Miserere – fratellanza funeraria e “fine” MdP

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Autore originale del testo: Fausto Anderlini

di Fausto Anderlini – 27 gennaio 2019

Miserere

Mi capita talvolta di pensare alle cose ultime. Ricordo che il partito era anche una grande fratellanza funeraria. Quando moriva un iscritto il segretario si recava alle esequie con la bandiera. Se l’iscritto defunto era un membro attivo del partito, si tenevano discorsi commemorativi, si suonavano gli inni e non si trascurava di adunare gli iscritti in occasione del trigesimo per celebrare il significato del suo passaggio sulla terra, ovvero nella sezione. I congiunti e gli amici erano generalmente gratificati di questa premura. Ma il defunto, c’è da immaginare, ancor di più. Essere iscritti al partito significava poter confidare nel rispetto devozionale della comunità, tenendo viva l’illusione, fondamentale per poter morire in pace, di lasciare una traccia. Continuando a perdurare come memoria nella massa vivente del partito mentre ci si ricongiungeva alla massa eroica dei defunti organizzati nel partito dell’aldilà, Aspetto decisivo per la narrazione della grande marcia verso l’emancipazione come mistica processione di anime-popolo. Questi riti potevano assurgere a una configurazione maestosa quando il dipartito era un dirigente. Rispettato o meno che fosse. Perchè il partito di fronte al di-partito, come etimologicamente ovvio, era indulgente, capace all’atto finale di rimettere debiti e condonare i peccati. Il partito, in sintesi, era una sorta di attualizzazione della cultura egizia ed etrusca dove una vita appassionata si interpenetrava con l’stanza rituale della morte. Viveva coi morti appresso. In certo senso rovesciando gramscianamente il motto di Marx per il quale le mort saisit le vif, cioè il capitale come lavoro morto che succhia il lavoro vivo. DeI resto le sezioni, prima d’essere derubricate dal Pd a mera toponomastica, erano come sacrari: portavano i nomi dei caduti partigiani e le effigi dei combattenti campeggiavano nel tabernacolo appeso alla parete principale. I funerali dei grandi capi, come Togliatti e Berlinguer, furono eventi emozionali di massa di immensa magnitudo, ritratti nel cinema e nella pittura. I membri più autorevoli del gruppo dirigente, pur non potendo aspirare a tanto, erano comunque certi di veder consacrata la loro dignità. Si scambiavano scherzosamente per tempo l’onere del necrologio. A seconda di chi per primo se ne sarebbe andato. Come si dice avvenne tra Amendola e Pajetta. La gerontocrazia, pure tignosa e determinata a farsi valere fino all’ultimo respiro, non mancava di ironia e affettuosità.

Tutto questo piccolo affresco per giungere a un’amara constatazione. I tempi son brutti. Le famiglie sono fragili e atomizzate e possono dileguarsi in un attimo senza lasciare traccia nè godere di un adeguato corteo parentale allargato. Il Partito non c’è più e noi, i superstiti, i figli di quei padri, dato il clima generale, già sappiamo che vivremo quest’ultimo scorcio di vita nella dannazione mnemonica, nel risentimento e, peggio ancora, col senso di colpa per aver lasciato andare alle ortiche tutta quella consolante perfezione tanatologica. Alle nostre esequie non ci saranno bandiere nè fanfare. Nessuna sezione aprirà le porte per celebrare il trigesimo. Moriremo soli. E in questa solitudine si consumerà il dramma, esso sì terribile, della definitiva interruzione della lunga marcia in comunione dei morti e dei vivi verso il sol dell’avvenire. Corteo finito. Milioni e milioni di anime evaporate d’un colpo senza più viventi ad evocarle. Lasciando campo a un mondo spettrale, piatto e desolato per quanto brulicante, senza profondità e senza il presagio di danteschi empirei abbaglianti di ‘luce intellettual piena d’amore’, privo di memoria e popolato di mostri. Per quanto mi riguarda poi immagino di entrare nella bara senza neppure un vestito decente. Nè mi risulta sia possibile indossare i cappelli che tanto mi piacciono, come quello da caccia alla volpe.

Quando penso ad Mdp e alle mie declamate e onnilaterali case di cura, ho presente anche questa urgenza. Quella di tenere in vita uno scampolo di fratellanza funeraria. Pompe funebri insomma. Che tanto, si sa, Eros e Thanatos viaggiano necessariamente insieme. E adesso toccatevi e buona notte.