Nazionalizzazione: tingere di destra un concetto di sinistra

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di Marianna Sturba – 24 agosto 2018

Qualcuno ha sempre creduto alla sacralità della pubblicizzazione dei servizi essenziali per l’uomo.
Qualcuno ha dimenticato questa sacralità richiamato come Ulisse dal canto di Sirene bugiarde, da annunci incoraggianti che dipingevano le privatizzazioni come la nuova Atlantide.

Le stesse sirene che dopo tangentopoli hanno indicato la via della privatizzazione come strada che potesse salvare la nostra Italia, ma non solo, dalla corruttibilità umana.

Ma quanta ingenuità in questa idea? Quanta sciocca presunzione nel pensare il privato più ligio al dovere del politico?!
Credo sia importante ricordare sempre che la classe politica che governa una nazione è specchio della nazione stessa. Si tende a sostenere e votare chi si percepisce simile a sé, e  non raccontiamo oggi, in una finta ingenuità, che non eravamo a conoscenza della struttura corruttiva che era in essere in Italia fino all’evento “Tangentopoli”.
Non raccontiamo che non sapevamo che bastava essere “amico di un amico” per superare qualsiasi ostacolo.
E proprio perché figli di quella mentalità per anni abbiamo permesso che ci governasse chi reiterata un comportamento tanto ignobile, quanto utile a tutti.

Allora, come credere che il “privato” nella gestione del bene Pubblico sarebbe stato più integerrimo rispetto ai politici che lui stesso aveva sostenuto?

L’inversione di rotta, in tutte le cose è sempre prima culturale e poi comportamentale, e questa verità o viene assunta e sostenuta, oppure il rischio è di passare da un sistema di corruttela ad un altro.

La scoperta di tangentopoli e la conversione al liberismo della sinistra post-marxista, hanno aperto la strada delle privatizzazioni sostenute da tutti i governi di qualsiasi colore politico. Ma anche questa affermazione risulta parziale se non si ha l’onestà intellettuale di declinare l’accaduto leggendo con attenzione i dati di realtà. Il governo post-tangentopoli, dovette  privatizzare alcuni servizi perché il disastro economico lasciato dai governi pre-tangentopoli, non permetteva in alcun modo allo Stato di gestire i propri servizi. Non ne aveva le risorse, la privatizzazione si rende necessaria. In Italia cresce dopo quegli anni, un disinvestimento statale e un pensiero dilagante di diffidenza nei confronti dello stato, della gestione statale e degli statali.
Maggiore efficienza delle imprese private e lotta alla corruzione : questo doveva essere l’esito delle privatizzazioni, invece il liberismo ha preso di mira i diritti, le tutele, e il bene pubblico, raccontando che sono questi ad immobilizzare il mercato del lavoro. Così “gli statali” con tutte le loro tutele divengono il simbolo di una presunta élite di privilegiati che vanno ostacolati e non riprodotti. Da qui, i servizi si “esternalizzano”, il lavoro si precarizza inventando forme contrattuali flessibili che divengono il “collare a strozzo” del lavoratore.

Ora, dopo aver visto il fallimento della gestione privata del bene pubblico, che viene riportato alle cronache solo da morti e crolli, il governo inizia a parlare di nazionalizzazione.

Io parlerei di ripubblicizzazione.

La nazionalizzazione è l’intervento con cui lo Stato, mediante un provvedimento legislativo, acquisisce la proprietà, piena o parziale, o almeno il controllo, di determinate industrie private, o l’esercizio di alcune attività di preminente interesse generale (definizione Treccani).
La ripubblicizzazione è ricondurre sotto la mano pubblica un bene.
L’autostrada era pubblica, quindi perché parlare di nazionalizzazione? Questo termine viene usato impropriamente, il termine giusto sarebbe ripubblicizzazione.

Il dubbio che nasce nella mia mente è che nazionalizzazione ha un suono “di destra” , ripubblicizzazione, ha un sapore “di sinistra”, ed accettare che la visione di molti teorici della politica di sinistra, che ritenevano fondamentale il possesso da parte dello stato dei beni necessari all’uomo, sembra minare quell’enorme muro che ha dipinto la sinistra come improduttivamente statalista.

Con piacere è quindi da accogliere la volontà di restituire allo stato le sue responsabilità verso i cittadini. Con piacere si torna a ripercorrere le strade che la sinistra aveva indicato ritenendo lo stato il primo responsabile dei beni.
Alla base di questo ritorno al pubblico c’è la sana consapevolezza che la gestione deve essere collegata ad un sistema di responsabilità facilmente imputabili, al fine di riappropriarsi di un controllo che spesso nel settore pubblico non è stato esercitato. Insomma un pubblico che preveda controlli severi, come un privato, senza pensare tutto questo eseguibile solo togliendo i diritti ai lavoratori producendo così una nuova generazione e di “schiavi”.

Allora diamo il benvenuto alla destra che fa la sinistra perché null’altro potevamo aspettarci dopo aver visto la sinistra fare la destra.