Renzi homini lupus

0
131

 By ilsimplicissimus              05 luglio 2014

Il disorientamento è grande. La politica sembra ormai incomprensibile e al di là dell’ovvio progetto di conservare il potere da parte di un ceto inamovibile e ormai del tutto privo di anagrafe ideale, lascia un po’ stupefatti se non disgustati il fatto che stia riuscendo il gioco di servirsi delle vecchie e viscose fedeltà di parte e di partito per sfasciare l’impianto costituzionale in nome del falso feticcio del cambiamento e del nuovo. Ed è per questo che stando ai flussi elettorali è proprio la fascia più giovane del Paese che non cade in questa trappola, anche se poi si trova smarrita di fronte alla mancanza di progetti e visioni globali rifugiandosi nel territorio reale come fosse una cittadella o metaforicamente in quello conosciuto della legalità, certamente necessario in un Paese ormai soffocato dalla corruzione, ma insufficiente a prospettare nuovi modelli sociali.

Però viviamo in una società capitalistica e i cambiamenti intervenuti nell’economia, con il passaggio dalla centralità della produzione a quella della finanza, non possono che riverberarsi nella politica e dare conto del passaggio dal tycoon Berlusconi, al giovane Renzi, portatore di istanze modificate, anche se nello stesso alveo della sostanziale conservazione. Qui non si tratta più di etichette ormai raggrinzite come destra o sinistra, che certo hanno ancora validità, ma che senza un nuovo pensiero sono cartigli sbiaditi e illeggibili che al limite servono solo a nascondere le consociazioni: non c’è alcun dubbio che le parti politiche che si arrogavano l’onere e l’onore di difendere il lavoro e i ceti popolari, che erano portatrici di un’idea alternativa o diversa o semplicemente più solidale della società, sono state travolte da questo cambiamento epocale nella struttura del capitale, dalla dekeynesizzazione liberista. Dopo il trauma dell’Unione Sovietica si sono lasciate andare alla corrente che intanto spazzava via l’acqua stessa nella quale nuotavano o galleggiavano, a seconda dei casi.

Sebbene questo fosse abbastanza chiaro nelle sue linee generali, il sociologo Angelo Salento ha tradotto in numeri la trasformazione analizzando i dati storici di Mediobanca e le analisi a campione del vecchio salotto buono del potere italiano: un campione di più di 2000 imprese italiane  mostra come ancora nel 1992 gli investimenti produttivi  arrivassero al 60%, mentre quelli finanziari rimanessero al 30%, proporzione certamente squilibrata, ma ancora accettabile e mascherabile anche politicamente sotto la voce ristrutturazione industriale. Mentre otto anni dopo, vale a dire nel 2000, gli investimenti finanziari arrivavano al 180%, seguendo poi l’altalena delle bolle e delle crisi. Contemporaneamente si è assistito al declino del rapporto tra costo del lavoro e fatturato lordo , sceso già dal ’71 all’85 dal 26, 5% al 15,1% per arrivare poi al 10% nei primi anni del secolo, in uno stridente contrasto invece con i dividendi degli azionisti che dal ’93 al 2001 sono passati dal 10,4% al 37,1% del margine operativo lordo. Tutti indicatori che hanno indotto il sociologo Gallino a parlare di scomparsa dell’Italia industriale. Anche perché, ovviamente, il cambiamento ha creato un circolo vizioso fra investimento finanziario e meno innovazione sia di prodotto che di processo, meno occupati, meno progetto. E dunque sempre più propensione all’investimento finanziario e all’abbassamento dei salari per cavare profitto.

Già nel 1986 Cesare Romiti, allora amministratore delegato della Fiat aveva parlato della finanza come del “nuovo vitello d’oro che pare far dimenticare tante buone, vecchie regole”, mentre due decenni più tardi Marchionne non ha avutoa esitazioni nel dire che “L’unico misuratore di valore, stabilito dall’equilibrio tra chi compra e chi vende, è il mercato finanziario. Il resto sono cavolate”.

E fin troppo chiaro che la decisione della sinistra di aderire al modello superstite dopo la fine del mondo bipolare, ha significato anche seguire l’evoluzione che porta alla finanziarizzazione del capitalismo italiano e alla marginalità assoluta del mondo del lavoro. A teorizzare l’insignificanza della classe operaia, spacciata per la sua inesistenza nel mondo moderno, sulle scie del sociologismo di sapore liberista e dei “postismi” salottieri. E chi in quel mondo non ha subito ceduto a salire sul carro del vincitore si è rifugiato non in una nuova stagione ideativa, ma in un variegato tentativo di rifondazione che infine si è risolto nel dilemma se partecipare al potere e al massacro oppure fare testimonianza di opposizione. Un dilemma  che le elite residuali hanno facilmente risolto nel modo che conosciamo.

Così se Berlusconi rappresentò il passaggio dalla manifattura al terziario e tutto il primo evangelio liberista dove si narra che lo stato va ridotto ai minimi termini e con esso la solidarietà, la tutela delle persone, la politica come ideazione,  Renzi rappresenta a pieno la finanziarizzazione e l’abbandono alle modalità di mercato, nella sua accezione di deregolamentazione globale dei capitali: in questa fuzzy logic è vero che  meno lavoro e meno salario, aumento della povertà e dei ricatti, può essere visto come fattore di crescita visto che questa si riferisce solo alle condizioni in cui la finanza può operare del tutto slegata dalle regole del mondo reale tenendolo però contemporaneamente per le palle, come si suol dire. Un insieme di cose e di progetti che hanno il loro riassunto storico nella dottrina dell’austerità, almeno per quanto riguarda l’Europa dove questo è possibile grazie all’euro.

Inutile nemmeno chiedersi come si faccia a conciliare l’austerità con la crescita se con questa si intende quella dell’economia reale: è un’antinomia che vive solo nella retorica, nel rammendo quotidiano delle balle. L’unico vero problema dal punto di vista politico è come far mangiare l’amara minestra  ed evitare rivolte o sorprese nelle urne: alle seconde ci pensano le leggi elettorali che di fatto tolgono alle persone ogni residua capacità decisionale, grazie anche al feticcio europeo dove questi processi sono più avanzati tanto da aver imposto governi di Palazzo quando si sono accorti che il tycoon nicchiava e c’era invece una fretta dannata di sfruttare la crisi, alle prime ci pensano i media in mano a pochissimi centri di potere, gli scenari di fantasia, le elemosine pre elettorali, la diffusione delle paure e il convincimento alla rassegnazione perché alla fine è “così che va il mondo” e non c’è altra via di salvezza se non quella di costruirsi qualche nicchia personale di sopravvivenza.

renziberlusconi

Soprattutto si cerca di nascondere l’esistenza di un nemico di fondo e di spezzare l’immagine complessiva: come certe livree mimetiche fanno apparire alcuni colori o forme, ma non l’insieme del predatore. Così non ti accorgi che stai chiedendo aiuto al lupo.