Quale idea di scuola? Educazione, mercato, società

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di Domenico Massano 10 marzo 2018
“Servono più ingegneri e meno latinisti. Serve una scuola che avvicina al lavoro”, con queste parole, la leader radicale e liberista Bonino, pochi giorni prima della sua elezione a Senatrice nella coalizione di “centrosinistra” il 4 marzo, chiariva il suo pensiero sulle scelte scolastiche dei giovani e sulla loro necessaria subalternità a quelle che sono le esigenze di mercato.
Paradossalmente tali dichiarazioni non solo arrivavano proprio nel momento in cui la profonda crisi che sta attraversando la nostra democrazia costituzionale, e il riemergere di pulsioni discriminatorie e razziste, avrebbero dovuto far ritenere prioritario tornare a investire sulla funzione sociale e di formazione della persona da parte della scuola, ma testimoniavano anche gli esiti del progressivo adeguamento a logiche neoliberiste delle politiche scolastiche del centrosinistra (vedi il decreto sulla “Buona scuola”). Le prime ad accorgersi, e ad approfittare, di questo processo paiono essere state proprio le associazioni di rappresentanza d’imprenditori e industriali che, come risulta da alcune recenti dichiarazioni di Confindustria, iniziano a richiedere alla scuola e ai genitori, di investire prioritariamente sulla formazione di mano d’opera funzionale alle esigenze delle aziende locali, senza preoccuparsi di frustrare desideri e/o prospettive di vita differenti nei giovani.
Nel mese di gennaio, infatti, il Presidente di Confindustria Cuneo, in una lettera aperta alle famiglie (subito ripresa e rilanciata dal collega di Trento), le invitava a riflettere sulla scelta che stavano per fare nell’iscrivere i propri figli alle scuole superiori, “scelta dalla quale dipenderà gran parte del suo futuro lavorativo, ma che spesso viene fatta dando più importanza ad aspetti emotivi e ideali, piuttosto che all’esame obiettivo della realtà. Quella realtà, tuttavia, che si imporrà in tutta la sua crudezza negli anni in cui il vostro ragazzo cercherà lavoro … ”. Dopo questo preambolo “allarmante”, ecco il cuore della proposta/richiesta: “Riteniamo che la cosa più giusta da fare sia capire quali sono le figure che le nostre aziende hanno intenzione di assumere nei prossimi anni e intraprendere un percorso di studi che sbocchi in quel tipo di professionalità”. Se mai il figlio dimostri altre inclinazioni e/o desideri, la lettera si concludeva con un richiamo a un’autorità genitoriale cui è demandato il compito di sopire tali aspirazioni sentimentalmente irrazionali con “un atteggiamento che potrete definire squisitamente razionale, ma che denota responsabilità nei confronti dei nostri figli e del benessere sociale del nostro territorio”.
Sembra che si stia progressivamente affermando, con i caratteri dell’indiscutibilità dogmatica, l’idea che la scuola (così come la politica) debba esser asservita all’economia e che le logiche neoliberiste, improntate alla competizione, alla meritocrazia, all’efficientismo, ne debbano caratterizzare organizzazione e finalità. Per contrastare questa deriva, è opportuno ricordare che è proprio a partire dall’idea di scuola che scegliamo di condividere, che poniamo le basi per la società in cui noi e i nostri giovani potremo vivere e costruire il nostro futuro.
Alcuni anni fa il pedagogista Baldacci segnalava il progressivo smarrimento di questa idea condivisa di scuola, senza la quale “si rischia la deriva dell’istituzione scolastica, il suo smarrimento in un mare di richieste sociali disparate”. Nel formulare la sua proposta chiariva preliminarmente i termini della questione, sottolineando la stretta correlazione tra i problemi scolastici e quelli della democrazia, soprattutto alla luce dei due principali paradigmi che sono utilizzati per definire le finalità della scuola: “Nel paradigma del capitale umano, attualmente dominante, la scuola è vista in funzione del sistema economico: il suo compito è quello di formare produttori competenti, a vantaggio della competitività delle imprese. Ovviamente la formazione dei produttori è uno dei compiti del sistema d’istruzione, e sarebbe errato non porsi la questione del nesso scuola/economia. Tuttavia, ridurre a ciò il compito formativo è gravemente unilaterale, e denuncia una netta subalternità all’economicismo neoliberista. Il paradigma dello sviluppo umano, dovuto ai lavori di Sen e della Nussbaum, è invece centrato sull’espansione delle libertà personali e vede l’istruzione come fattore di emancipazione individuale e di promozione della democrazia. Secondo me un’idea di scuola deve portare a sintesi questi due paradigmi, ma quello dello sviluppo umano deve essere preminente e costituire la cornice entro la quale assimilare criticamente elementi del paradigma del capitale umano”.
Le recenti dichiarazioni cui si è fatto riferimento, e altre di egual tenore, sembrano evidenziare come, purtroppo, quello che sta accadendo è una radicalizzazione del paradigma del capitale umano, che porta non solo alla sostituzione dei bisogni degli alunni con quelli delle aziende, ma al condizionare la stessa scelta del percorso scolastico in funzione dei bisogni del mercato, stigmatizzando opzioni formative diverse, anche se coerenti con attitudini e aspirazioni personali. Tuttavia tale deriva è frutto di scelte politiche non inevitabili (in quanto alternative a quelle basate sul paradigma dello sviluppo umano), e destinate a penalizzare sia la crescita personale sia il progresso democratico e civile delle nostre società, come la storia dovrebbe averci insegnato.
Nel 1934, infatti, alcuni anni prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, Dewey, colui che è stato il più influente pedagogista del secolo scorso, richiamava, con lo sguardo rivolto all’Europa, la necessità di una filosofia dell’educazione capace di orientare le politiche scolastiche: “Forse il maggior bisogno che ci sia attualmente di una filosofia dell’educazione consiste nella necessità urgente che si renda chiaro concettualmente ed effettivo praticamente che la sua finalità è sociale, e che il criterio che si deve applicare per giudicare il valore delle pratiche che esistono nelle scuole è anch’esso sociale”. La finalità sociale e la stretta relazione tra educazione e democrazia, dovevano, secondo l’autore, essere aspetti prioritari e centrali per la scuola principalmente per due ragioni. La prima era di carattere economico: “In un mondo che in così vasta misura si è impegnato in una corsa pazza e spesso brutalmente dura verso le conquiste materiali mediante una spietata concorrenza, è compito della scuola di compiere uno sforzo incessante e intelligentemente organizzato per sviluppare al di sopra di ogni altra cosa la volontà di cooperazione e lo spirito che vede in ogni altro individuo una persona che possiede un diritto uguale di prendere parte ai prodotti materiali e morali delle scoperte, della produzione, dell’abilità e delle conoscenze collettive degli uomini. Che questa finalità predomini nella mente e nel carattere è reso necessario, per ragioni diverse, dall’abbattimento dello spirito d’inumanità promosso dalla concorrenza e dallo sfruttamento economico”. La seconda ragione era di tipo sociale: “L’altro bisogno specialmente urgente oggi si riferisce all’ondata senza precedenti di sentimento nazionalistico, di pregiudizi razziali e nazionali, di prontezza a far ricorso alle armi per risolvere i problemi, che anima il mondo attualmente. A meno che le scuole del mondo s’impegnino in uno sforzo comune per ricostruire lo spirito della comprensione comune, della simpatia e della buona volontà reciproca fra tutti i popoli e tutte le razze, allo scopo di esorcizzare il demone del pregiudizio, dell’isolamento dell’odio, le scuole stesse verranno probabilmente sommerse dal ritorno generale di barbarie che sarà certamente il risultato delle tendenze attuali, se esse proseguiranno non frenate dalle forze che soltanto l’educazione può suscitare e fortificare”.
Non è difficile rilevare come le questioni economiche e sociali relative sia a un mercato sempre più aggressivo, destinato a fagocitare chiunque, sia al diffondersi di logiche e pulsioni razziste e nazionaliste, siano di particolare attualità oggi come ieri.
Le raccomandazioni di Dewey rimasero lettera morta e cinque anni dopo iniziò la tragedia della seconda guerra mondiale. E’ difficile prevedere quali saranno le nostre prospettive future, tuttavia sarebbe opportuno, per evitare di reiterare gli errori del passato, provare a soffermarsi nuovamente sul senso delle parole del pedagogista americano, e cercare di recuperare un’idea di scuola che non sia subordinata alle logiche neoliberiste e di mercato, ma che promuova la formazione di persone prima che di produttori/consumatori e la realizzazione di una società schiettamente democratica, poiché, dopo tutto, la causa della democrazia “è la causa morale della dignità e del valore dell’individuo”. (domenicomassano.it)
Breve bibliografia di riferimento:
– Baldacci M., Per un’idea di scuola. Istruzione, lavoro, democrazia. Franco Angeli, Milano, 2014.
– Dewey J., L’educazione di oggi, La Nuova Italia, Firenze, 1950
– Dewey J., Il bisogno di una filosofia dell’educazione, The New Era, novembre 1934.
– L’educazione disinteressata, il Manifesto, 27/02/2014