Napolitano e Renzi: stabilità?

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di Alfredo Morganti 27 novembre 2014

La parola ‘stabilità’ è già comparsa più volte, in questi ultimi giorni, nei colonnini dei commentatori e di chi si occupa di cronaca politica. Stefano Folli, tempo fa, ha scritto che ci sarebbe ormai bisogno di una certa ‘stabilità’ nel fantasmagorico mondo di Renzi. Oggi sul Corsera Marzio Breda addebita addirittura a Napolitano il ruolo di pompiere e di ‘stabilizzatore’ dell’azione effervescente del premier. Potremmo dire che i due (il Presidente e Renzi) interpretino il cammino delle ‘riforme’ in due modi diversi: più saggio e oculato il primo, più scavezzacollo il secondo. Ovviamente, il metodo deriva dagli obiettivi che si intendono effettivamente conseguire. Napolitano a fare le riforme ci vorrebbe arrivare davvero nella mutua collaborazione e col concorso di tutti. Renzi vorrebbe andarci, invece, a spinte e a strappi, e alla sua maniera ‘rottamatoria’, insomma. Col rischio (o la quasi certezza) che si andrà a sbattere contro il muro. La convinzione di tutti è che Renzi cerchi proprio il muro, cerchi l’incidente, così da poter ricorrere alle urne e spingere il Presidente a firmare il decreto di scioglimento del Parlamento.

La stabilità la cercherebbe Napolitano, in sostanza. Mentre Renzi preferirebbe buttare la palla in calcio d’angolo, e cavarsela in questo modo dopo tanti annunci e dopo aver gettato tanta (troppa) carne al fuoco rispetto alla dimensione del braciere. E vorrebbe perciò ricorrere alle urne come terreno più consono alla sua natura di imbonitore. Sa bene, il premier, che i tempi lunghi non lavorano per lui e che le rapide ascese preannunciano rapide discese. Una bella scheda elettorale, insomma, la riterrebbe migliore di lunghe trattative e mediazioni. Per questo l’Italicum è diventato urgente, per sfuggire alla ragnatela che potrebbe avvolgerlo.

Renzi è molto portato per i patti a due, ma ha meno talento per i consessi allargati. Peccato. Perché la “più ampia condivisione” richiesta più e più volte dal Presidente, va a sbattere proprio contro la metodologia renziana del faccia a faccia, senza streaming, senza dibattito, senza avversari terzi. L’accordo, insomma, la parola d’onore, non la sintesi elaborata. È lì, nel patto e nell’ammiccamento, che Renzi da il meglio di sé (verso Berlusconi all’esterno, verso Orfini all’interno, per esempio), mentre è meno brillante nello sforzo di mediazione larga, nel dibattito vero, senza rete, nella ricerca di percorsi condivisi ben più ampi dei confini della sua stanzetta. Uno sforzo di mediazione e condivisione che lui bolla come ‘vecchia politica’, ma che è forse l’unica politica che si conosca da quando l’uomo iniziò a camminare eretto. Quando il dibattito si riduce a patti separati e poi a noiosi streaming per la tv, la politica è già morta. E la realtà è già li, pronta a prendersi la rivincita.