ALBA DE CESPEDES RACCONTA CUBA

per Filoteo Nicolini

ALBA DE CESPEDES RACCONTA CUBA

Quando ero bambina, Cuba era una canzone di festa che mio padre mi raccontava, un paese di leggenda e un segreto tra lui e me.
L’ ho conosciuta molto più tardi. Sono nata a Roma dove mio padre era stato nominato ministro plenipotenziario della giovane repubblica. Lì aveva incontrato mia madre e nel 1911 ero nata io. Di Cuba, allora, gli europei sapevano ben poco; molti ne ignoravano persino l’ esistenza. Al tempo della mia infanzia su Cuba si scriveva soltanto qualche cronaca di viaggio intitolata La perla dei Caraibi oppure La Regina delle Antille, titoli che somigliavano a quelli dei romanzi di Salgari.
Ciò conferiva alla mia patria un fascino misterioso e irresistibile che in parte circondava anche me. Agli occhi delle mie coetanee che avevano un padre nato a Macerata o pure Roma o Venezia, avere un padre originario delle Indie occidentali, di un’ isola adagiata sul Mar Caribe, tra il Golfo del Messico e lo stretto dello Yucatan, dove vi sono coccodrilli, iguane, pappagalli e flamencos e, era tutt’ altra cosa.
Parlavo di Cuba alle mie amiche e anche di un’ altra isola, che poi sarebbe quella che Stevenson ha chiamato Isola del Tesoro. Tutte sgranavano gli occhi, e quando aggiungevo che Cuba si trova sulla rotta dei corsari che andavano all’ arrembaggio dei galeoni spagnoli, il mio successo era folgorante. Parlavo dei nostri fiumi, su uno dei quali mio nonno Cèspedes ha scritto una poesia che sapevo a memoria, oppure della più alta vetta sulla Sierra Maestra. Disegnavo le capanne dei contadini che serbano il nome e le forme delle case degli indios.
“Ma allora anche voi siete indiani?” una mi domando. Spiegai, innanzitutto, che bisogna distinguere tra indiani e indios, perché loro non lo sapevano. In me vi fu una rapida lotta tra gli antenati spagnole gli indios. E, forse per una rivincita della fantasia sulla realtà, vinsero questi ultimi. Risposi che avevo infatti una zia india.
“Con le piume?”.
“Una piuma: le donne ne portano una sola, ritta dietro la testa.”
“E fuma tua zia ?”.
“Certo che fuma. Tutti gli indios fumano: quando Colombo sbarcò a Cuba e li vide, nudi, che mandavano fumo dalla bocca, pensò che fosse una diavoleria perché nessuno conosceva il tabacco qui da voi. Non conoscevate nemmeno le patate, figurati!”.
Mio padre aveva l’ abitudine di intrattenersi con me a lungo, e mi diceva che gli indios erano un grande popolo, un popolo che aveva lottato eroicamente per difendersi dagli Spagnoli che, alla fine, li avevano sterminati. A Cuba, ormai, non vi erano più indios, il che mi dispiacque, noi eravamo di origine andalusa, venivamo da Cordova e da Siviglia,, dove un nostro antenato, Javier de Cèspedes, era partito per stabilirsi a Cuba nel 1513.
Così, sera per sera, mi narrava la storia del nostro Paese, che si rivelava sempre più affascinante. Mi racconti come gli indios scavavano canoe nei tronchi delle nostre palme, ve ne sono alte più di venti metri. Che dormivano in amache tese tra un albero e l’ altro, e che erano stati proprio loro a inventarle; che catturavano i caimani col laccio, e anche le iguane. E li mangiavano. C’erano i Siboney nel settentrione e i Tainos in oriente, la provincia dalla quale venivamo, ai quali mio padre era affezionato particolarmente. Per difendersi dagli Spagnoli, i Tainos si erano rifugiati sulla Sierra Maestra, una catena di montagne coperte da boschi impenetrabili, ma il loro coraggio non bastava contro le armi nemiche. Sicché, per non essere presi vivi,  si suicidavano, dopo aver ucciso tutta la famiglia, trafiggendosi con le lance; oppure si impiccavano e il nemico li trovava pendenti dagli alberi, come lividi frutti.
Il Cacicco Hatuey, poi,  gli Spagnoli lo acchiapparono con altri suoi compagni. Fecero un gran mucchio di legna, ci misero in mezzo un palo, e lo legarono al palo stretto stretto. Mentre stavano per dar fuoco al rogo, gli si avvicinò un frate. I frati, spagnoli anche loro, accompagnavano i militari in queste brutte azioni, e il frate gli disse che, se dopo la morte, voleva andare in cielo e continuare a vivere in eterno, doveva farsi cattolico, perché gli indios avevano un’altra religione. Il cielo, per Hatuey, era quello di Cube, dunque pensò che avrebbe potuto vedere tutto quanto accadeva. Ma prima di accettare, domando al frate se in Paradiso c’erano anche gli Spagnoli. Il frate rispose che: sì, perché sono cattolici. …. Allora Hatuey dichiarò che dove andavano i gli Spagnoli lui non voleva andare, che non voleva vivere con loro eternamente. Poi si rivolse agli sbirri e lui stesso ordino: candela!!
Chissà perché voleva una candela in quel momento, si dissero le mie amiche. Io, con aria saccente, spiegai che”candela” in spagnolo vuol dire fuoco.
Una volta una di loro osservò:” Sono proprio cattivi gli Spagnoli!””.
“Sì, cattivissimi “.”
“Allora anche voi, che discendere da loro, siete cattivi.”
Poi domandai a mio parere se noi eravamo cattivi come gli Spagnoli che avevano bruciato vivo il Cacicco Harvey.
E mio padre disse: ” Senti, ricordati sempre che non vi sono popoli buoni e popoli cattivi. Tutti i popoli sono buoni, se sono governati con giustizia e con amore.”
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