My Generation

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Autore originale del testo: Alberto Piccinini
Fonte: il venerdì
Url fonte: http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2016/10/28/news/bologna_il_77_philip_marlowe_e_il_punk_poi_la_bomba-150782399/

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MY GENERATION – di IGORT TUVERI – ed. CHIARELETTERE

recensione di Alberto Piccinini

Bologna, il ‘77, Philip Marlowe e il punk. Poi ci fu la bomba

Mai una città italiana era stata così vicina al resto del mondo. Ma la strage della stazione spezzò tutto. Igort, un protagonista di quegli anni, spiega come andò. E per prendere la parola tradisce la matita.

Igort Tuveri, l’Igort dei fumetti e delle graphic novel, tra i più bravi e noti autori italiani, racconta in libro la cultura della sua generazione. My Generation (come la canzone, ma «nella versione punk di Patti Smith, quella degli Who è troppo vecchia per me» dice) ha in copertina David Bowie e le spille del punk, e racconta un momento breve e irripetibile nella cultura italiana. «Poco prima degli anni Ottanta da noi è esistita una scena estremamente organizzata e potente, che parlava la lingua del mondo» spiega al telefono (oggi Igort vive tra la Sardegna e Parigi). «Noi fumettisti di Bologna a 23-24 anni avevamo a che fare coi mostri sacri del fumetto americano e francese, Moebius in testa. Era un’epoca che produceva libri, film, musica a partire da una spinta autonoma, fuori dal mercato, in cui poteva capitare che un disco dei Talking Heads vendesse due milioni di copie».

Cinquantotto anni, nato a Cagliari, figlio di un musicista classico, studelinquente al Dams di Bologna nel momento “giusto”, musicista anche lui e animatore del gruppo di disegnatori Valvoline, Igort quasi divide il suo libro in due: un memoir familiare nel capoluogo sardo, primi Settanta, che ha i colori e il sapore affettuoso di una vecchia foto, e una mappa secca e precisa degli anni bolognesi. Dove capitava che al Dams, durante una lezione di letteratura angloamericana il professor Gianni Celati parlasse del mondo di Raymond Chandler ai suoi studenti, un centinaio di ragazzi tra i quali potevi riconoscere Freak Antoni, Andrea Pazienza, Pier Vittorio Tondelli.

«Il mio non vuole essere un romantico rimembrare» precisa ancora Igort, «e questa non è una cronaca dei vecchi tempi. Prendi Marlowe, l’eroe disilluso e amaro di Chandler: lui era uno dei protagonisti della letteratura pulp, e le cultura pulp ha influenzato Lou Reed e David Bowie. Ma se guardi una qualsiasi classifica di cinema, generi pulp come il noir e il fantastico sono intramontabili ancora oggi. Nella musica, Marilyn Manson o Lady Gaga stanno pescando ancora da lì».

Nella mappa tracciata in My Generation (Chiarelettere, in libreria dal 10 novembre) si troveranno tavole d’epoca – quelle degli esordi su Linus e Alter – e testi di canzoni (Ultravox, Lou Reed, Devo, Roberto Roversi), slogan sui muri, pezzi di geografia di una Bologna oggi scomparsa, come la casa occupata di via Clavature 20 ribattezzata Traumfabrik, o il club Punkreas. E nomi. Quelli della mitologia dell’epoca: William Burroughs, i Ramones, Warhol, i Residents. Quelli delle persone in carne e ossa che resero la città nel giro di pochi anni un posto irripetibile: Francesca Alinovi, i Gaz Nevada e gli Skiantos, Oderso Rubini e la Harpo’s Bazaar.

Igort non teme di utilizzare le parole: «Quella è stata l’ultima grande rivoluzione dell’immaginario, non solo della musica» dice. Si dichiara da sempre nemico di qualsiasi «cinismo artistico» e aggiunge: «La mia è una cronaca disillusa. Racconto la mia visita al negozio Sex di Londra dove sono nati i Sex Pistols, e ricordo che i pantaloni da punk di stoffa scozzese costavano 180 sterline. Ma la cosa importante era il tessuto connettivo che allora metteva in contatto musica, cinema, filosofia, l’alto e il basso. Così fu modificata la coscienza di una generazione intera». «Poi qualcosa cambiò il volto di una città che suonava all’unisono col resto del mondo». Questa riga si legge verso la fine di My Generation, nel mezzo di una pagina bianca. La bomba alla stazione di Bologna. I movimenti, le accensioni della vita quotidiana, hanno un inizio e una fine, spesso simbolici, altre volte stabiliti a posteriori.

Ma il ricordo di Igort, su questo, non può essere più preciso: «Quell’anno, il 1980, era stato uno dei più importanti creativamente. E improvvisamente il tessuto sociale e creativo viene messo al tappeto. Ancora oggi non passo per una stazione o un aeroporto senza pensare che rischio di saltare per aria. E quando una bomba ti leva la possibilità di muoverti liberamente, vuol dire che ti ha infettato. L’incoscienza evaporò in fretta».

igo