Il trumpismo tra crisi economica e risentimento razziale

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di Fausto Anderlini – 15 settembre 2018

Pensiero buio della notte. Classe ed etnia

Ho letto da qualche parte un articolo di Krugman dove si afferma che “a generare la svolta liberticida del trumpismo è stata non la crisi economica ma il risentimento razziale” cioè la reazione del “nazionalismo bianco“. Affermazione forte se detta da un economista attento alle ineguaglianze sociali, e che sembra attagliarsi anche al caso svedese, dove l’impennata della destra ostile agli immigrati non sembra avere a supporto situazioni conclamate di crisi economico-sociale (pertinenti al reddito, alla crescita, all’occupazione e alla copertura del welfare). In effetti molti commenti successivi alla vittoria di Trump portavano ad esempio il voto operaio dell’Ohio come una sorta di ritorsione verso le politiche liberiste. La classe operaia che va a destra per il tradimento della sinistra. Una tesi che va per la maggiore in Europa (e con qualche fondamento).

In realtà la vittoria di Trump non ha avuto nulla di travolgente. Egli si è limitato a massimizzare il tradizionale serbatoio di voto repubblicano, forte soprattutto nel mondo degli stati centrali e delle periferia territoriali in genere, ovvero nel mondo country popolato da bianchi, spesso poveri, e, fatti salvi gli stati del sud, con minima presenza di etnie allogene. Se ha vinto è stato essenzialmente per l’organica incapacità della Clinton di riunificare elementi cruciali della costituente di voto democratico: gli strati di giovani elettori radicali che avevano sostenuto la campagna di Sanders e le ‘minoranze etniche’. Cosa che invece era riuscita a Obama, con la conseguenza di un odio viscerale da parte dei bianchi poveri e della piccola classe media i quali hanno subito il successo di un nero, bello, elegante e istruito. come la frustrante conferma di una condizione di inferiorità razziale. E quindi, sociale e culturale. La costituente multi-etnica e multiculturale di cui i democratici hanno goduto nelle fasi di successo, e che Obama ha portato alle stelle, non ha peraltro mai avuto nulla di organico. Al fondo non c’è alcuna effettiva comunanza culturale, cioè una visione comune. Le minoranze etniche non si accomunano nel voto in virtù di un comune denominatore sociale, non aspirano affatto a integrarsi l’una nell’altra, ma per tutelarsi dalle discriminazioni che le riguardano in quanto tali, cioè per difendere i rispettivi diritti di inclusione. Presso i neri ad esempio alberga una cultura omofoba ma cionondimeno essi sommano i loro voti a quelli degli omosessuali. Fregandosene degli anatemi dei fondamentalisti religiosi. Fra ebrei, neri, ispanici e asiatici non corre buon sangue e ogni gruppo vive segregato nel proprio ambito. La promiscuità è una eccezione che si può constatare solo salendo la scala sociale.

Per un certo periodo ho albergato in un residence di Houston dove mia figlia aveva affittato un piccolo appartamento, il residence si chiamava ‘Le palme’, era molto popoloso e decisamente a buon mercato. Sicchè era abitato da una varia umanità: neri, ispanici, asiatici, bianchi poveri, spesso alcoolizzati e sovvenzionati dai food stamps Naturalmente c’erano prostitute, viados e spacciatori. Mai ho potuto vedere un insieme di persone così socialmente unificato In una comune condizione proletaria e sottoproletaria, e peraltro ammassato nello stesso spazio residenziale. ma nello stesso tempo così frammentato etnicamente quanto alienato. Una comunità di alieni reciprocamente indifferenti. Non ho mai avuto il sentore di qualche pratica o sentimento di solidarietà sociale, ne mai ho incontrato qualche militante democrat, men che meno socialista, intento a far proselitismo. L’unico socialista che ho incontrato era un medico di origine boliviana operante in una clinica nei pressi che prima di infilarmi una siringa nel culo si è accertato che avessi 300 dollari a disposizione. Ogni gruppo faceva vita a sè e si distingueva enfaticamente per i propri caratteri, specie nell’abuso di colonne sonore differenti. Il gruppo etnico come base solidaristica elementare. Insomma il fattore etnico conservava, pure in quelle condizioni di prossimità, una sua autonomia. Tutt’altro che relativa. La classe in sè, come solidarietà meccanica, non esiste, ancora più improbabile di quella per sè portata dall’esterno. Questo è il vero cosmopolitismo proletario: pestare i piedi in uno spazio angusto ma restando ognuno per proprio conto.