Il referendum e la comunicazione

0
205

di Alfredo Morganti 8 dicembre 2016

Già la sera delle frettolose dimissioni, quando ancora si conoscevano a malapena gli exit poll, Renzi mi pare avesse accennato al fatto che la sua proposta di riforma costituzionale era giusta, era necessaria, era funzionale, era utile, ma gli italiani non l’avevano capita. C’era stato, secondo il premier, il classico difetto di comunicazione. Non solo. Lui aveva fatto il possibile, ha detto dopo, di più non avrebbe potuto, dunque non aveva sbagliato, perché si era speso al massimo e con generosità. Ecco il nocciolo del renzismo: la sostanza fissa immutabile del suo pensiero riformista è giusta, sacrosanta. Il punto è solo nel ‘come’ quella sostanza sia spesa nella comunicazione-politica. Un problema meramente tecnico. Pensiero unico, giusto, fondato, a cui la tecnica si affianca per porgerlo già confezionato al mondo.

Cosa c’è dietro a questo? C’è l’idea che la politica non nasce nel confronto delle opinioni, non giudica, non cresce nel dibattito pubblico, non germina nella discussione diffusa, parlamentare, giornalistica. No. La politica, le idee della politica, e quindi le idee di Renzi sono sempre valide, sono pensiero unico, sono inappellabili, a queste idee bisogna sempre dire di ‘Sì’, come in un plebiscito. ‘Basta un Sì’, è uno slogan perfetto per descrivere il motore immobile delle idee politiche, a cui ci si può solo piegare. La tecnica viene accanto alla politica, la rende comprensibile, la comunica, la trasforma in linguaggio per far capire la politica stessa al popolo. Il Capo pensa, elabora idee ‘giuste’, il popolo acclama e dice Sì. Punto.

Ecco perché le dimissioni di Renzi sono false, la sua ammissione di sconfitta è falsa, il suo passo indietro ipocrita. Renzi è intimamente convinto di essere nel giusto: è il voto a essere SBAGLIATO. È il popolo a sbagliare, pur sovrano. È la democrazia a dare troppa rappresentanza e troppa voce. Se il pensiero è giusto, se la riforma è giusta anche quando 6 votanti su 10 la rigettano, vuol dire soltanto che la tecnica comunicativa ha fallito nel suo compito di raccogliere un Sì, nient’altro. Si tratta di ricominciare, magari stavolta con Jim Palermo o Jim Rignano, ma niente più, il filo è tracciato, il solco scavato. Lasciamo stare che la campagna di comunicazione del Sì abbia fatto schifo davvero. Il punto non è questo. Se anche fosse stata una campagna mitterandiana, ma il Sì non avesse vinto, quella comunicazione sarebbe stata comunque da buttar via, da rigettare, in quanto incapace di comunicare la giusta sostanza del pensiero renziano sulla politica e sulla Costituzione.

Il renzismo è questo schema, nulla più, nulla meno. La disintermediazione può fare a meno di tutto, non solo del sindacato o dei corpi intermedi in genere. La disintermediazione è la riduzione del pensiero a lavorìo interno, senza dibattito se non nel cerchio magico, e poi nella scelta di una schema di comunicazione funzionale e, quindi, del plebiscito finale. La tecnica è ancella di quel pensiero solipsistico, destinato a implodere su se stesso, come poi sta avvenendo. La domanda è: questa società difficile, in crisi, largamente non rappresentata, con ampie fette a rischio povertà e dunque a rischio silenzio, con astensione tra il 30 e il 40%, può affidarsi a qualcuno o qualcosa che si ritiene nel giusto a prescindere? Che ritiene di non sbagliare mai? E che adesso prepara la revanche, giocando d’azzardo su un altro tavolo verde, quello del Nazareno? E intanto cova rabbia, perché si sente incompreso? Quanto deve durare ancora questa farsa? A quando la politica come dimensione collettiva, organizzata, rappresentativa, coesiva?