Pensioni ad orologeria

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Autore originale del testo: Luca Billi
Fonte: i pensieri di Protagora...
Url fonte: http://ipensieridiprotagora.blogspot.it/2015/05/verba-volant-185-pensione.html

di Luca Billi 18 maggio 2015

Sono di una generazione che ha ormai escluso l’idea di ricevere una decente pensione dallo Stato. Immagino che a un certo punto sarò decisamente troppo vecchio per continuare ad andare a lavorare e quindi mi sarà possibile lasciare il mio posto per raggiunti limiti di età, ma allo stesso tempo so che dovrò pensare da solo agli anni che mi rimarranno, che mi auguro non siano pochi. Per questo mia moglie ed io – come credo facciano altri di voi – stiamo risparmiando, stiamo mettendo via un po’ di soldi per allora. Noi siamo tra i fortunati che possono farlo, molti – troppi – non riescono e sinceramente non so come potranno andare avanti. Ma questo è un problema che non interessa a nessuno in questa società in cui si pensa unicamente ad oggi, al di là della retorica giovanilistica sul futuro del paese.
Nonostante abbia ormai rinunciato alla pensione pubblica, per età, per storia personale, per un’antica consuetudine con certe parole d’ordine, credo che ricevere una rendita regolare – è questo il significato etimologico del termine latino pensio, pensionis – in relazione al periodo di lavoro che ho svolto, sia un mio diritto, un diritto che mi è stato – anzi ci è stato – progressivamente tolto. Peraltro io ho dato, sto dando e darò il mio contributo a costituire la mia futura pensione – che non vedrò – pagando regolarmente le tasse; ma anche di questo pare non importi a nessuno. Si tratta, come è noto a chi frequenta quel testo – sono sempre meno purtroppo – di un diritto sancito dalla Costituzione, all’art. 38.
Temo che per quelli più giovani di me, per quelli che cominciano adesso a lavorare – quando riescono a cominciare – la pensione, oltre ad essere un miraggio, non venga più considerata neppure un diritto. La propaganda di questi anni – che vediamo in azione anche in questi giorni in maniera martellante – agisce in maniera subdola. La pensione viene presentata non come un diritto, ma come un’elargizione, una forma di beneficienza che può essere dilazionata, ridotta o addirittura sospesa, se non ci sono più le condizioni per farla. Al di là delle facili ironie, le lacrime della Fornero raccontavano proprio questo: mi dispiace, non ci sono più soldi e non vi possiamo più dare la pensione.
Se ci pensate è il messaggio che in maniera indiretta viene trasmesso proprio in questi giorni, a seguito della decisione della suprema Corte di dichiarare incostituzionale la norma adottata dal governo Monti di bloccare l’indicizzazione delle pensioni. Intanto nessuno nel governo ha detto che quella norma era sbagliata, ma anzi tutti fanno capire che la sentenza della Consulta è subita più che accettata. Ovviamente non possono esimersi dal rispettarla, ma ogni dichiarazione è volta a far passare l’idea che quei soldi che saranno dati ai pensionati – non dicono mai restituiti, come sarebbe giusto dire – saranno tolti ad altri, in particolare ai giovani. In questo modo il governo innesca volontariamente un conflitto generazionale tra vecchi e giovani, ma soprattutto instilla l’idea che la previdenza non sia qualcosa che le persone devono aspettarsi di ricevere – anche perché l’hanno già pagata – ma qualcosa che, se e quando la ricevono, viene sottratta agli altri.
Io in televisione guardo sempre meno i programmi di informazione, ma l’altro giorno mi ha colpito l’intervista di un economista, che ovviamente insegna in una prestigiosa università privata, che ovviamente sostiene il governo, che ovviamente loda le politiche di austerità europee; questo “solone” si è detto rammaricato – ha detto proprio così – della sentenza. Questo personaggio – e tanti come lui, servi dell’ideologia ultraliberista ormai vincente – si rammarica del fatto che è stata ristabilita la giustizia, perché è stata abrogata una norma, forse efficace per il risanamento dei conti pubblici, ma illegittima dal punto di vista costituzionale.
Allo stesso modo in questi giorni è tornata in auge una ricorrente polemica contro le cosiddette “pensioni d’oro”. Naturalmente anch’io trovo immorale che alcune persone godano di pensioni così vergognosamente alte – come per altro trovo immorale che gli stessi prima avessero stipendi così alti, così volgarmente sproporzionati rispetto a quelli delle persone che lavorano alle loro dipendenze – ma mi fa arrabbiare che questa sacrosanta indignazione venga incanala contro le pensioni tout court, contro l’idea stessa di previdenza.
E potrei citare altri esempi di questa propaganda continua ed insinuante. Un importante giornale dei “padroni”, ovviamente schierato con il governo, porta le testimonianze dei pensionati disposti a “rinunciare” al rimborso, disposti evidentemente a sacrificarsi per il bene del paese. Non siamo molto lontani dalla retorica patriottarda tipo “oro alla patria”, che questo paese ha già conosciuto.
Credo che ormai sia chiaro che questo governo – come tutti quelli che l’hanno preceduto – ha l’obiettivo di smantellare la previdenza pubblica. Si tratta di un obiettivo ormai neppure tenuto nascosto, ma dichiarato in maniera plateale, comune a tutti gli altri governi europei, qualunque sia il loro orientamento, a parte naturalmente il governo greco, che infatti viene osteggiato, criticato, deriso dai giornali dei padroni, dagli economisti, dalle televisioni. In questo modo ci faremo le nostre pensioni private, daremo i nostri soldi alle banche affinché ce ne restituiscano un po’ quando saremo vecchi. Se ci arriveremo.