Ricchezza individuale e ricchezza sociale

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Autore originale del testo: Alfredo Morganti

di Alfredo Morganti – 6 febbraio 2019

Una società di mercato come la nostra misura la ricchezza unicamente sulla base del reddito personale e del patrimonio individuale o familiare. Ai più poveri si è deciso oggi di destinare un reddito di cittadinanza, che certifica, se possibile ancor di più, l’idea che abbiamo della povertà, intesa come incapacità di stare sul mercato e di esprimere eguale potere di acquisto dinanzi all’offerta di beni. È sulla base di questa convinzione che le società neoliberali destinano quote di reddito nazionale ai più poveri, per attenuare le diseguaglianze crescenti e per garantire almeno un minimo di coesione sociale, in assenza del quale scatterebbero necessariamente le sommosse. Va detto che questo avviene raschiando risorse al welfare, con tagli, risparmi e inevitabile contrazione della spesa pubblica, tale che ne risentono pesantemente i servizi. Insomma, quello che viene deviato verso soluzioni individuali di reddito, viene tolto di fatto (immediatamente o mediatamente) alla spesa sociale – quel poco che entra in tasca a chi ha bisogno individualmente proviene dalle voci di bilancio destinate alla spesa pubblica. È lecito dire questo movimento di potenziamento (caritatevole, coesivo, antisommossa) avviene a discapito dell’altro movimento, quello di potenziamento dell’offerta sociale in termini di servizi e welfare. Più ricchezza individuale significa meno ricchezza sociale: vale per tutti, a partire dai poveri. Una contraddizione lampante, praticamente un paradosso.

Un’idea di povertà unicamente legata al reddito personale e alla dotazione patrimoniale, quindi, produce un inevitabile indebolimento dell’armatura del welfare. La ricchezza sociale, in questa concezione, diviene quasi un peso, una zavorra che rende impossibile un ‘arricchimento’ del popolo assunto nelle sue individualità. Si sostiene di fatto che per battere la povertà non sia necessario potenziare la sanità pubblica, o aumentare il numero degli asili nido, oppure migliorare con forti investimenti il trasporto pubblico, nonché potenziare la rete di assistenza sociale, offrire una accoglienza dignitosa ai migranti o ai rifugiati, accrescere la funzione culturale e nazionale dell’istruzione. No. Per battere la povertà bisognerebbe solo accrescere il portafoglio dei poveri, potenziando la capacità individuale di acquisto, ma lasciandoli nel bisogno sociale, anzi: aumentando di fatto questo bisogno per accrescere la dotazione del reddito individuale. Il bilancio pubblico flette verso il mercato, insomma, punta al potenziamento della domanda interna, lavora per gonfiare il fatturato degli esercizi commerciali e delle imprese. Ma non una parola sulla spesa pubblica, che è fuori mercato, e che anzi sostiene le famiglie e gli individui in termini sociali e contribuisce a rendere più coesa la società. Se la povertà la si intende soltanto come contenuto delle tasche di ognuno, allora non verrà mai battuta. Se si tratta soltanto di riempire miseramente dei portafogli, i poveri resteranno poveri, anzi la carità neoliberale serve a questo, a mantenere intatte le relazioni di potere.

Ma se lo scopo è un altro, ossia una crescita generale, equilibrata e solidale della nazione, un rafforzamento dello stato di salute della società italiana, un sostegno solido e integrale verso gli ultimi e i penultimi, e non l’utilizzazione dei poveri come bancomat-spesa – se lo scopo è questo, allora si tratta di sviluppare la ricchezza sociale, non di illudere che la povertà si possa battere distribuendo nichelini da spendere entro il mese al supermercato. Una vera battaglia contro la povertà è una battaglia per il welfare, per l’istruzione pubblica diffusa, per l’equità e la giustizia, per una rete di assistenza forte e protettiva, per l’accoglienza e non per il risentimento, per l’ascolto e non per l’odio, per servizi pubblici efficienti, per un decoro diffuso, per condizioni di vita più umane in generale, per rapporti di potere riequilibrati, per una democrazia forte e rappresentativa. E soprattutto per il lavoro, con investimenti e non sgravi; con piani e non bonus. Se potessi dare una veste al ‘socialismo’, io direi che la veste è questa, che il socialismo, senza nulla togliere alle giuste rivendicazioni individuali, alle libertà e ai diritti civili, si sforza di garantire condizioni di vita migliori e più umane per chi soffre socialmente e non gestisce potere effettivo.

Non paghette, dunque, detto con rispetto, ma una rete forte e articolata di protezione e di servizi sociali, accanto a investimenti pubblici e privati capaci di garantire lavoro e non solo spesa corrente – ricchezza sociale e non mera (oltreché esigua) capacità di spesa. Uomini e non bancomat, se volessi usare un’immagine forte. Una sinistra unita, plurale, democratica, organizzata, con una grande visione, avrebbe questo, di compito. Non le chiacchiere per i media e le cordate dei clan in conflitto reciproco permanente.