Nuova Costituzione: il plebiscito prossimo venturo

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Alfredo Morganti,

di Alfredo Morganti 14 aprile 2016

L’articolo 138 della Costituzione prevede la possibilità di referendum ove la legge costituzionale sia stata approvata da una maggioranza assoluta dei componenti delle due Camere, e non da due terzi di entrambe. È il nostro caso. Possono richiederlo “un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali”. Ciò posto, si tratta adesso di capire CHI chiederà questo referendum, perché questo fa la differenza. Se fosse la minoranza parlamentare a farlo, sarebbe nella logica dei pesi e contrappesi democratici. Essa eserciterebbe linearmente una precisa prerogativa, quella di chiedere che il popolo si pronunci su un esito legislativo di cui non è responsabile, non avendone approvato il testo. Ma se fosse invece la maggioranza a raccogliere le firme presso i propri deputati e senatori, la questione apparirebbe davvero curiosa. Perché mai il governo (in sostanza) dovrebbe chiedere al popolo di confermare un provvedimento che il Parlamento ha già approvato, persino sgomitando, in sede istituzionale?

È evidente che non si tratterebbe di esercitare le tipiche prerogative dell’art. 138 in termini di garanzia e di verifica popolare, ma di richiedere una sorta di plebiscito, una marea di ‘sì’ in appendice confermativa extra-istituzionale del testo, oltre e per certi aspetti persino CONTRO le istituzioni rappresentative che pure hanno licenziato la norma. Per certi aspetti, sarebbe quasi una delegittimazione delle medesime. Avrebbe ragione il professor Lauricella a sostenere, peraltro, che “se il PD dovesse comunque richiederlo [il referendum] questo significherebbe spostare la definitiva approvazione della riforma , affidandola al voto popolare del referendum”. ‘Spostare’ è come dire che la decisione del Parlamento è di fatto nulla rispetto alla vera decisione, plebiscitaria, quella del popolo. Una decisione che, peraltro, si eserciterebbe direttamente sulla persona e sul destino del premier, che ha immediatamente personalizzato il voto referendario, dicendo che in caso di sconfitta lui ne trarrebbe le conseguenze.

Il PD (e cioè Renzi) richiedendo, dunque, il referendum giocherebbe d’anticipo rispetto ad altri possibili richiedenti. E così facendo caratterizzerebbe la natura della sfida referendaria, personalizzandola all’estremo. Se la richiesta venisse dalle minoranze parlamentari, si tratterebbe di una normale consultazione popolare. Se venisse invece dal PD, il conflitto sarebbe snaturato (e quindi ricomposto) a livello plebiscitario. La verità, probabilmente, è che il governo non vuole un ‘normale’ confronto di opinioni nel Paese, ma una guerra ideologica e personale, un’ultima disfida, la madre di tutte le consultazioni. Tutta giocata sulla comunicazione-politica, sul marketing e sul ‘corpo’ del premier. Io credo, invece, che se questo confronto lo si giocasse sul piano della ragionevolezza (secondo il dettato vero dell’art. 138) il ‘no’ potrebbe vincere. Basterebbe leggere in TV i nuovi articoli, le loro contorsioni concettuali, il pessimo italiano in cui sono scritti, la totale o quasi oscurità del loro dettato (a partire dall’articolo 10) per creare forme di sbalordimento generali foriere di ripulsa. Come disse Moretti? Chi parla (o scrive) male, pensa male. Così è anche per la nuova Costituzione, che è davvero figlia di menti contorte e ambizioni personali smisurate. Basterebbe mostrarlo a tutti con chiarezza per ottenere dei risultati tangibili.

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