Pacco di Natale

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L’ex premier ha coronato il suo sogno: rottamare il Pd. L’ha fatto con ambiguità piazzando il suo Manchurian Candidate, quel Minniti che aveva domato le tribù berbere eppure si era fidato di lui

di Lucia Annunziata – 6 dicembre 2018

Almeno uno di noi a Natale potrà festeggiare.

Almeno Matteo Renzi quest’anno infatti ha coronato il suo sogno: rottamare il suo Partito. Di quell’oggetto permanente della sua concupiscenza, mostro sacro cui ha dedicato una intera giovinezza, pianificandone assalti e conquista, teca ambita dei suoi trionfi, diventata poi spesso la bara delle sue ambizioni, è riuscito a liberarsi. Finalmente. Ed è tutto suo merito, perché se è vero che la sinistra sta sparendo per via della Storia, della fine del Secolo e della rivoluzione industriale in corso, continua a non capire di essere finita – e pochi oggi hanno il coraggio di scuotere le masse istupidite svegliandole sul loro destino futuro. Matteo Renzi invece si è preso il duro compito di suonare il campanello, chiamare il dottore e pietosamente chiudere gli occhi al malato. Conquistandosi il grande titolo di Ultimo Segretario di un partito del ‘900. Che a voi oggi suona un po’ sminuente, ma visto da qui a venti anni, che dico?, dieci, capirete quanta visione politica c’era in questo passo.

Renzi avremmo dovuto inventarlo se non fosse arrivato. Sono giorni come questi che ce lo confermano. La sua scure su Minniti ha chiarito l’orizzonte, ha svelato di quanta fragilità e illusioni è fatto ormai quel pezzo della politica italiana che ancora si intesta una idea della sinistra. E questo nemmeno i peggiori detrattori del fiorentino potranno negarlo.

Non c’è dubbio infatti che il giorno dopo il ritiro di Minniti sappiamo ben di più di prima. Sappiamo intanto di che pasta è fatta lo stesso ex inquilino del Viminale. Uomo duro, uomo d’ordine che nella vita ha maneggiato i dossier più delicati, ha preso le decisioni più ingrate, ha subito assalti vari, e non solo verbali, riprendendo sempre equanima distanza dalle emozioni passeggiando con i suoi amati cani sulla spiaggia ventosa. Questo uomo che ha domato le tribù berbere andando nel deserto, si è poi consegnato mani e piedi a Matteo Renzi. Fidandosi di lui, credendo nella parola data e nella fedeltà del cerchio magico. A riprova della sua intelligenza appena si è accorto dello sbaglio ha mollato la presa, ma lo stupore rimane: com’è possibile che si sia fidato di Renzi?

Il fatto è che di Renzi prima o poi si sono fidati tutti nel Pd. E ognuno ha preferito affidarsi per un qualche tornaconto. Bersani aveva pensato che fosse un giovane inesperto, ed era convinto di batterlo facilmente nelle primarie, Enrico Letta aveva creduto allo stai sereno, Delrio gli attribuiva poteri profetici chiamandolo Mosè, Richetti pensava che fosse il suo migliore amico, Napolitano pensava che avrebbe fatto le riforme istituzionali. Gli psicanalisti credevano al suo rovesciamento della relazione Telemaco-Ulisse, come metafora dell’Italia in Europa. Migliaia di giovani credevano li avrebbe liberati dalla palude della onnipresente generazione degli anni sessanta, e migliaia di donne si specchiavano in Maria Elena simbolo del nuovo femminismo. Il mondo intero a un certo punto lo ha incoronato il nuovo volto della politica in Europa.

Da anni del resto non nasceva a sinistra un leader con le stimmate di tale energia e di tale immaginazione. La coniugazione di parole come cambiamento e rottamazione valeva da sola una rivoluzione nella grammatica politica della sinistra – in verità, nella grammatica dell’intero paese. Da anni qualcuno non prometteva all’Italia lo svecchiamento delle nostre anchilosate abitudini sociali, e delle chiuse e numerose caste in cui era degenerato il sistema. Anche a sinistra.

Visto con gli occhi di oggi quella accoppiata linguistica, Cambiamento e Rottamazione, preannunciava la rivoluzione culturale che poi sarebbe stata portata, dopo Renzi, dai Cinque Stelle. Mai più dunque la sinistra si è trovata nel suo tempo come in quei pochi mesi della avanzata inarrestabile del Renzismo. Mesi in cui criticare il fenomeno creava uno status da pariah nel dibattito nazionale. La discriminante era fideistica: credere o non credere a Matteo Renzi. Bastava farsi in quel periodo qualche domanda sulla riapparizione del fideismo nel rapporto con il leader (possiamo osare nominare Stalin?) per capire qualcosa di quel che la sinistra è diventata.

Da allora ad oggi è inutile ripercorrere le tappe.

Che quella impennata di entusiasmo e predicazione fosse solo una cortina di fumo si è presto scoperto. Il giovane fiorentino voleva rottamare si, ma per tutt’altro progetto. Matteo Renzi ha sempre pensato che il Pd che pretendeva di riformare, e la stessa area politica che voleva rinnovare, erano solo ostacoli, carne morta, un residuo del passato. Solo ormai un ottimo serbatoio di voti. II suo progetto era spostare quei voti verso un’area conservatrice, e farne la base per un partito personale.

In questo ultimo senso, Matteo Renzi è stato il primo ad annusare anche il tempo del populismo in arrivo.

Ci sono torti in questo progetto? Per nulla. Un leader politico ha il diritto a ogni sogno e a ogni battaglia che considera meritevole.

La sua responsabilità è stata quella di non dichiarare mai chiaramente questo suo percorso. Fino all’ultimo sempre, in questi anni; come in questo ultimo caso delle primarie, condotte come sempre sul filo del rasoio delle ambiguità, se non del doppio gioco, mettendo in campo un suo Manchurian candidate, Minniti. Il quale sarà stato, come abbiamo detto, ingenuo ma non un coglione. E si è fatto saltare, da vero uomo di armi, insieme alla sua candidatura. Svelando l’equivoco di oggi e, in filigrana, i molti equivoci del passato.

La vicenda è ora allo scoperto. L’Ultimo Segretario si farà il suo movimento. Una nuova scissione chiude definitivamente la storia del Partito come è stata finora. Il Pd è decisamente imploso. Ma tutto questo costituisce anche una chiarezza fatta. Una chiarezza che, occorre dirlo, illumina da ora in poi non solo le responsabilità di Renzi ma anche quelle delle tante connivenze di una organizzazione che lo ha a lungo sostenuto e che certo oggi non si può reinventare innocente di un disastro ampiamente annunciato.