Sinistra: torniamo ai fondamentali

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di Rosa Fioravante – 17 settembre 2017

Per costruire, se non hai soldi nè un sistema mediatico decente, servono (anche,non prioritariamente ma anche) gli eletti. Questo ammesso che si voglia dare una qualche chance al sistema democratico vigente che pure sappiamo avere i suoi problemi. Eletti cioè persone di capacità e competenza che sappiano soprattutto dimostrare che la politica serve ancora a qualcosa a chi, anche giustamente dato l’andazzo recente, pensa di no. Per elegger serve una lista che abbia una qualche ambizione di esistere, cioè non di superare lo sbarramento ma di essere un punto di riferimento per una parte della società. Per farla, in un momento di enorme confusione in cui la sinistra politica è sparsa fra molte molte sigle più o meno interessanti a seconda dei gusti di ciascuno, serve mettersi d’accordo. Fin qui ci siamo?

Bene. (O male, giudicate voi).

Alcuni sono due anni (io sono fra questi), alcuni di più, alcuni da sei mesi ecc. che dicono che bisogna costruire un soggetto politico (cioè un partito vero, non liquido e non novecentesco) autonomo (cioè con una sua linea politica derivata da partecipazione e costruzione collettiva e intellettuale) e alternativo a… un sacco di cose. Ad esempio alternativo al fatto che si dovrà scegliere (anche se il candidato premier non esiste!!) fra Di Maio, Salvini e Renzi. Ma il problema non sono questi tre, sono le politiche che vogliono fare, sono gli interessi sociali dei più forti che vogliono difendere a scapito nostro. Poi sì, esiste una questione pd sullo sfondo, che è una questione innanzitutto di come cambia lo scenario democratico italiano: in meglio con il proporzionale senza dubbio, ma non basta. Bisogna uscire dall’idea della continuazione del pd con altri mezzi se si vuole recuperare consensi e militanza dall’astensione e soprattutto fuori dai ceti urbani altoborghesi. Ossia se si vuole ripoliticizzare un pezzo di società altrimenti inclinante verso le destre o semplicemente una legittima incazzatura.

Ora, per mettersi d’accordo E per fare una lista che abbia l’ambizione di esistere, bisognerà discutere per bene che idea si ha di welfare, scuola, sanità, delle pensioni e di come si vuole creare lavoro, di come si gestisce la questione dei migranti e di cosa si fa in Europa, così come cosa si fa con un paese che trema,frana, si alluviona ecc facendo molti più morti e sofferenti di quanto sarebbe necessario. Lo so che a chi non fa politica sembra assurdo ma finché le dirigenze non si mettono d’accordo sull’intento di un contenitore comune, questa discussione non si può fare. Cioè si può fare, lo abbiamo fatto tutti, ma ognuno la fa con i suoi, con meno slancio mediatico persino di media non tradizionali (che significa meno capacità di arrivare alla società non politicizzata o in astensione che dovrebbe essere la priorità di questa operazione), meno idee, meno partecipazione, meno scambio e meno crescita nel confronto delle culture politiche e non solo. Una discussione ambiziosa che va fatta con serietà, metodo, partecipazione popolare non si può fare a spizzichi e bocconi. Certo, non si può fare nemmeno con l’acqua alla gola delle elezioni, e questo è di gran lunga il problema più serio. Ma, se ci volevano le elezioni per avviarla mettendo un po’ di sano “pepe al culo” (in francese) alle dirigenze, meglio così, meglio farla che non farla.

Insomma, il punto non è gioire che si faccia una lista unica della quale non può fregare niente di nulla a nessuno di per sè, ma tirare un sospiro di sollievo che forse (forse!) si possa avere un unico luogo dove portare idee, energie e speranze tentando di mettere in agenda delle questioni che sarebbero prioritarie per il paese e le classi popolari e che oggi fanno fatica ad emergere sia nella sinistra poiché poste in modo spesso scorretto, sia nel dibattito pubblico e anche nel panorama politico elettorale che pure conta qualcosa che piaccia o no. Questa roba unica è un pallido prerequisito non è né il punto di arrivo, né la soluzione. Bisognerà scegliere democraticamente tutto, fare una discussione anche accesa sui temi e sulle proposte, fare uno sforzo di fantasia (più di uno ). Ma il punto mi sembra che finalmente forse ci sono le condizioni per cominciare a fare quello che si sarebbe già dovuto fare da molto tempo. Radicali nella proposta e riformisti nella pratica, abolendo il termine “discontinuità” che per mesi non ha significato nulla, per iniziare a dire (e fare!) le “cose discontinue”. Chiaro no?

Essendo tutto molto basilare non ne parlerò più.