Quirinale e Nazareno, Renzi resta senza reti

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di Andrea Colombo, 

Governo. Percorso a ostacoli per il premier, tra riforme e elezione del nuovo capo dello stato. Berlusconi ripete che il patto tiene, ma sull’Italicum l’intesa non c’è. E Fitto chiama a raccolta le sue truppe: ieri iniziativa pubblica a Roma

Per la prima volta da quando dimora a palazzo Chigi, Renzi deve cam­mi­nare sul filo senza rete, e ora lo sa. Fino a due giorni fa si era illuso di poter ancora disporre della pro­te­zione, pre­zio­sis­sima, di Gior­gio Napo­li­tano. Era arri­vato al col­lo­quio di mer­co­ledì sul Colle con­vinto di poter con­vin­cere l’inquilino a posti­ci­pare l’addio di qual­che mese, fino a marzo. Poche set­ti­mane sul calen­da­rio. Poli­ti­ca­mente, un’eternità.

Il rin­vio di quelle dimis­sioni gli avrebbe per­messo di chiu­dere la par­tita sulla riforma elet­to­rale potendo minac­ciare Ber­lu­sconi con lo spau­rac­chio di un pre­si­dente a lui inviso. Renzi avrebbe anche avuto a dispo­si­zione un alibi per chie­dere di pro­ce­dere in fretta, essendo dove­roso «rin­gra­ziare» re Gior­gio per l’ennesimo sacri­fi­cio offren­do­gli come ben­ser­vito la riforma elet­to­rale. Inol­tre, pur essendo nota l’indisponibilità del quasi ex pre­si­dente a scio­gliere le camere, una sua per­ma­nenza «nel pieno delle fun­zioni» avrebbe comun­que auto­riz­zato il pre­mier a ven­ti­lare l’extrema ratio del ricorso alle urne. A fronte di una crisi e della con­cla­mata impos­si­bi­lità di altre solu­zioni, per­sino per re Gior­gio sarebbe stato dif­fi­cile negare lo scio­gli­mento.
Napo­li­tano ha respinto il postu­lante. Non solo a rin­viare non ci pensa per niente, ma se dovesse cam­biare idea sarebbe caso­mai per anti­ci­pare l’atteso annun­cio a metà dicem­bre. E lo farebbe ove subo­do­rasse l’eventualità di un colpo di mano sul jobs act al Senato, ultima pos­si­bi­lità per far sal­tare il banco prima che diventi troppo tardi per qual­siasi mirag­gio elet­to­rale. Renzi dovrà veder­sela senza la pro­te­zione del presidentissimo.

La seconda rete, il Naza­reno, sulla carta esi­ste ancora, nella realtà no. Il patto tra Ber­lu­sconi e il suo nemico pre­di­letto doveva garan­tire due pas­saggi fon­da­men­tali, la legge elet­to­rale e la nomina del nuovo pre­si­dente, e uno pura­mente pro­pa­gan­di­stico, l’abolizione del Senato. L’ultimo capi­tolo arri­verà pro­ba­bil­mente in porto senza scos­soni, ma serve solo a farsi belli in tv. Gli altri due sono in alto mare, e per due distinte ragioni.

La prima è che se Ber­lu­sconi pro­clama ai quat­tro venti che quell’accordo è vivo e vegeto, è anche vero che subito dopo, a mezza bocca, aggiunge che allude alla riforma del Senato e alla dispo­ni­bi­lità a con­cor­rere a quella elet­to­rale. Quanto a quest’ultima, però, non c’è alcun accordo reale, né nel merito né sui tempi. Il capo dei sena­tori Romani, pro­prio ieri, ha affer­mato che se il gio­va­notto con­ti­nua ad avere tanta fretta è segno che vuole votare. Per ras­si­cu­rare gli azzurri, Renzi si pre­para a offrire la «clau­sola» Cal­de­roli, l’obbligo di far entrare in vigore l’Italicum solo una volta com­ple­tata la riforma del Senato. Ma non è detto che basti, sia per­ché Ber­lu­sconi vuole rin­viare l’ultima parola sulla legge elet­to­rale a dopo l’elezione del nuovo pre­si­dente, sia per­ché sul pre­mio di lista è molto meno con­vinto di quanto non fac­cia appa­rire. Nep­pure sul nome del suc­ces­sore di Napo­li­tano i due sono d’accordo. Un can­di­dato che piac­cia a entrambi al momento non c’è, ma soprat­tutto Ber­lu­sconi insi­ste per un capo dello Stato che metta ai primi posti della sua agenda la «resti­tu­zione dell’agibilità poli­tica» al per­se­gui­tato di Arcore. Un pre­si­dente in pec­tore che si impe­gni a gra­ziare più o meno seduta stante il con­dan­na­tis­simo pro­prio non è facile tro­varlo, né farlo votare.

Sin qui l’accordo tra i due capi, e già non è una pas­seg­giata. Se poi si guarda alle truppe, le cose peg­gio­rano dra­sti­ca­mente. Ieri Fitto ha riu­nito la sua «mino­ranza» a Roma, in un’iniziativa pub­blica. C’erano 36 par­la­men­tari, ma il plo­tone dei mal­con­tenti è più folto: metà dei gruppi, a essere otti­mi­sti. Ai quali si sono aggiunti un certo numero di ex nota­bili Pdl, da Sto­race ad Andrea Ron­chi. Segno che Fitto mira a costi­tuire una destra post-berlusconiana distinta e com­pe­ti­tiva con quella di Sal­vini. I dik­tat di Arcore, sta­volta, non ridur­ranno all’obbedienza né lui né molti dei ribelli.

Sul fronte Pd la mino­ranza è uscita raf­for­zata e moti­vata dalle regio­nali. La sor­tita sul jobs act alla Camera è stata elo­quente, e tanto minac­ciosa per il pas­sag­gio al Senato che l’ex sin­daco si avvia a met­tere quella fidu­cia che aveva deciso di evi­tare.
Anche con loro Renzi dovrà trat­tare, sia sulla legge elet­to­rale che sul Colle. Già sa di dover con­ce­dere qual­cosa sul rap­porto pro­por­zio­nale tra nomi­nati ed eletti con le pre­fe­renze, al momento sbi­lan­cia­tis­simo a favore dei primi, ma non basterà e l’elezione del pre­si­dente rischia di rive­larsi un cal­va­rio. Con le spalle coperte da Napo­li­tano e dal Naza­reno Renzi ha avuto sinora vita facile. Nei pros­simi mesi dovrà cavar­sela da solo.