Pd, un partito che non discute nemmeno quando sarebbe necessario

0
134

di Alfredo Morganti – 27 novembre 2018

Siccome il PD esiste, è in una fase di crisi acuta, ed è pure sotto primarie, io credo che chiunque faccia politica a sinistra se ne debba interessare. Chiudersi nel proprio ambito sacralizzato da qualche giuramento di sangue sarebbe una follia, anzi il segno di una crisi persino più dura e resistente di quella del partito democratico stesso. Sappiamo tutti che alle primarie sono tre i candidati davvero in corsa, e nessuno (a sentire i sondaggi) avrebbe chance effettive di oltrepassare il 51% da Statuto ed essere eletto direttamente segretario. La scelta, in tal caso, passerebbe all’Assemblea Nazionale, composta percentualmente in base ai voti conseguiti da ogni candidato. Ora, sarebbe uno smacco tremendo che il partito con il DNA nelle primarie fosse costretto a discutere in Assemblea chi debba essere il nuovo Capo. Per questo è partita la corsa per stringere un ‘patto tra gentiluomini’, grazie al quale chiunque vincesse le primarie, con qualunque percentuale conseguita, sarebbe di fatto il nuovo segretario del PD. Una soluzione che vorrebbe salvare capra e cavoli, lasciando intatto il DNA originario e la vocazione antica a eleggere un segretario extraparlamentare.

Restano, però, dei dubbi in proposito. Questi. Il nuovo segretario sarebbe comunque minoritario in Assemblea, una sorta di anitra zoppa. Il patto consentirebbe la sua elezione diretta, ma non lo salverebbe da lunghe mediazioni correntizie così irrituali nell’ex partito di Renzi. Si badi, introdurre la possibilità di discutere pubblicamente nelle sedi di partito, di ricorrere apertamente alla mediazione, di avviare un dibattito vero, sarebbe una cosa molto utile al PD. Certo, ne muterebbe in parte la natura di partito del Capo, ma anche questo sarebbe un bene. È ovvio che agli esiti possibili di questo ‘patto tra gentiluomini’ vi siano resistenze. Valeria Fedeli (che vota Minniti) è terrorizzata all’idea che si possa cedere al ‘correntismo’, ossia che si possa valorizzare, in sostanza, il ruolo dell’assemblea. Per questi renziani l’atto del dibattere seriamente in pubblico è già correntismo, è già il male. Per essi tutto deve essere voto istantaneo, presuntamente ‘popolare’, altrimenti si cadrebbe nel gioco delle ‘correnti’, negli ‘accordi’ tra caporioni, nei caminetti. Non hanno capito che la morte del PD era già contenuta del suo DNA, vi era inscritta, e che a questa patologia strutturale i piddini dovrebbero porre presto rimedio.

Io credo, invece, che un dibattito serio, libero in Assemblea Nazionale in assenza di un trionfatore alle primarie, senza ‘patti’ antecedenti, sarebbe una grande chance per surrogare e svolgere di fatto il Congresso che non c’è. Pochi sanno che questa parola (‘Congresso’) nello Statuto nemmeno compare, se non per quelli di circolo o provinciali. Che ci si affida in sostanza alle urne delle primarie, nelle quali tutti possono calare la propria scheda, ma proprio tutti, anche i passanti. Dove il gioco dei candidati sostituisce per intero quello delle idee, dove si vota un uomo (mai le donne), dal quale in seguito si dovranno dedurre le idee e il programma vincenti (mai il contrario). Bene, essere costretti a dibattere in Assemblea attorno a un possibile leader e finalmente attorno a idee, programmi e modelli politici, sarebbe un primo elemento vero di rigenerazione. Un atto simil-congressuale che fungerebbe da terapia d’urto per un partito che nel DNA ha da sempre covato la propria malattia. Dunque nessun patto tanto meno tra gentiluomini, ci si affidi piuttosto agli organismi di partito, si esiga una discussione aperta – i tre candidati si presentino alla tribuna, enuncino le proprie idee, stilino programmi, parlino al partito e al Paese – quindi si discuta e infine si voti. Una procedura semplice semplice. Talmente semplice che al PD non la capiscono, intenti come sono a cercare un ‘vincente’, un leader, un Capo, nella totale ignoranza del senso di una discussione politica vera, profonda, aperta, rigenerante.