ridotti al qui e ora del mercato e poco più. Siano essi borghesi, o siano operai.

C’è chi motiva da ‘sinistra’ queste posizioni di chiusura e di sostanziale ignoranza dei processi storici che viviamo, con il richiamo a un nostro ‘popolo’ che si vedrebbe insidiato sia dalla crisi sia dai migranti cattivi, stretto come in una tenaglia. In nome di un sano realismo politico, chiudere i flussi immigratori sarebbe per costoro la panacea (semplifico molto). Ora, io penso che la sinistra evochi essenzialmente valori di solidarietà e accoglienza, spirito comunitario e sostegno mutualistico. Mi rendo conto come, in tempi di crisi, tutto sia più complicato, e questa cultura si incrini un po’ (o scompaia del tutto). Tuttavia penso che, se non avessimo distrutto la capacità di mediazione dei partiti (di sinistra in special modo), se non avessimo strappato la rete sociale, mutualistica, comunitaria e non avessimo distrutto ancor prima i partiti stessi, affidandoci a comitati elettorali che prendono atto dei sondaggi e degli umori e poi decidono la linea politica, se non fosse accaduto tutto questo oggi il fronte ‘locale’ sul tema immigrazione sarebbe molto, ma molto mano caldo.

Secondo il ministro Minniti i ‘flussi frenano’. Lo dice a merito della propria ‘svolta’ organizzativo-securitaria verso le migrazioni. È un problema di numeri dunque. Numeri che, però, indicano un -3,4% di sbarchi in questi primi mesi del 2017. Ma allora, se si tratta di emergenza, è la stessa (-3,4) dello scorso anno, se non inferiore. Dunque, perché la svolta? Sarà la vicinanza delle elezioni politiche? Saranno i sondaggi che danno la destra unita in vantaggio? Sarà la pessima aria che circola in questo Paese, che chiede di prendersela con le vittime, i migranti, che essendo i più deboli, gli inermi, sono anche una specie di ‘Willy il fattorino’, l’omino debole, l’ultimo, del quale chiediamo la testa quando qualcosa non va nelle alte sfere?

Sempre Minniti ci spiega che “affrontare il tema della paura è il compito moderno della sinistra”. Paura del terrorismo, paura dei migranti, paura della crisi, paura di perdere certezze identitarie e soprattutto lavoro e mercati. Mi chiedo chi distilli questa paura, e se proprio la paura non sia anche uno strumento di governo. Com’è il caso di ogni svolta securitaria in prossimità delle elezioni o in piena crisi economica. E mi chiedo che cosa faccia più paura: l’islamico che si fa esplodere, oppure il clima che se ne genera (a partire dall’uso che ne fanno i governi per spostare risorse sulla sicurezza e i media per accaparrare audience)? Il migrante o la sua rappresentazione ideologica, compresa la ‘catalizzazione’ psicologica che ingenera? Cosa fa più paura, la guerra, l’attacco nemico o il clima che ne nasce, e quindi gli oscuramenti, i razionamenti, i gabinetti bellici, le limitazioni di libertà, il clima emergenziale, la catastrofe incombente, la scomparsa di un futuro ‘buono’? Oppure tutto quanto ciò? Ma poi, e se fosse la paura stessa, in primis, a farci paura?

Autore Originale del Testo: Alfredo Morganti

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