Non voglio due fustini, tengo il mio

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di Luca Billi – 8 maggio 2018

Quarant’anni fa: nei primi giorni di maggio le famiglie italiane guardavano con crescente angoscia il telegiornale, aspettando una notizia che tutti sapevano che sarebbe arrivata, ma che non avrebbero voluto ascoltare. In quelle stesse sere, prima o dopo il telegiornale, potevamo vedere sul piccolo schermo una scena ormai diventata consueta. Paolo Ferrari, elegante in giacca e cravatta, i capelli brizzolati, avvicina una signora che è appena uscita da un negozio, dove ha acquistato un fustino di una nota marca di detersivo per la lavatrice; con la sua bella voce – la voce con cui Humphrey Bogart seduce Lauren Bacall – propone alla signora di scambiare quel fustino con due fustini bianchi, di marca ignota, ma lei non cede alla lusinga, perché “più bianco non si può”.
Mi dispiace ricordare un grande attore come Paolo Ferrari, che ha fatto davvero tante cose in teatro, al cinema e in televisione, solo per questa pubblicità, ma certamente quegli spot – anche se non li chiamavamo ancora così – hanno raccontato quel decennio. Sono anni della storia di questo paese di cui non si può avere nostalgia: mentre Paolo Ferrari proponeva questo scambio di fustini, venivano uccisi Aldo Moro e Peppino Impastato, venivano messe le bombe nelle piazze e sui treni, veniva picchiato a morte Pier Paolo Pasolini, veniva introdotta la legge Reale, venivano uccisi dalla polizia Franco Serantini, Francesco Lorusso e Giorgiana Masi. Era una brutta Italia, carica di violenza. Ed era un’Italia democristiana, moralista e ipocrita maschilista e conservatrice.
E anche quella pubblicità, apparentemente innocente, ci raccontava un’Italia stereotipata, in cui solo le donne andavano a fare la spesa e solo a loro spettava il compito di lavare i panni, anche se “aiutate” dalla lavatrice e dai detersivi che “più bianco non si può”. I creativi di oggi sarebbero politicamente e ipocriticamente corretti: Paolo Ferrari dovrebbe rivolgere la sua domanda anche a un uomo, a una donna di colore, a una lesbica, per non urtare le sensibilità della “nuova” Italia.
La cosa drammatica però è che, se non possiamo avere nostalgia di quello che eravamo, non possiamo neppure essere contenti per quello che siamo diventati. L’Italia di oggi non è migliore di quella di quarant’anni fa. A partire dalla violenza con cui la pubblicità ha dilagato nelle nostre vite. Ai tempi di Paolo Ferrari la pubblicità aveva i suoi spazi, in televisione, sui giornali, in strada, ora è ovunque e non ha limiti. La televisione è di fatto un contenitore di pubblicità, con in mezzo brandelli di informazione e pezzi di film.
E poi questa invadente pubblicità è fatta così male. Paolo Ferrari sapeva quando in una parola la lettera e era aperta o chiusa e la pronunciava come doveva essere fatto, perché aveva studiato per recitare e poi aveva imparato da chi lo sapeva fare, e recitava quelle piccole scene come fosse uno degli sceneggiati di cui era protagonista. Ora c’è ovunque, dai telegiornali alle informazioni di servizio, questa indistinta calata dialettale, che è diventata una sorta di “nuova” lingua. Per lo scambio di fustini non verrebbe più scritturato un attore, ma uno del Grande fratello, uno sconosciuto baciato casualmente dal successo. Perché per fare l’attore non serve più aver studiato, basta andare in televisione. E così per fare qualunque altro mestiere. Questo è il tempo di un’incompetenza arrogante, perché più non sai fare, più vieni pagato per quello che non sai fare. Oppure per quegli spot verrebbe utilizzata una di queste giovani donne, gambe lunghe, seni generosi, vita stretta, occhi grandi, che riempiono i nostri schermi, offrendo loro sì un’immagine stereotipata della donna, molto più delle casalinghe fedeli al loro detersivo e segretamente infatuate di Paolo Ferrari, che parlava loro con la voce di Humphrey Bogart.
Dopo quarant’anni è un’Italia apparentemente meno violenta: è vero, perché non vengono messe più le bombe nelle stazioni e non si uccide più per strada. Ma certamente è un’Italia più volgare, più ignorante, più cattiva. E anche se non è più democristiana – rischiamo di rimpiangere perfino questo – è ancora più moralista e ipocrita, più maschilista e conservatrice. E, a suo modo, anche più violenta, perché esisti solo se compri quel fustino e, se non ti puoi comprare quel fustino, allora puoi anche morire.