Programma! Programma. Chi vuole il programma?

per Luca Billi
Autore originale del testo: Luca Billi
Fonte: i pensieri di Protagora...
Url fonte: http://www.ipensieridiprotagora.com/2018/01/verba-volant-479-programma.html

Programma è una parola del greco antico arrivata, attraverso il latino, senza alcuna modifica fino a noi e significa propriamente ciò che è scritto prima. Ad Atene il programma era il messaggio scritto dai pritani e affisso in vari punti della città affinché tutti i cittadini potessero sapere quale sarebbe stato l’argomento discusso in assemblea. Questo semplice mezzo di comunicazione ci chiarisce quindi un punto chiave della democrazia ateniese dell’età classica. I pritani erano i cinquanta magistrati, scelti attraverso un rigido meccanismo di sorteggio, a cui era affidato il compito di gestire i lavori della ecclesia, ossia dell’assemblea di tutti i cittadini di Atene, il massimo organo a cui era demandato il potere legislativo della polis. I pritani erano quindi semplici cittadini che per poco più di un mese erano chiamati a svolgere un incarico per il proprio paese e che per questo venivano pagati con un’indennità giornaliera e ricevevano un pasto, che consumavano in comune. Erano artigiani, contadini, marinai, potevano essere ricchi proprietari di terra o spiantati che non avevano un lavoro: proprio per questo rappresentavano tutti quelli che partecipavano all’assemblea, e tutti avevano la possibilità – tutt’altro che teorica – di diventare pritani a loro volta, anche perché ogni ateniese poteva avere questo onore al massimo due volte nella vita. Perché questo non semplice sistema istituzionale funzionasse occorreva una condizione essenziale, che tutti i cittadini ateniesi sapessero leggere e scrivere, anche perché non esisteva una burocrazia che supportasse il loro lavoro.
Non ci sono ragioni per mitizzare quel sistema, che poteva funzionare soltanto in una piccola comunità: prima che scoppiasse la guerra del Peloponneso Atene – con la sua campagna attica – era una città di circa duecentomila abitanti, più o meno come il solo centro urbano di Parma. Ma non bisogna dimenticare che la democrazia ateniese escludeva gli stranieri, gli schiavi e le donne. I cittadini maschi liberi e adulti, che quindi potevano partecipare all’assemblea, erano circa quarantamila. Comunque quei quarantamila, indipendentemente dalla loro nascita e dalle loro ricchezze, riuscivano a comprendere un testo scritto e, seppur con qualche difficoltà in alcuni casi, potevano scriverlo, quindi erano in grado di scrivere e leggere il programma. La democrazia può nascere soltanto così, quando le persone chiamate a parteciparvi sono messe in condizione e sono state educate per farlo.
C’è stato un tempo lontano – ma non lontano come l’Atene di Pericle – in cui io per lavoro facevo le campagne elettorali. In quel tempo mi è capitato di contribuire a scrivere qualche programma elettorale: evidentemente già allora avevo questa mania, di cui ora siete voi a fare le spese. Credo che poche cose al mondo siano così poco lette come quei documenti, che pure tutti evocano e invocano. Quante volte abbiamo sentito la frase ci vuole il programma? Quante volte lo abbiamo chiesto anche noi, salvo poi non leggerlo una volta pubblicato.
Facciamoci un esame di coscienza: abbiamo mai letto davvero tutto un programma elettorale? No, perché non ci serviva, perché ci hanno insegnato a dare il nostro voto non per quello che c’è scritto in un programma, ma in forza di un sistema di valori. Il vero motivo per cui ci sentiamo così estranei oggi alla politica è proprio questo: il fatto che sistematicamente i valori sono stati sradicati dalla politica e si è lasciata al loro posto una terra arida, senza alcuna radice.
Anche i cittadini di Atene davano il loro voto in assemblea in base a sistemi di valori radicati e contrapposti: c’erano quelli più conservatori e quelli più progressisti, quelli che sostenevano una politica egemonica e quelli che pensavano fosse necessario trovare un accordo con le città avversarie, quelli che volevano favorire le attività commerciali e quelli che invece preferivano basarsi sull’economia agricola. Poi naturalmente c’era la capacità di alcuni leader di imporsi in città e di dare vita a qualcosa di molto simile a un partito. Poi c’erano interessi molto meno nobili, perché i voti potevano anche essere comprati e venduti. E in un’assemblea di migliaia di persone c’erano fattori spesso imprevedibili: un discorso davvero efficace e ispirato era capace di spostare le emozioni e i voti di una maggioranza dei cittadini, anche se per solo una giornata. Per questo l’assemblea di Atene era per lo più incontrollabile. Comunque sia né Pericle né Cimone né gli altri leader ateniesi hanno mai dovuto scrivere un programma elettorale; e nessuno di quelli che votavano per loro glielo ha mai chiesto.
Come nessuno ha mai chiesto di conoscere il programma del Pci e della Dc, nessuno ha mai chiesto di sapere ciò che è scritto prima, perché sapevamo già cosa avrebbero fatto – o non fatto – dopo: bastavano i valori, le idee, e gli uomini e le donne che li rappresentavano. Poi c’erano tutti gli aspetti meno commendevoli che abbiamo già visto nell’Atene classica: l’adesione acritica verso un leader, il voto scambiato per una qualche prebenda, la difesa del proprio particulare fingendo di occuparsi del bene pubblico. Ma al di là di tutto c’erano dei valori e questi bastavano. E questi non potranno mai essere sostituiti da un programma, per quanto completo e articolato, per quanto ben scritto.
E anche stavolta, nonostante raccontiamo – ai noi stessi più che agli altri – che voteremo questo o quel partito perché ne condividiamo il programma, per quello che hanno scritto prima, noi voteremo qualcuno ancora in base alle nostre idee, sperando che quello che farà dopo non sia troppo diverso da queste. Una speranza che svanirà molto velocemente.

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