Ragazzo mio: la parabola calante di Renzi

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 4 luglio 2015

Marco Damilano sull’Espresso ci racconta di un premier in difficoltà. Che perde carisma e appeal, e che non ha più la verve comunicativa di un tempo. Quando invece si mostrò capace di contrapporsi ‘audacemente’ alla sinistra, costruendo la sua fortuna proprio su questa contrapposizione, ma che adesso appare in difficoltà con la destra risorgente. Forse perché gli venne naturale farci un Patto con la destra, forse perché gli elettori di destra accorsero ai ‘gazebo’ a sostenerlo, forse perché lui aveva (e ha) in mente un grande e inverecondo pastrocchio politico. Fatto sta che il quadro è questo, e disegna una parabola calante (non so se in via definitiva o congiunturale). Damilano racconta questa impasse sotto molti riguardi, a noi basti qui evidenziarla.

Perché ciò accade? Per molte ragioni, ma una su tutte è questa: lo storytelling, la trasmutazione della politica in arte narrativa, lo squilibrio a vantaggio della comunicazione consente indubbi vantaggi. Primo tra tutti quello di trasformare in quattro e quattr’otto un outsider di provincia in un competitor nazionale. Meglio se schierato frontalmente contro i ‘dinosauri’ della vecchia politica, raffigurati così sia dallo stesso Renzi, sia dai poteri che avevano tutto l’interesse a disfarsene, sostituendoli proprio con un ragazzotto, come dice Reichlin, “ignorante”. Oppure, come scrive Damilano, “tentennante” in Europa per ragioni di inglese, di competenze economiche limitate e per l’allergia ai riti comunitari. Lo storytelling consente indubbi vantaggi, dicevamo, ma un suo uso abbondante e scriteriato produce dei perniciosi effetti collaterali.

In primo luogo l’idea che DAVVERO il mondo si governi senza politica (se non compressa nei ‘patti’ segreti con l’avversario o nelle chiacchiere riservate col potente di turno), ricorrendo ogni volta a qualche formula comunicativa efficace. Pericolosa illusione, perché quando si capisce che non è così, che la comunicazione serve solo a lavorare sul consenso spicciolo e transeunte, e non a produrre veri ed efficaci percorsi politici strategici è ormai troppo tardi (come sembra essere il caso di Renzi).

In secondo luogo, la comunicazione è nemica delle idee. Le idee si scontrano con la realtà, la forzano, la riprogettano, tentano di modularla, mentre i guru della comunicazione puntano solo a costruire consenso, e per questo la realtà la ‘allisciano’, tendono a conservarla, avendo come unico ed effettivo intento quello di vendere il prodotto ‘politico’ a un’opinione pubblica che non deve essere disturbata ma accondiscesa, non messa alla prova ma rassicurata. La prima regola, in tal caso, è vendere formaggini all’amante (o al potenziale amante) di formaggini. Nessuno deve essere convinto di nulla, basta solo fare leva sulle convinzioni che già nutre. Se questo è vero, lo storyteller incallito è, per ragioni strutturali, uno specchio riflettente, un’anima vuota, un ‘venditore’ pronto ad assorbire le storie e le convinzioni di tutti, pur di vendere la propria merce. E, prima ancora, a commerciare con le storie e le convinzioni delle figure sociali assunte a riferimento.

Il comunicatore-politico è dunque pronto a catturare ogni alito di vento che si muove, a ripetere a pappardella le voci che girano, a rifare sempre il verso, purché sia un verso comune, generale, di massa. Lo ‘spin’, in questo senso, non è un vero spin, non ‘rovescia’ nulla, semmai rimodula i messaggi a proprio vantaggio, ‘aggiusta’ secondo le convenienze del momento. Questa è la politica ‘pop’, una forma di politica ventriloqua, che parla con la pancia altrui piuttosto che con la propria testa. Una testa, dunque, vuota di idee ma piena di echi,risonanze, citazioni raccolte qua e là (in tv, al ristorante, in un sondaggio, sul tram) e riamplificate in gesti, formule, discorsi cattura-consenso.

La comunicazione alleggerisce la zavorra politica, rende antilopi o corsari arrembanti, inafferrabili outsider che giocano sulla sorpresa e sulla velocità più che sulla sostanza – ma la comunicazione stessa lascia viepiù leggeri anche dopo l’arrembaggio, lascia corsari quando invece servono comandanti di lungo corso, capaci di tenere in mano il timone di un Paese e pronti a recitare da protagonisti sulla scena. Pieni di tweet e foto-notizie (come quella sulla playstation, che Salmon ha definito, racconta Damilano, un “epico fiasco”!), ma vuoti, vuotissimi, indecentemente vuoti di idee vere, e pieni solo di surrogati tratti da un manuale di comunicazione-politica letto pure di fretta. Così vuoti, che “appena s’alza il mare gli uomini senza idee, per primi vanno a fondo” come diceva un poeta di nome Luigi Tenco molti decenni or sono in “Ragazzo mio”. E così è. Perché i poeti la verità la vedono tutta e la vedono prima, ma molto prima degli uomini comuni e dei semplici outsider saliti al trono per colpe altrui più che meriti propri.

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