Ribaltamento e rifondazione. Zingaretti non ha altre strade

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di Alfredo Morganti – 14 luglio 2019

Che il Pd sia “un’articolazione in gruppi di potere che spesso, indifferenti alle idee, si collocano da una parte o dall’altra a seconda delle convenienze; con realtà territoriali feudalizzate” non lo dice un gufo, uno scissionista, un sabotatore, uno di quelli che promuoveva liste civetta per boicottare quella splendida macchina da guerra che era il partito renziano. No. Lo dice il suo attuale segretario. E se il pulpito è questo, c’è poca da discutere: è così. Altro che problemi di comunicazione, altro che “ci boicottavano”, altro che “c’erano i gufi”, come ha detto anche di recente l’ex tutto. La verità oggi è sotto gli occhi di tutti, perché è ancora una verità attuale, è ancora la fotografia del partito che c’è. Non era sbagliato dire, quindi: ribaltiamo tutto, scomponiamo e ricomponiamo, rifacciamo daccapo la sinistra. Se la situazione è così conciata, Zingaretti non avrebbe scampo ove intendesse avviare la stagione della pace interna e della combine coi renziani. È evidente, per riuscire nel suo intento, che il segretario piddino deve sporgersi fuori, deve evitare la trappola di incartocciarsi nelle pieghe del partito attuale. Deve aprire le finestre, deve scoperchiare il vaso di Pandora, alimentare venti che portino idee, entusiasmo, parole e linguaggi che si muovono fuori dalla cerchia asfittica del partito post-renziano che è ancora renziano. Deve scomporre gli attuali equilibri, che alla lunga lo soffocheranno, e tentarne di nuovi, prima che il renzismo e i suoi derivati riconquistino spazi.

Il PD attuale è un partito mutato culturalmente persino rispetto all’astratto progetto originario del loft. Un partito che nel tempo ha introiettato la solitudine imperialista della vocazione maggioritaria, che si rispecchia nell’uomo solo al comando, che usa le primarie per regolare i conti all’interno, che non ha equilibrio, la cui unità è fittizia e di convenienza. Sarebbe necessario che la rivoluzione cui accenna Zingaretti fosse uno sguardo largo, plurale, e assieme producesse una strattonata che liberasse da certi pesi divenuti insostenibili. Una rivoluzione che cambi il nome, che cambi lo Statuto, che cambi le prospettive e restituisca al Paese una forza di sinistra larga, plurale, popolare, unitaria, dove non siano le correnti, i guru, gli uomini soli e arroganti, e l’abuso di comunicazione a fissare la linea. Tanto meno una odiosa rottamazione, che è concetto chiaramente di destra. Ma la partecipazione, il dibattito, una nuova classe dirigente, un reticolo di circoli, un’agenda seria, la ricerca quotidiana e lo studio. Ingredienti che nel PD non ci sono e non potranno mai esserci. Fondare vuol dire tracciare un solco, dividere e condividere. Questo deve essere fatto, non altro. C’è tanto fuori dal PD e dai suoi attuali confini. C’è tanta tradizione, tanta storia, tanta fatica, tanto studio, tanta passione. Tante donne e tanti uomini di sinistra. Questo ‘tanto’ dovrebbe essere la leva essenziale con cui ri-sollevare dalla polvere il mondo della sinistra e restituire a tutti, finalmente, la forza della politica. E non la semplice manovra tattica e comunicativa, che è roba da outsider di provincia e non da grandi dirigenti politici.