Patto del Nazareno: gli interessi che spingono a non fermarsi

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di Antonio Polito – Corriere della sera, 6 febbraio 2015

Il patto del Nazareno era indubbiamente qualcosa di più che un accordo tecnico sul merito delle riforme. Si trattava di un’alleanza. Ora quella società di mutuo soccorso si è rotta: ma è difficile pensare che Berlusconi intenda impedire che le riforme arrivino in porto. Non deve venire meno, infatti, la partecipazione di Forza Italia allo sforzo costituente: soprattutto non se avviene più come effetto di una lite interna che come una scelta politica.

D’altra parte, Renzi non ha, di suo, una maggioranza al Senato, e non può cambiare la Carta con il sostegno di un gruppo di fuoriusciti. Altrimenti, le riforme potrebbero dividere il Paese, anziché unirlo.

Se davvero Matteo Renzi è l’erede di Berlusconi, quel «royal baby» la cui nascita è stata salutata dai seguaci del Cavaliere come un prodigio, allora non si capisce perché in Forza Italia siano adesso così sorpresi e irritati per il tiro mancino che gli ha tirato. Da che Edipo è Edipo, questo fanno i primogeniti: uccidono i padri. E del resto non è che Berlusconi non sappia che cosa vuol dire mollare un patto sulle riforme: quello della crostata con D’Alema lo affossò lui. Il vecchio Pertini avrebbe chiosato: a brigante brigante e mezzo.

Bisogna però ammettere che, da un punto di vista meno psicanalitico e più politico, il leader di Forza Italia ha ragione ad essersela presa. Il Patto del Nazareno era indubbiamente qualcosa di più che un accordo tecnico sul merito delle riforme. Tant’è vero che il merito cambiava di continuo, ma l’intesa teneva perché era fondata su altro. Si trattava infatti di un’alleanza, di una società di mutuo soccorso. Berlusconi aveva portato così Renzi a Palazzo Chigi, perché il giovane aspirante, a differenza di Letta, poteva esibire una maggioranza trasversale per le riforme. E Renzi aveva riportato Berlusconi all’onore del mondo, nel cuore della politica. Non bisogna infatti dimenticare che alla fine del 2013 l’ex Cavaliere navigava in acque davvero brutte: senza più un seggio al Senato, fuori dalla maggioranza e dal governo, dove però erano restati il suo delfino Alfano e un bel pezzo del suo partito, ormai incapace di fare un’opposizione vecchio stampo perché molto debole elettoralmente, come le Europee hanno confermato. Non è che Berlusconi sia insomma uscito a mani vuote dal paso doble con Renzi, né che le sue aziende possano lamentarsi di questo anno.

Ora Toti dichiara che il Patto è rotto. Ma non è chiaro se questo annuncio via portavoce vuol dire che Berlusconi proverà a impedire che le riforme ormai salpate arrivino in porto. Sembra difficile che ci riesca. Anche perché mentre lui ha portato in Parlamento i suoi voti e i suoi numeri legali a Renzi per isolare la minoranza Pd, quest’ultima non potrebbe mai allearsi con Berlusconi per abbattere Renzi.
Il punto debole della posizione di Berlusconi sta nel merito. L’altro giorno ha detto che da ora in poi Forza Italia voterà in Parlamento solo ciò di cui è convinta, dal che si deduce che, per esempio sul premio di maggioranza alla lista, ha votato in questi mesi anche ciò di cui non era convinta, al solo fine di assecondare Renzi. Questa confusione tra interesse politico immediato e interesse di lungo periodo delle istituzioni potrebbe ora venir meno, insieme al venir meno dell’alleanza politica tra i due. Ma non deve venire meno la partecipazione di Forza Italia allo sforzo costituente. Soprattutto non se avviene, come è apparso ieri, più come effetto di una lite interna tra Fitto, Verdini e Brunetta, come una conseguenza dell’esplosione del partito, che come scelta ponderata e con una prospettiva politica.

D’altra parte Renzi avrà di che riflettere. L’altro ieri ha detto che non perde tempo coi partitini (intendendo l’Ncd). Ora sta facendo dire ai suoi che non perde tempo nemmeno con i partitoni (Forza Italia). Però di suo una maggioranza al Senato non ce l’ha, e non si cambia la Costituzione con il sostegno temporaneo e contrattato di un gruppetto di fuoriusciti o «responsabili». Sta dunque a Renzi, dominus della situazione politica, dire con chi e come intende far approvare le riforme che ha promesso agli italiani. Per essere serie, per essere portate con successo al referendum, ci è stato detto mille volte, devono essere condivise. Non vorremmo che facessero la fine di sempre: dividere il Paese invece di unirlo.