Lavoro

Pubblicato il 25 marzo 2018 | di Simone Fana

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Nella Emilia che fu rossa i diritti finiscono al macello

ecco di cosa dovrebbe occuparsi la sinistra…

di Simone Fana

Le lancette della storia sembrano tornate rapidamente indietro in Emilia Romagna. La diversità del modello emiliano appare un’immagine di un tempo lontano, collocato nella memoria di un secolo che fugge, come fuggono dal presente le conquiste operaie e le fondamenta di una civiltà che ruotava attorno al nesso tra sviluppo economico e coesione sociale. Dalla ricca provincia modenese, quella del miracolo della crescita diffusa, emergono nuove ferite che evocano il sangue versato dai braccianti nelle campagne della Romagna dell’800 o degli operai trucidati, proprio a Modena, nel 1950 da un commando di forze militari dopo uno sciopero. Ed è in questo drammatico risveglio, che emergono le storie dei lavoratori sfruttati, vittime di rappresaglie, di ritorsioni, costretti ad obbedire ad un’organizzazione del lavoro che fa a pugni con la legalità democratica. In questa lunga scia di normalizzazione dello sfruttamento si collocano i 75 licenziamenti che hanno coinvolto ormai da qualche settimana i soci-lavoratori di due cooperative che operano nel ciclo produttivo della Castelfrigo, una delle aziende più importanti nella macellazione delle carni del distretto modenese. Vignola, Castelvetro, Castelnuovo sono i luoghi in cui si consuma lo strappo violento con le conquiste del passato. Sono i territori in cui un sistema capillare, promosso da alcune imprese del settore della macellazione delle carni, opera in un regime di compressione dei diritti sindacali e delle libertà costituzionali dei lavoratori.

Una storia che va avanti da quasi un decennio e che negli ultimi cinque anni ha subito una brusca accelerazione. Nel 2016 la Flai Cgil pubblicava il suo terzo rapporto annuale, intitolato Agromafie e caporalato, in cui registrava le nuove forme di organizzazione del lavoro che da Nord a Sud coinvolgono il comparto agro-alimentare. Alcune pagine di questo importante lavoro di inchiesta sono dedicate proprio alla situazione del contesto modenese. La provincia di Modena è la seconda provincia italiana per fatturato nell’ambito della macellazione e della lavorazione delle carni. Dietro questa cifra statistica si nasconde un mondo sommerso, costituito da una rete di cooperative “spurie” nate per abbattere i costi di produzione e per disperdere le responsabilità d’impresa nella coda del processo di lavoro. Un “sistema”, in cui le aziende che operano nella macellazione appaltano intere fasi o linee produttive ad una filiera di società, prive dell’autonomia organizzativa prevista dal codice degli appalti, dilatando le responsabilità lungo il ciclo produttivo. Il sistema degli appalti diventa la leva strategica per comprimere il costo del lavoro, servendosi del regime agevolato delle cooperative in riferimento alla gestione delle ore lavorate, ai minimi salariali sino alle agevolazioni contributive. Da uno studio recente dell’Osservatorio sul caporalato si stima che il risparmio netto sul costo del lavoro delle aziende committenti si aggiri intorno al 40 per cento. A queste cifre si aggiunge il rapporto della Guardia di Finanza che stima, tra il 2012 e il 2014, in 20 milioni l’evasione Irap (la tassa sulle imprese) e in circa 10 milioni l’evasione dell’Iva. Ovvero tutte quelle risorse che le aziende committenti dovrebbero restituire all’erario e che vengono invece sottratte con il ricorso al sistema degli appalti e alla dispersione delle responsabilità tra le imprese che occupano il ciclo produttivo.

Un sistema collaudato, che consente di sfruttare migliaia di lavoratori, in larga parte stranieri, il cui status giuridico è legato a doppio filo all’inserimento nelle catene del sub-appalto e del lavoro informale. L’estrema ricattabilità dei lavoratori stranieri, costretti ad accettare basse condizioni normative e salariali per garantire la propria sopravvivenza e la permanenza in Italia, viene utilizzata dai nuovi caporali per garantire la performance economica delle imprese appaltanti. Sempre la Guardia di Finanza ha scoperto che dal 2012 al 2014 in Italia su 1000 lavoratori stranieri circa 900 non sono in regola, ovvero vivono in un regime contrattuale privo delle garanzie e delle tutele minime, dall’intensificazione degli orari di lavoro all’assenza dei contributivi previdenziali. Un contesto aggravato dalle ultime riforme del lavoro, che hanno allargato le maglie della flessibilità, dilatando notevolmente lo spazio per comportamenti lesivi dei diritti dei lavoratori. Tra questi un ruolo centrale assume la depenalizzazione del reato di somministrazione fraudolenta di manodopera, inserito nel decreto legislativo n. 81 del 2015, nell’ormai tristemente noto Jobs act. La norma sostituisce la sanzione penale per chi somministra illecitamente manodopera con una sanzione amministrativa. La legge agisce eliminando la deterrenza per i soggetti che somministrano illegalmente manodopera allo scopo di eludere le norme inderogabili di legge o di contratto collettivo. In questa fattispecie ricadono quell’insieme di soggetti come le cooperative “spurie” o le false agenzie interinali che “offrono” manodopera a basso costo alle grandi aziende appaltatrici o ad altre società satelliti che operano nella filiera produttiva. Si tratta di un dumping sociale legalizzato, in cui il legislatore alimenta e diffonde pratiche di elusione fiscale e di compressione dei diritti e delle libertà dei lavoratori. Un fenomeno che sta dispiegando tutti i suoi effetti negativi nell’intera organizzazione del lavoro, travalicando settori e comparti produttivi sino ad estendersi all’intera struttura produttiva dell’economia italiana.

Il gioco degli appalti e la frammentazione delle filiere produttive è divenuto nel tempo la forma prevalente del sistema produttivo italiano, favorendo nel mercato del lavoro la formazione di segmenti sempre più poveri di lavoratori. Dalla logistica, ai distretti del tessile, dalla grande industria metalmeccanica che appalta singole fasi di produzione, ai lavoratori delle pulizie o delle mense scolastiche che operano nella pubblica amministrazione. Il sistema delle sub-forniture è il punto più alto della mercificazione del lavoro, è la trasformazione del nesso tra lavoro e libertà iscritto nella nostra Costituzione, nel suo contrario, lavoro come oppressione, come sfruttamento senza fine.

leggi anche su Il Venerdì di Repubblica del 9 marzo 2018

Il macello emiliano: caporalato e false coop   

Autore Originale del Testo: Simone Fana

URL della Fonte (link): https://left.it/2017/11/04/nella-emilia-che-fu-rossa-i-diritti-finiscono-al-macello/

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