Parigi: “Ça n’ètait qu’un dèbut…” (continuons le combat, ou non?)

0
149

di Franco Cardini – 9 dicembre 2018

EFFEMERIDI DELLA CRISI EUROPEA

Permanenza dei “grandi temi” dell’euro, dei migranti e della Brexit, “cambio della guardia” alla CDU con addio alla politica (o forse quasi) da parte dell’unica figura di statista europeo in questi anni rilevante – che piaccia o no è stata e resta Angela Merkel – ecc. Ma senza dubbio in questi giorni il clou degli avvenimenti si è svolto a Parigi.

PARIGI: “ÇA N’ÉTAIT QU’UN DÉBUT…” (CONTINUONS LE COMBAT: OU NON?)

Gilets Jaunes: vogliamo tentare l’identikitdi un movimento? O è ancora troppo presto? O è ormai troppo tardi?

Dal momento che, ormai da qualche anno, passo più tempo a Parigi che a Firenze, mi è alquanto dispiaciuto non poter essere testimone oculare dell’evento di rilievo delle ultime settimane: la sfavorevole congiuntura del mio stato di salute mi ha consigliato di restare a Firenze, vicino ai miei, in un momento nel quale la loro assistenza mi era necessaria. Sono i casi della vita. Però, appunto, le mie numerose liaisons nella Ville Lumière mi hanno comunque permesso di godere di una prospettiva un po’ appartata, però abbastanza privilegiata.

Anzitutto i dati relativi al “Sabato dell’Immacolata”, ieri 8 dicembre. Era stata quasi corale l’istanza di politici e di media a livello europeo: le proteste vanno bene, un certo margine di disordine in tali casi è fisiologico e non è sintomo grave, l’eccesso in termini di violenza però è condannabile e dev’essere represso senza pietà. A dire il vero, ho sempre trovato vagamente peloso un atteggiamento del genere, che potrebbe sembrare moderato e ragionevole. Le democrazie occidentali non perdono mai occasione per celebrare le Rivoluzioni del passato riconoscendo in esse il loro fondamento etico e storico: la glorious revolution britannica, quindi quella americana, poi quella francese e magari quella messicana del 1917: fino a poco tempo fa, qualche ardimentoso metteva nel nòvero degli eventi lodevoli anche la Rivoluzione d’Ottobre, ma adesso al riguardo v’è maggior cautela. Per  tacer poi di movimenti più complessi e di magari minor intensità ma di più lunga durata, associati “d’ufficio” agli eventi “rivoluzionari”: così il Risorgimento e la Resistenza. Sul piano etico-storico (uso quest’aggettivo composito pur essendo ben conscio della problematicità della sua declinazione) pare che il main stream del pensiero occidentale (se e nella misura in cui esiste ancora) si schieri decisamente con le rivoluzioni – pur, sia chiaro, “condannandone gli eccessi”: gran bella frase colma di buon senso e di prudenza, peccato solo che non voglia dir nulla…). Però, se e quando un movimento “rivoluzionario” nuovo, o che tale potrebb’essere, si affaccia alla ribalta della cronaca, la condanna è pregiudiziale e globale o quasi. Lasciando il dubbio che in fondo le cose stiano in più chiari e, ohimè, molto meno onorevoli termini: che cioè nella visione politica e mediatica corrente le “rivoluzioni” si dividano in due categorie, quelle che hanno successo e delle quali è quindi consigliabile dir bene (anzi, correre in loro soccorso, com’è bello e consigliabile fare sempre nei confronti dei vincitori) e quelle che subito o alla lunga sono sconfitte, e che sono pertanto corvéables et bâtonnable à merci. Per il momento, il prevalente commento dei politici e dei media all’indomani di un movimento che si considera – a ragione? – fallito e sfiancato nelle sue espressioni più dure e violente è di soddisfazione: controllati e isolati i casseurs, che dovranno essere esemplarmente puniti, ora via libera ai dialoghi con l’ala moderata e ragionevole del movimento. Che ha ricevuto la simpatia di Trump, e ciò senza dubbio non gli ha fatto bene; ma che tuttavia è oggetto di generalizzato, benevolo interesse. Anche perché, diciamoci la verità, Monsieur Macron si è rivelato e si sta rivelando peggio del suo predecessore monsieur Hollande: e siamo in tanti a domandarsi come ciò sia stato possibile, mentre a distanza la cosa rende ancor più ridicoli gli atteggiamenti da Bonaparte in sedicesimo che egli sfoggiava qualche mese fa, quando inspiegabilmente si proclamava con sicurezza il leader-salvatore d’Europa (e impartiva a noi italiani preziose lezioni di etica dell’accoglienza dei migranti, accompagnate magari da fantasiose violazioni di confine: aux “Macaronis”, on peut faire n’importe quoi, n’est-pas, Monsieur le Président?

Dal canto mio, dal momento che di mestiere faccio pur sempre il medievista (e ho grande nostalgia dei lunghi anni nei quali l’ho fatto a tempo pieno), sarei tentato di buttarmi in un’analisi cromo-antropologico-simbologica, à la Michel Pastoureau, del colore della  sommossa, il giallo dei gilets, colore del pericolo e delle epidemie, colore del “falso oro” e quindi della falsa verità, che il IV concilio lateranense del 1215 attribuì agli ebrei (seguendo per la verità una suggestione musulmana) e che modernamente è stato sovente attribuito agli omosessuali. E’ divertente (ed è stato proprio Pastoureau a studiarlo in un saggio famoso) che l’accoppiata giallo-verde in araldica sia una “combinazione disonorevole”, dal momento ch’è propria dei folli (e dei giullari): una considerazione che nell’Italia di questi tempi, quella del governo leghista-pentastellato, sarebbe carica di una sua impertinente significatività. Sed de hoc satis: tanto più che la neo-“Lega Nazionale” di Salvini sembra piuttosto orientata a rilevare dai vecchi nazionalisti sabaudi e dai berlusconiani il tradizionale colore patriottico italico, l’azzurro, originariamente a quel che pare derivato dalla Madonna protettrice della dinastia sabauda. Ma veniamo a noi e alla cronaca.

Difficile dire, seguendo gli eventi di questo sabato, quale sarà la conclusione della giornata di protesta. Al momento, sembra relativamente più tranquilla rispetto a quella di sabato scorso: inferiore il numero degli incidenti a Parigi, i manifestanti meno concentrati nella capitale ma più diffusi sul territorio, tra provincia e altri grandi centri urbani, a partire da Marsiglia. I dati conclusivi parlano di circa 125.000 gilets jaunes manifestanti in tutto il paese, dei quali 10.000 nella capitale. I fermati sono stati quasi 1400, con un migliaio di arresti (i tre quarti nella sola Parigi) e di 118 feriti dei quali 17 poliziotti (ci si aspettava addirittura la guerriglia urbana con qualche morto: quindi è andata bene), ma auto in fiamme e negozi saccheggiati, quindi con tratti di sommossa urbana con forti infiltrazioni teppistiche (o nihiliste?). Il particolare delle auto incendiate appare involontariamente umoristico e contraddittorio, dato che la causa occasionale del movimento è stata le tasse sulla benzina che colpiva in modo particolare chi deve usare l’auto per il proprio lavoro. D’altronde, criminalità e teppismo (saccheggi compresi) sono un fisiologico aspetto della sommossa: non c’è da meravigliarsene e/o da scandalizzarsene più di tanto. Interessante la componente militare di alcuni di questi episodi: la disciplina e l’organizzazione di alcuni gruppi; patetica la tendenza diffusa al narcisismo postmoderno dei selfies, che mostra come sia molto più facile attaccare il sistema che liberarsi della sua intima egemonia.

Il “Bollettino della Vittoria” del presidente Macron e del premier Philippe è stato, per la verità, di basso profilo, insistendo su “una strategia di mantenimento dell’ordine basata su reattività e mobilità” (una formula che pare suggerita da Monsieur de la Palisse: appare chiaro immaginarne una diversa) e proclamando “La vigilanza resta. Il dialogo già avviato deve continuare perché nessuna tassa dovrà mettere in causa l’unità della nazione. Il presidente parlerà nei prossimi giorni per proporre misure che consentano alla nazione di ritrovarsi”. C’est à dire, fuori dai denti: il governo sa di avere sbagliato tutto, i manifestanti avevano ragione, i loro crimini resteranno impuniti ma non sognatevi di pensare che al governo ci saranno dimissioni.

Certamente, sull’esito di relativamente basso profilo della giornata hanno pesato i proclami del governo e delle forze dell’ordine circa il timore di incidenti gravi, eventualmente di morti nelle strade, nonché i fermi effettuati preventivamente. Tuttavia, il movimento sembra ancora estremamente vitale e destinato a durare.

Per questo è importante cercare di comprendere di cosa si tratta e chi sono i gilets jaunes. Due sono i fattori principali che hanno innescato il movimento: da una parte, la crisi profonda dei partiti tradizionali, che durante le ultime elezioni sono affondati, ma che era evidente già da prima; dall’altra, l’importanza dei social networks nel creare un nuovo tipo di movimento, privo di punti di riferimento chiari, però multiforme e proprio per questo difficile da prevedere e controllare. In particolare, Facebook, ormai ritenuto una piattaforma “vecchia”, ha giocato un ruolo importante nel lanciare la protesta. I gilets jaunes non fanno capo a un solo gruppo; ve ne sono infatti molti, da “la France en colère !!!”, che conta 285.000 membri, alle diverse varianti intorno al nome e al colore dell’indumento che ormai li caratterizza, che pure raggruppano molte decine di migliaia di persone. Infine, c’è la componente localistica, estremamente forte, che fa riferimento a zone, regioni della Francia, che pure nell’insieme si riconosce nel movimento. È chiaro che, in tale varietà di gruppi, sono possibili infiltrazioni, presenza di estremismi di destra e sinistra, così com’è spesso assente un linguaggio politico in senso tradizionale, sostituito da un idioma popolare condito talvolta di sessismo, omofobia, affermazioni generiche e poco fondate: di fake news, come si dice oggi. Tuttavia, chi ha provato a calcolare a quanti “iscritti” (formalmente o meno) ammonta il totale di questi gruppi, è arrivato a contarne oltre due milioni e mezzo. Non tutti sono per le strade a protestare, naturalmente: ma la sensazione generalizzata è che il movimento abbia un solido sostegno popolare.

Le ragioni della protesta sono diverse: la miccia è stata data dall’annuncio di nuovi aumenti delle tasse, in particolare di quelle sui carburanti, che pesano soprattutto sulle fasce di reddito medie e su coloro che, non abitando in città, non hanno mezzi pubblici per spostarsi da un luogo all’altro. La divisione fra la campagna e la città, Parigi in particolare, è in Francia molto forte e si era vista già nelle ultime elezioni. In generale, però, è l’aumento di tutte le imposte a pesare sui redditi medi e medio-bassi, che vedono le politiche governative ormai da un bel po’ di tempo a questa parte, applicare misure molto differenti nei criteri di tassazione. Il governo guidato da Macron ha tolto l’imposta di “solidarietà sulla fortuna” (ISF), sostituendola dall’1 gennaio 2018 con l’imposta sulla fortuna immobiliare. Si è trattato di un provvedimento di chiara marca liberista particolarmente odioso che rinuncia a tassare, com’era invece tradizione in Francia, gli attivi finanziari molto elevati: Macron, a dire il vero, l’aveva presentata già in campagna elettorale come un modo per invogliare gli investitori a non fuggire dal paese. In altri termini dando per scontato che chi ha soldi ha tutto il diritto di darsi a qualunque speculazione, anche a danno della società civile alla quale appartiene, e l’unica cosa che si può fare nei suoi confronti è consentirgli di continuare e delinquere de facto. Un po’ come periodicamente hanno fatto i governi italiani con gli evasori fiscali: proponendo condoni e stracciando cartelle fiscali, mentre s’intensificano le bacchettate sui contribuenti onesti ai quali non si perdona neppure la minima svista.

Oltre a questo, in Francia c’è il problema, comune a molte altre nazioni, delle grandi imprese che non pagano le tasse, o ne pagano una minima parte, sul suolo nazionale: perché sono transnazionali e hanno le proprie “residenze fiscali” lì dove più conviene; per esempio, restando in Europa, in Lussemburgo. È il caso di Amazon, che su questo ha costruito buona parte della propria fortuna. Un’altra richiesta che si sente risuonare nelle piazze francesi riguarda l’innalzamento dello SMIC, cioè del salario minimo garantito. Nelle campagne, ci può essere risentimento verso una politica che garantisce le grandi città contro la provincia; ma nelle grandi città ci sono i marginali delle banlieues che hanno i propri conti da presentare: a Marsiglia, per esempio, è ancora forte l’emozione per il palazzo crollato per l’incuria lo scorso novembre, uccidendo 8 dei suoi abitanti. Intanto fra i liceali c’è rabbia per l’aumento delle tasse, più alte per quelli extracomunitari.

Nel complesso, l’argomento che può unire le anime diverse del movimento, che si richiama negli slogans indifferentemente alla rivoluzione francese del 1789 come al maggio del 1968, risiede in una critica a governi che favoriscono soltanto il grande capitale, in particolar modo quello finanziario, senza che vi sia una ricaduta di ricchezze verso i ceti inferiori. Se è difficile dire come si chiuderanno gli effettivi postumi di  questa giornata, lo è ancora di più capire se i gilets jaunes sono una fiammata che potrà durare qualche settimana o mese, per poi rientrare dinanzi a eventuali concessioni o per mancanza di sbocchi, o qualcosa di più: magari una prima scossa a un sistema ultraliberista che nel 2017 ha visto l’82% delle ricchezze del mondo concentrarsi nelle mani dell’1% della sua popolazione.

Questo è il vero problema: ed è uno dei principali problemi mondiali. Stracciarsi le vesti denunziando il fatto che i partiti “estremisti” (Marine le Pen a destra, Jean-Luc Mélenchon a sinistra) abbiano di fatto appoggiato e cercato di cavalcare quella che (rifiutandosi i media di attribuirle le denominazione onorevole di rèvolution) è stata definita sprezzantemente – e medievisticamente – jacquerie,è stato un altro atteggiamento lapalissiano dei governanti e degli osservatori “moderati”.