E’ necessaria la riforma dei partiti: Morganti replica a De Bortoli

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Alfredo Morganti
Fonte: Il Corriere della sera

di Alfredo Morganti – 9 agosto 2016

De Bortoli vorrebbe la meritocrazia anche nei partiti. Da domani un candidato segretario dovrà presentare un curriculum e passare un esame alla Bocconi?

Oggi De Bortoli in un editoriale del Corriere ritorna sul tema dell’art. 49 della Costituzione. Ancora non attuato, scrive. È quello che assegna ai cittadini il diritto di associarsi in partiti per concorrere alla determinazione della politica nazionale. Perché inattuato? Forse i cittadini non sono stati liberi di iscriversi a un partito? Forse non sono esistiti dei partiti? Il dramma è un altro, a mio parere, ossia che questo diritto da un po’ non si attua più. I partiti sono divenuti ectoplasmi, il loro aspetto spettrale pregiudica la partecipazione democratica e li rende (se va bene) dei comitati elettorali o delle congreghe personali. Perché ciò è accaduto? Secondo De Bortoli, perché i partiti non sono più credibili, e perché la loro vita interna è oscura, poco trasparente. Il rimedio sarebbe dunque una normativa nazionale che li regolamenti per filo e per segno, così che essi siano costretti a mettere mano alle loro norme statutarie, propongano liste elettorali ‘sindacabili’ dall’esterno, spieghino se il candidato è tale per merito o fedeltà, adeguino la loro democrazia interna a una legge ad hoc, rispondano all’opinione pubblica sul piano formale.

Sarebbe facile dire che De Bortoli dà voce all’antipartitismo tipico della borghesia italiana, e di pezzi consistenti di popolo, educato all’idea che la politica debba essere fatta da individui ‘meritevoli’, tecnici, professori, ex rettori, élite burocratiche o tecnocratiche, e mai dai partiti. E che a questi spetti solo il compito circoscritto di creare consenso attorno ai leader che hanno vinto le primarie oppure ai tecnici meritevoli e/o competenti, rendendo così le burocrazie davvero ‘popolari’ e i tecnocrati dei veri e propri ‘amici del popolo’. Ma è questo il punto? Vi dico la verità, quando ho letto la richiesta debortoliana secondo cui i partiti debbano chiarire a tutti se i loro candidati siano tali per ‘merito o fedeltà’ sono saltat o dalla sedia. Ma che vuol dire? Che servono i curriculum, che bisogna essere laureati, che si deve essere scienziati per andare in Parlamento? O, di converso, che la fedeltà (ossia il contrario del’odierno spettacolo ‘relativistico’, per cui il deputato oggi è qui e domani è là, come cantava Patty Pravo) è un disvalore, una colpa, un peccato capitale? O meglio che l’unica fedeltà riconosciuta da De Bortoli è al ‘merito’, ossia ai curriculum?

Invece di chiedere la formale ‘regolamentazione’ dei partiti, invece di preoccuparsi che emerga il ‘merito’ a discapito dell’orribile fedeltà, invece di lavorare affinché i partiti stessi si tecnicizzino, perché non preoccuparsi del male vero? Ossia della loro distanza dalla società? Della loro implosione? Del loro essere espressione di clan, cerchie, congreghe e basta? E del prevalere dell’aspetto personale, individuale, leaderistico, elettorale, di interesse ristretto, a scapito di quello comunitario e sociale? In sostanza ciò che per De Bortoli è la soluzione (partiti trasparenti espressione di individui ‘competenti’ e meritevoli) è in realtà il problema! È ciò che oggi allontana i partiti dal popolo, ciò che li rende poco rappresentativi, personalistici, implosi in clan e cerchie interne invece di essere aperti e dialoganti con i soggetti sociali. Comitati e non organizzazioni. Se a ciò aggiungiamo l’Italicum, ossia un effetto di verticalizzazione del potere e di ulteriore riduzione della rappresentanza, la frittata è fatta e, forse, in via definitiva. Per questo, la soluzione per la politica in crisi è sempre e solo la politica, non i formalismi giuridici, non la tecnica sponsorizzata dalla borghesia intellettuale, non i marchingegni elettoralistici, non il leaderismo senza partiti. Poi, con comodo, quando si tornerà a parlare di nuovo il linguaggio della politica e i partiti torneranno a essere il ‘ponte’ tra società e Stato, allora, solo allora, potremmo accennare a possibili regolamentazioni. Ma allora, siatene certi, non ce ne sarà più bisogno.

Ecco il testo di Ferruccio De Bortoli pubblicato sul Corriere della sera http://www.corriere.it/opinioni/16_agosto_08/necessaria-riforma-partiti-ecf53ace-5cd4-11e6-bfed-33aa6b5e1635.shtml?refresh_ce-cp

La necessaria riforma dei partitti

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C’è una riforma che sarebbe opportuno che il Parlamento, dopo le vacanze, approvasse bene e in fretta. Prima del referendum. È quella che riguarda i partiti, la democrazia interna, la trasparenza sui finanziamenti. Curiosamente, ma non troppo, è stata messa un po’ da parte. A molti non piace. La subiscono più che promuoverla. Eppure è quantomai indispensabile. Per diverse ragioni. La prima di coerenza. In novembre saremo chiamati a votare sulla riforma costituzionale. Sono 47 gli articoli in discussione. Ma ce n’è uno che non è stato ancora attuato dal 1948. È l’articolo 49: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». I partiti che chiedono un voto sulle nuove regole delle istituzioni sarebbero più credibili se mettessero mano, senza indugi o ambiguità, alle proprie norme interne.

La seconda ragione è legata alla legge elettorale. Se l’Italicum verrà rivisto e si ritornerà a un sistema a collegi uninominali, una legge sulla trasparenza delle scelte è ancora più necessaria. Lo sarebbe in ogni caso. Se si vuole tutelare la democrazia rappresentativa, occorre rendere meno oscure e insindacabili le liste dei candidati o dei nominati che i leader dei partiti propongono agli elettori. Come sono selezionati? Per meriti o per fedeltà? Quali competenze hanno? Chi li finanzia?

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La terza motivazione è relativa allo stato di salute degli stessi partiti. Norme condivise sugli statuti, sul funzionamento delle primarie, sul tema spinoso delle fondazioni e dei loro sostenitori, avrebbero l’effetto di una cura ricostituente della fiducia popolare. Le regole sono un antidoto alle frantumazioni. Oggi, in mancanza di garanzie statutarie, i dissidenti sono spesso costretti alla scissione. Con una base giuridica più solida, ritrovare le ragioni per stare insieme (vedi Forza Italia) è impresa meno ardua. Le decisioni più delicate, per esempio nella galassia dei Cinquestelle, sfuggirebbero alla sgradevole sensazione di essere prese nello studio di Casaleggio jr che nessuno ha eletto. Pizzarotti, il sindaco di Parma, non verrebbe sospeso con una mail. O altri espulsi con coda giudiziaria. Le diatribe sulla proprietà di un simbolo (dalla Dc a Scelta Civica) avrebbero toni meno rocamboleschi. Per non parlare di chi scappa con la cassa.

Un testo unico, già approvato dalla Camera, relatore Matteo Richetti, e trasmesso al Senato il 10 maggio, è frenato dai dissidi interni al Pd e da altre riserve, nonostante sia una sintesi di 22 proposte diverse. Contiene molti passaggi di buon senso, ma è certamente migliorabile. Crea una normativa quadro entro la quale scrivere gli statuti, il cui obbligo è già previsto dal decreto Letta (149 del 2013) che ha istituito il finanziamento con il 2 per mille. Introduce una dichiarazione di trasparenza per la formazione delle liste, chiarisce i poteri degli organi interni, la legale rappresentanza, dà all’iscritto il diritto di sapere chi sono gli altri aderenti alla sua sezione. Permette di fare luce su tutti i finanziamenti, al di là dei limiti attuali, specie quelli più coperti (chi mette a disposizione le sedi o fornisce gratuitamente mezzi e pubblicità). Concilia le nuove norme con il diritto di libertà d’associazione e i ragionevoli problemi di privacy.

La piena attuazione dell’articolo 49 della Costituzione sulla democrazia interna dei partiti è stata frenata, nel secolo scorso, dalla preoccupazione — non infondata specialmente negli anni più bui della guerra fredda — di un’invadenza dello Stato e dei governi ai danni della libertà politica e del diritto d’opinione. L’opposizione del Partito comunista è bene spiegata nel libro di Lodovico Festa La provvidenza rossa (Sellerio): «Le finalità apparenti di una struttura organizzativa dissimulavano realtà più complesse e, soprattutto, sensibili». Era una «felice o infelice ambiguità» come è stata definita in uno scritto di Giuliano Amato e Francesco Clementi. Ma che ebbe «rilevanti effetti distorsivi nel rapporto fra cittadini e autorità» creando le condizioni di un’occupazione partitocratica delle istituzioni. Una degenerazione alla quale la stessa riforma costituzionale si propone di porre rimedio.

Ecco perché una legge ordinaria sui partiti non è ulteriormente rinviabile. Una sua convinta approvazione sgombrerebbe il campo referendario da molti dubbi e polemiche, facilitando la scelta degli elettori. Conoscere meglio i partiti, il loro finanziamento, le modalità di scelta dei vertici, il ruolo delle fondazioni, contribuisce a sciogliere quella patina di sospetto e pregiudizio, a volte esagerato, che alimenta il populismo e l’astensione e indebolisce nelle fondamenta una democrazia rappresentativa già troppo sfibrata.

7 agosto 2016 (modifica il 7 agosto 2016 | 21:36)
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