Referendum, voto dei giovani e caduta del governo

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di Rosario Miccichè – 9 dicembre 2016

Dopo il referendum del 4 dicembre con il quale il corpo elettorale ha respinto con una schiacciante maggioranza del 60% la riforma della Costituzione, è possibile compiere qualche riflessione.

In una moderna democrazia rappresentativa un referendum rappresenta un momento in cui viene sottoposto al vaglio popolare un atto degli organi elettivi: in tale procedura il Parlamento è sotto esame. In questo caso era sotto esame anche il Governo sia perché la riforma era di iniziativa governativa sia perché il Governo aveva investito dal punto di vista politico molta della propria credibilità.

renzi-boschi-riforma-costituzioneIl Governo aveva persino deciso di partecipare in modo impetuoso alla campagna trasgredendo la prassi che vuole l’Esecutivo lontano dalla materia referendaria per lasciare spazio ai partiti e ai comitati di cittadini. Tale prassi era fondata sul precetto costituzionale dell’art. 138 che esclude il Governo dai soggetti che possono chiedere il referendum proprio per porlo ai margini del dibattito. Dunque il Governo, infrangendo questa regola consuetudinaria, è entrato prepotentemente nell’agone coinvolgendo il Premier in persona e i Ministri in accesi dibattiti.

Durante questa campagna referendaria si è annebbiata pure dal punto di vista formale la distinzione tra Governo e partiti di maggioranza: in ciò ha nuociuto la doppia carica ricoperta da Renzi, al contempo Capo del Governo e Segretario del partito di maggioranza relativa.

A causa di tale forte coinvolgimento, il Governo è a pieno titolo il soggetto realmente sconfitto, ancor più dei partiti che lo sostengono. In virtù di ciò le dimissioni sono la naturale conseguenza.

Detto questo occorre cercare di comprendere le ragioni che abbiano indotto il popolo a respingere la proposta del Governo.

La riforma è stata respinta con un voto uniforme: il No ha prevalso da Nord a Sud, sia tra gli uomini che tra le donne, tanto tra i laureati che tra gli elettori con licenza elementare o media.

ElettoriL’unico elemento che ha fatto la differenza è stato l’età, il dato anagrafico: i giovani sotto i 34 anni hanno votato contro la riforma come un blocco quasi monolitico visto che il No ha toccato l’apice dell’81%; mentre gli elettori più anziani (oltre i 55 anni) costituiscono l’unica fascia d’età favorevole – seppur di poco – alla riforma con una prevalenza del Sì al 52%. Il No ha vinto anche nella fascia intermedia (tra i 35 e i 54 anni) con il 67%.

Dunque dalle rilevazioni emerge con chiarezza che i giovani hanno rigettato fermamente la proposta di riforma mentre i più anziani hanno seppur cautamente mostrato un’apertura.

Questo scenario potrebbe a prima vista apparire sorprendente e paradossale: giovani conservatori ed anziani riformisti.

Il paradosso diventa iperbolico se si considera che il Governo Renzi era guidato dal Premier più giovane della storia repubblicana e composto da molti giovani Ministri quarantenni.

Sembrerebbe che i giovani abbiano rigettato la proposta del Governo a loro più simile.

È proprio così? Esiste realmente questa contraddizione? I giovani sono realmente chiusi al cambiamento?

In realtà no. Occorre analizzare meglio la questione, evitando facili scorciatoie come populismo, voto di protesta e visione antisistema.

La chiave per risolvere l’apparente contraddizione consiste nel merito della riforma e nella direzione del cambiamento. Infatti non esiste il cambiamento puro e semplice, ma esistono quantomeno 2 direzioni del cambiamento: quello in meglio e quello in peggio.

silvio-al-centro-anzianiGli ultra-sessantenni appartengono ad una generazione che ha vissuto una crescita costante ed ininterrotta dal dopoguerra agli anni ’90 con picchi in alcuni lustri degli anni ’60, ’70 e ’80. Per loro ogni cambiamento era sempre stato migliorativo: aumenti di stipendio, prepensionamenti (baby-pensioni),  lunghe ferie pagate, posto fisso, mutui agevolati ed edilizia economica, interessi sui conti bancari, finanziamenti a pioggia a fondo perduto, sanità gratuita, università a basso costo, 21 politico all’esame, prezzo bloccato per benzina e assicurazione. Quei decenni erano così. Quella è stata la loro vita. Le leggi li agevolavano in tutto. Una soluzione c’era sempre. Il cambiamento proposto dalla politica era sempre bello. Le riforme avanzate dai partiti erano sempre migliorative.

Quindi i termini cambiamento e riforma per un sessantenne non sono neutri, ma suonano come meravigliosamente vantaggiosi. L’ultrasessantenne dinanzi alla parola cambiamento si fida ciecamente: per lui coincide con miglioramento! Erano disposti ad accettare tutto perché tutto era vantaggioso. Un paracadute c’era sempre.

Lo stesso preconcetto favorevole verso la Comunità europea (da cui provengono gli odiosi vincoli economici odierni) nasce da questa  coincidenza tra nuovo e benevolo.

I ventenni e i trentenni di oggi conoscono un’epoca diversa. Dall’inizio degli anni ’90, le riforme sono andate sempre nella direzione opposta: salari bassi, lavoro precario, disoccupazione dilagante, contrazione dello Stato sociale, sanità a pagamento, tagli, tetti salariali, innalzamento dell’età pensionabile, impennata dei prezzi, assenza di soluzioni abitative per le giovani coppie, sfratti dalle case. Non c’è più nessun paracadute sociale.

È evidente che agli orecchi dei più giovani le parole cambiamento e riforme non hanno più un connotato positivo, ma assumono il significato di fregatura: i giovani prima di accettare un cambiamento vogliono vederci chiaro e non concedono fiducia cieca a nessuno.

Non è diffidenza, ma è maturità: i giovani prima di accettare vogliono capire se il cambiamento proposto serve realmente, se è veramente vantaggioso.

Dunque, i giovani sono arrivati all’appuntamento col referendum ad occhi ben aperti.

Le scelte politiche degli ultimi anni, degli anni del Governo Renzi, hanno accelerato il processo di precarizzazione del lavoro, del risparmio e della casa. Chi ha difficoltà si sente abbandonato come se la società dicesse “sei in difficoltà? hai perso i soldi? ti hanno licenziato? Be’, affari tuoi”. I recenti provvedimenti facilitano i licenziamenti durante una depressione economica e rendono semplici gli espropri delle case, restringendo persino le possibilità di tutela dinanzi al giudice. Non solo manca il paracadute, ma qualcuno ti spinge verso il precipizio.

Così i giovani hanno visto nella Costituzione l’ultimo baluardo per la difesa dei diritti e dello Stato sociale. Hanno compreso che tutele e libertà contenute nella prima parte della Costituzione possono essere effettive solo se nella seconda parte della stessa esistono Istituzioni  che le salvaguardano ascoltando i bisogni della gente. Infatti la piena realizzazione dei diritti e la rimozione degli ostacoli economici sancite nei primi articoli della Costituzione rimangono vuote formule astratte se lo Stato si allontana dai cittadini. Com’è possibile concepire una Repubblica parlamentare in cui uno dei due rami del Parlamento non è eletto dal popolo? La Repubblica sarebbe rimasta per metà parlamentare e per metà autoreferenziale con un Senato nominato nel circuito interno della politica.

Renzi MattarellaLa riforma andava nella direzione opposta a quella delle moderne democrazie: i giovani vedono che all’estero i popoli eleggono non solo il Parlamento, ma addirittura il Governo con l’elezione diretta del Presidente della Repubblica o del Capo del Governo. Il sistema più diffuso è la Repubblica semipresidenziale in cui la sottrazione dell’elezione del Senato è ampiamente compensata dall’elezione diretta del Capo dello Stato specie in un’epoca in cui le decisioni importanti vengono assunte nelle assisi internazionali dove gli Stati sono rappresentati dai Governi.

I giovani hanno ritenuto che il sistema politico si sarebbe blindato visto che anche la formazione del Governo nazionale viene percepita come una manovra “di Palazzo”, tanto più da quando i cittadini sono abituati all’elezione diretta del Sindaco e del Presidente della Regione.

Da questi elementi reali è derivata l’accusa di autoritarismo della riforma vista come progetto di un’oligarchia che oltre a scegliere il Governo nelle “segrete stanze” tramite le proprie alchimie, pretendeva pure di nominare in modo non trasparente i Senatori.

I giovani hanno guardato in fondo alla riforma ed hanno capito che era certamente un cambiamento, ma un cambiamento in peggio. Sanno che questa epoca non propone solo cambiamenti migliorativi. Per questo l’hanno respinta.

Rosario MiccichèRosario Miccichè
09 Dicembre 2016

P.S. Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa significativa analisi del voto sul referendum del 4 dicembre 2016 che ha sparigliato le carte della politica con un risultato inaspettato per le dimensioni e per l’enorme numero di partecipanti. Un segnale importante a dimostrazione che i cittadini sanno rispondere adeguatamente scegliendo per il meglio. L’autore spiega accuratamente le motivazioni del risultato con particolare attenzione al voto giovanile. Rosario Miccichè, 37 anni, avvocato, è nato a Caltanissetta e ha vissuto a Pietraperzia. Laureato con il massimo dei voti in Giurisprudenza presso l’Università degli studi di Catania ha conseguito un diploma post-lauream di specializzazione in Professioni Legali all’Università Cattolica di Milano. Ha vissuto e lavorato negli ultimi anni tra Catania, Milano e Palermo. Appassionato di politica e studioso del diritto ha organizzato convegni all’Università degli studi di Palermo.
Questo è il suo primo articolo su PoliticaPrima. Benvenuto e buon lavoro.