Renzi va scon­fitto. E da sinistra

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Michele Prospero,

Sinistra Pd. Se Renzi vince la sinistra interna farà testimonianza, se Renzi perde verrà travolta dalle macerie. E’ preferibile un disegno esplicito di rottura, con una guerriglia aperta sulle riforme.

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Ormai di tempo per pren­dere le misure del feno­meno Renzi, la sini­stra Pd ne ha avuto abba­stanza. E, a meno di una con­sa­pe­vole volontà di ras­si­cu­ra­zione che pog­gia però sul niente, dovrebbe aver per­ce­pito che uno spa­zio per la media­zione è impos­si­bile. Renzi peral­tro non lo cerca, si vanta di aver “spia­nato” i reduci, schiaf­feg­giato le loro ban­diere, umi­liato la loro piazza. L’offerta di una tre­gua è una ste­rile invo­ca­zione, quella di non infie­rire troppo, rivolta dagli scon­fitti allo spie­tato castigatore.

Renzi non è inte­res­sato alla costru­zione di un par­tito strut­tu­rato, retto cioè da una logica uni­ta­ria e da una lea­der­ship rispet­tosa delle dif­fe­renze interne. Riven­dica solo una fedeltà per­so­nale, con scene ordi­na­rie di una obbe­dienza con­for­mi­stica al capo. Egli non mostra alcuna pre­oc­cu­pa­zione per i com­piti di coe­sione pro­pri di una dire­zione poli­tica auto­re­vole. Renzi vuole solo coman­dare con col­la­bo­ra­tori dalla schiena curva, non diri­gere una orga­niz­za­zione com­plessa. Chi non si ade­gua alla sua ine­so­ra­bile stra­te­gia di edi­fi­care una variante del par­tito per­so­nale, non più a matrice azien­dale ma non per que­sto sprov­vi­sto di fonti ingenti di approv­vi­gio­na­mento mediatico-finanziario che lo rin­sal­dano al potere, è desti­nato ad essere schiac­ciato, senza pietà.

E’ per lui inu­tile ogni visi­bile segno di auto­no­mia, qual­siasi voce cri­tica farebbe solo ombra alla sacra­lità del capo che in soli­tu­dine inter­preta gli umori pro­fondi del popolo ostile all’élite. La pre­tesa di domi­nio è così asso­luta che non esita a spez­zare ogni sta­bile radi­ca­mento del Pd nella com­po­nente, quella del lavoro, peral­tro mag­gio­ri­ta­ria della sua antica coa­li­zione sociale. Iden­tità, radici sociali, forma par­tito, cul­tura delle isti­tu­zioni: dav­vero tutto separa la sini­stra del Pd da Renzi e pro­prio nulla la uni­sce a un capo che per­se­gue un dise­gno, sem­pre più espli­cito, di edi­fi­care un potere per­so­nale a forte traino popu­li­sta e ben pro­tetto dal quasi totale con­for­mi­smo dei media.

Que­sto espli­cito piano di sem­pli­fi­ca­zione a sfondo cesaristico-mediatico è for­te­mente regres­sivo, incom­pa­ti­bile con la cul­tura della sini­stra e andrebbe per­ciò osta­co­lato, in ogni modo effi­cace. La vit­to­ria di Renzi non coin­cide con il suc­cesso della sini­stra. Certo, la situa­zione è per la mino­ranza assai para­dos­sale, per­ché la obbliga a distri­carsi tra un male mag­giore e un male minore. Se vince Renzi, fini­sce la poli­tica e viene san­cita l’eutanasia di ogni aspi­ra­zione alla rina­scita di una qual­che demo­cra­zia dei par­titi. Se perde, non dopo una bat­ta­glia tra­spa­rente ma per­ché tra­mor­tito dalla forza delle cose, dalle sue mace­rie verrà tra­volta anche la sini­stra interna, rovi­nata dal suo vano atten­di­smo. E’ infatti un’illusione aspet­tare obbe­dienti, e solo con qual­che riserva, dalle retro­vie che il folle piano vada a sbat­tere e imma­gi­nare di ripren­dere a cam­mi­nare a testa alta subito dopo il fra­gore rovi­noso da tutti avvertito.

E’ pre­fe­ri­bile per­ciò un lavoro poli­tico con­sa­pe­vole, un dise­gno espli­cito di rot­tura che accom­pa­gni Renzi alla resa. Nello svuo­ta­mento delle resi­duali divi­sioni poli­ti­che tutte ospi­tate in un indi­stinto par­tito della nazione (in effetti Renzi potrebbe essere, con pari cre­di­bi­lità, lea­der di uno qual­siasi dei tre non-partiti oggi esi­stenti), si con­so­li­de­rebbe altri­menti un sistema informe e retto da un pro­filo pseudo cari­sma­tico dif­fi­cile da scal­fire una volta con­so­li­dato al potere.

Machia­velli notava che in poli­tica «si cava una regola gene­rale, la quale mai o raro falla, che chi è cagione che uno diventi potente, ruina». E nella rapida, quanto sinora incon­tra­stata, ascesa di Renzi alla con­di­zione di «potente», anche i suoi avver­sari interni sono la «cagione» del tanto domi­nio in fretta accu­mu­lato. Prima sol­le­ci­tando in dire­zione un cam­bio di passo rispetto a Letta, e poi votando in aula una fidu­cia “cri­tica” alla delega all’esecutivo per la sop­pres­sione dell’articolo 18, la mino­ranza del Pd ha con­sen­tito al ren­zi­smo di incas­sare dei grandi atte­stati di potenza e con tali incaute mosse rischia forse di aver san­cito la pro­pria «ruina».

Il timore di una crisi di governo ha para­liz­zato qual­siasi dispo­ni­bi­lità alla prova di forza su una grande que­stione iden­ti­ta­ria (diritto di licen­ziare come arma della moder­niz­za­zione e della ridu­zione di ogni dignità al lavoro). Sinora la mino­ranza del Pd ha evi­tato di por­tare lo scon­tro nella sola zona di cri­ti­cità esi­stente per Renzi, cioè nei gruppi par­la­men­tari, non ancora del tutto omo­lo­gati ma anch’essi pros­simi alla resa nel mirag­gio di una rican­di­da­tura. E così ha spia­nato la strada al dise­gno di un potere a con­du­zione per­so­nale senza mai lan­ciare dei sassi, col­pire di sor­presa, ten­dere agguati. Machia­velli avver­tiva che in poli­tica «è meglio fare et pen­tirsi che non fare et pentirsi».

La scis­sione allora? Non è detto che essa accada. La tat­tica pre­vale sulla stra­te­gia in que­ste scelte. Esclu­derla in linea di prin­ci­pio è però di sicuro una castra­zione pre­ven­tiva della pos­si­bi­lità di osta­co­lare un tra­gitto regres­sivo che con­duce verso il domi­nio di una per­sona priva di oppo­si­zioni, limiti, con­trolli e alla sicura archi­via­zione a tappe suc­ces­sive della forma di governo par­la­men­tare. Ogni pra­tica scis­sio­ni­sta deve valu­tare, con distacco, la pre­senza di una con­di­zione indi­spen­sa­bile. Machia­velli chia­ri­sce bene la que­stione, che vale per ogni costrut­tore di una cosa nuova: «esa­mi­nare se que­sti inno­va­tori stanno per loro mede­simi, o se dipen­dano da altri: ciò è se per con­durre l’opera loro biso­gna che pre­ghino, o vero pos­sono forzare».

Insomma, su cosa, su quali forze reali, potrebbe pog­giare l’iniziativa per imporre, nella lotta aperta con­tro la dege­ne­ra­zione del poli­tico, una auto­noma forza della sini­stra? La frat­tura sociale sui temi del lavoro, il pos­si­bile scio­pero gene­rale come radi­ca­liz­za­zione della con­tesa, offrono una occa­sione pro­pi­zia ovvero aprono la giun­tura cri­tica per rom­pere. Il rap­porto orga­nico del nuovo sog­getto poli­tico con il sin­da­cato evoca uno sce­na­rio quasi rove­sciato rispetto al rap­porto tra sog­getto poli­tico e orga­niz­za­zione sociale domi­nate nella sto­ria repub­bli­cana. E però anche una tale for­ma­zione ad ibri­di­smo politico-sindacale (sulla scorta più della vicenda inglese che di quella con­ti­nen­tale) non farà strada senza una grande cul­tura poli­tica, non mino­ri­ta­ria e di mera protesta.

Nella assai fran­tu­mata mino­ranza Pd forse pre­varrà una linea più atten­di­sta (la guer­ri­glia sulle riforme elet­to­rali e isti­tu­zio­nali è però meno dirom­pente e mobi­li­tante come rea­zione allo sfre­gio sim­bo­lico per­pe­trato da Renzi sull’esplosivo tema iden­ti­ta­rio del lavoro). Se comun­que que­sta via della imbo­scata par­la­men­tare pre­varrà, almeno con essa si punti a bloc­care l’unica con­di­zione per il suc­cesso dello sta­ti­sta di Rignano, cioè l’Italicum comun­que ritoc­cato (con il rialzo delle soglie e il voto di pre­fe­renza). Senza il pre­mio di mag­gio­ranza in mano, Renzi ha le ali spun­tate e la sua pistola del ricatto diventa scarica.

Guer­ri­glia aperta sulle riforme, dun­que, e in più un ristretto ma coeso gruppo di con­tatto al senato (che mostri che senza di esso il governo non ha i numeri a Palazzo Madama), pos­sono creare degli osta­coli, sca­vare trap­pole affin­ché “pié veloce” inciampi. Le tat­ti­che pos­sono variare. Quello che non muta è però l’obiettivo. Renzi va scon­fitto. E da sinistra.