Santa Sofia, Ayasofia

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Autore originale del testo: Franco Cardini
Fonte: Minima Cardiniana

di Franco Cardini – 1 aprile 2019

Tutti conoscono, o dovrebbero conoscere, quello straordinario monumento a cupole intrecciate e sovrapposte che si staglia quasi sulla punta orientale dell’impianto a caratteristica forma a triangolo della Néa Rìme, la “Nuova Roma”, quasi a separare il Corno d’Oro dal Mar di Marmara puntando verso la costa asiatica. Siamo a Istanbul, l’antica e immortale Costantinopoli. Si tratta della basilica imperiale di Aghia Sophia, “Santa Sofia”, la cattedrale dedicata alla “Santa Sapienza” divina, vale a dire per la tradizione ortodossa al Cristo in quanto Logos, Sapienza e Verità eterna, la Seconda Persona della Trinità. Quella che i cittadini della “Nuova Roma” chiamavano semplicemente Megàle Ekklesìa,“la grande chiesa”, era considerata la Mater Ecclesiarum e il luogo più santo della Cristianità. Sognata e avviata già dal tempo di Costantino, era stata inaugurata nel 360 dall’imperatore Costanzo II. Ricca di strutture lignee, fu incendiata nel 404. Ricostruita e quindi incendiata di nuovo durante la cosiddetta “rivolta della Nika”del 532, spettò a Giustiniano il ricostruirla. Il grande imperatore non badò a spese e fece venire da tutti gli angoli dell’impero i marmi più pregiati; il progetto dell’immensa cupola fu probabilmente costruito sulla base dei calcoli di Erone d’Alessandria. L’imperatore e il patriarca Eutichio inaugurarono la nuova basilica il 27 dicembre 537,  festa dell’evangelista Giovanni. Da allora il tempio divenne il luogo più sacro della Cristianità, illustrato anche dalle reliquie della passione del Cristo che l’imperatrice Elena madre di Costantino aveva inviato a Costantinopoli verso il 330.

Dopo aver superato felicemente incendi e terremoti, Santa Sofia fu conquistata nel 1204 dai crociati che la condussero al culto cattolico e ne fecero la cattedrale del loro “impero latino di Costantinopoli”; dopo il 1261, rientrati i bizantini in suo possesso con la nuova dinastia imperiale dei Paleologhi, il rito greco vi fu restaurato. Ma nel 1453 il sultano ottomano Mehmet II, conquistatore dell’impero, la trasformò in moschea. In questa funzione, l’edificio, arricchito di quattro minareti, permanse fino al 1935, superando la caduta del sultanato ottomano nel 1918 in seguito alla prima guerra mondiale; ma nel 1935 il governo rivoluzionario ed europeizzante di Mustafà Kemal Atatürk ne dispose la trasformazione in museo nazionale. In tale funzione, l’edificio fu sistematicamente restaurato tra 1997 e 2002.

Ora, il presidente Erdoğan – il quale non ha peraltro mai condiviso il carattere “laicista” del kemalismo – deve pagare il suo debito nei confronti dei partiti “pietistici” e “devoti” (per quanto non sia il caso di parlare di fondamentalisti) che invocano un almeno parziale ritorno alle tradizioni. Con l’avvicinarsi di una nuova competizione elettorale, il loro appoggio è per lui fondamentale. Per questa ragione una porzione o un’aula dell’antica cattedrale adibita a museo sarà “riconsacrata” come moschea, per quanto non sia per ora chiaro se, in quali occasioni e in che misura essa sarà adibita agli effettivi esercizi di culto. Sul piano formale, non cambia molto: al massimo, come succede da noi per le chiese cattoliche di particolare valore artistico, le visite turistiche saranno vietate durante le funzioni religiose. Sul piano simbolico, questo “ritorno alla liturgia islamica” è denso di significato e senza dubbio solleva interrogativi sugli sviluppi futuri di quel regime che non ha mai rinunziato a Mustafa Kemal come “Padre della Patria” ma che tuttavia sembra, almeno in qualche misura, tornare sulle sue scelte e modificarle. I “devoti” e i “neo-ottomani” sono in festa; i kemalisti di stretta osservanza masticano amaro.