Quel vizio antico di spiare i lavoratori

0
10

di Luca Billi 31 maggio 2015

Io un lavoro ce l’ho e non lo cerco, ma, se lo cercassi, probabilmente non potrei lavorare all’Expo. Perché l’Expo è un sito di interesse strategico nazionale e quindi non valgono in quella manifestazione le regole che valgono nel resto del paese. Non potrei lavorare all’Expo non perché troppo vecchio o troppo giovane, troppo qualificato – succede anche questo in Italia – o troppo inesperto – capita nel paese in cui si assumono apprendisti con esperienza – ma semplicemente perché “non gradito alla Questura”.
Infatti tutte le aziende che assumono per Expo devono inserire i dati della persona nella “piattaforma accrediti”; questi dati – anche se all’interessato non viene detto – vengono trasmessi alla Questura, che fa una verifica e decide, senza dare alcuna giustificazione o spiegazione, se concedere o meno il permesso. E senza questo parere preventivo non si lavora. Probabilmente io – come è successo ormai a molte persone – non passerei a questo vaglio poliziesco, anche se ho la fedina penale – come si chiamava una volta – pulita. Probabilmente basterebbe quello che scrivo su questo blog, le mie riflessioni sull’Expo o la mia adesione a campagne di disobbedienza civile come Libertà di dimora o le mie critiche – riconosco spesso aspre – alle forze dell’ordine per quello che è successo a Stefano Cucchi e per la vicenda della Diaz, o ancora i toni – anche in questo caso piuttosto accessi – con cui mi sono rivolto al precedente presidente della Repubblica, a cui ho anche scritto direttamente all’indirizzo mail del Quirinale. Si tratta di prese di posizione pubbliche, mai anonime e sempre firmate, in cui ci ho messo e ci metto la faccia. E legittime in una democrazia, garantite dalla Costituzione. Almeno fino ad ora.
Alcune persone si sono viste negare il permesso perché avevano partecipato a movimenti studenteschi o perché sono abituali frequentatori dei centri sociali. Verificando le storie personali delle persone che, nonostante fossero già state assunte, non hanno potuto neppure cominciare a lavorare e quindi sono state licenziate, basta una nota sugli schedari della polizia, una segnalazione o una denuncia mai arrivata a processo per vedersi negato il permesso. Nella piattaforrma sono attualmente registrate circa 30mila persone e per tutti questi – oltre che per i tantissimi che sono stati scartati – è stata avviata una campagna illegale di raccolta di informazioni e di schedatura di massa. E’ uno scandalo per ora denunciato dalla Cgil della Lombardia e da pochi organi di informazione, ma di cui dobbiamo parlare, che dobbiamo condividere il più possibile.
Dobbiamo lottare affinché questo archivio illegale venga distrutto, vengano rimosse e condannate le persone che lo hanno promosso e autorizzato e soprattutto che si possa essere assunti all’Expo – come in qualunque altro posto di lavoro – senza che vengano prese informazioni sulle nostre opinioni politiche o filosofiche o religiose.
Le schedature dei lavoratori sono una brutta pagina della nostra storia. All’inizio degli anni ’70 alcuni magistrati torinesi – tra cui Raffaele Gauriniello – scoprirono l’archivio della Fiat in cui l’azienda aveva raccolto, anche grazie alla complicità di poliziotti e carabinieri corrotti, un’imponente mole di informazioni sui propri dipendenti. Leggere quegli schedari è un viaggio nella storia del paese. Nel 1954 un lavoratore è segnalato perché “ex partigiano, incensurato politicamente e penalmente, iscritto al Pci, attivista, è il propagandista più attivo dello stabile dove abita” , mentre nel ’63 di un altro lavoratore si dice che “è simpatizzante Pci” e si mette in luce la sua “reputazione cattiva”, anche perché ritenuto un omosessuale. Nel ’68 un operaio è schedato con un pessimo giudizio: “trattasi di capellone”. Sulle donne le schede Fiat, oltre alle scelte politiche, si dilungano su giudizi morali: “è nubile e madre di una bambina di quattro anni, simpatizza per i partiti di sinistra, conduce vita piuttosto libera” si dice di un’operaia; “è passata a seconde nozze nel luglio scorso; durante la vedovanza ha lasciato a desiderare per la condotta morale e civile, e ha avuto anche un aborto” è scritto nella scheda di un’altra lavoratrice, riferendosi alla “condotta” della madre.
E’ una storia che non avremmo voluto più raccontare, anche perché l’art. 8 dello Statuto dei lavoratori, ancora non formalmente abrogato da questo governo, dice:

È fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell’assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore.

Questa storia, come era successo a quella delle schedature della Fiat, rischia di passare sotto silenzio; per questo dobbiamo denunciarla. Io all’Expo non potrei entrare come lavoratore, ma naturalmente posso entrarci dopo aver pagato il biglietto. A questo punto però non so se vi darò 39 euro per entrare in un posto dove non mi accetereste come lavoratore.
Come abbiamo visto per molti altri aspetti, Expo gode di una sorta di extraterritorialità, a Expo non vale la Costituzione, anche sui più elementari diritti civili. Invece vale, vale sempre. Ricordatelo voi che ci spiate e ci schedate. E consideratela pure una minaccia. Ma soprattutto ricordiamolo noi, tutti i giorni, perché i diritti vanno coltivati, difesi, ampliati. Farlo è un nostro dovere.

post scriptum
Mi piacerebbe sapere che fine ha fatto il fascicolo che fecero su di me i carabinieri di Granarolo in quanto eletto nel 1990 nella lista del Pci. So che c’era, perché in occasione di un lieve incidente che ho avuto con lo scooter anni fa, un appuntato ingenuamente me lo fece vedere. Ovviamente c’era assai poco, perché io ero allora – come oggi – poco pericoloso. E immagino anche che quei carabinieri – che lavoravano bene e con impegno – assolvessero a quel compito di schedatura dei membri del Pci con scarsa lena, più che altro per rispettare un formale adempimento burocratico. A noi dipendenti pubblici capita a volte di fare cose solo perché si facevano prima, anche se non ne capiamo bene il senso. La schedatura dei comunisti è un’altra pagina vergognosa di questo paese, una pratica che evidentemente è stato molto duro abbandonare.
Quindi, cari amici della Questura che state facendo il mio fascicolo, non affannatevi a cercare quel vecchio incartamento, non ci troverete nulla di interessante. Meglio Facebook.