Stato stazionario, autosussistenza immediata: la felicità

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di Fausto Anderlini – 24 marzo 2019

Pensierino balordo della notte sullo stato stazionario

Si deve agli economisti classici l’idea dello stato stazionario, cioè del compiersi del ciclo dell’accumulazione, con tutte le sue pene e i suoi nevrotici impulsi, in una condizione di stagnazione. Malthus e Ricardo erano pessimisti e la loro previsione di rendimenti decrescenti apriva su un mondo depauperato e arenato nella scarsità. Jhon Stuart Mill invece vedeva lo stato stazionario come una condizione di abbondanza e serenità, come del resto Keynes con la sua profezia della fine del rentier. Marx prese da Ricardo lo spunto per la sua legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, ma il suo comunismo assomigliava assai alle rosee previsioni di Mill e Keynes. Nei Grundrisse Marx arrivò a prevedere uno sviluppo tale della produttività che la scienza sarebbe stata la prima forza produttiva, con la conseguenza di vanificare la legge del valore, e dunque il lavoro costretto (comandato, quale scoperto da Smith) come sua misura. Il comunismo diveniva con ciò uno stato armonioso di riproduzione semplice dove l’abbattimento del lavoro necessario e la straordinaria sovrabbondanza di beni avrebbe permesso all’uomo di fare a meno di ogni consumo vorace e di vivere il lavoro come un lusso. Una sorta di irenico bricolage sociale per occupare il tempo libero. [quello che in effetti è alla portata del ceto medio riflessivo, si potrebbe dire col senno di oggi, alla portata di tutti].

Prima di Fukujama, e agli antipodi da esso quanto a contenuto, per i grandi economisti lo stato stazionario significava la fine della storia, ovvero il placarsi della libidine accumulativa, la passione degenerata connessa al capitalismo. La definitiva domesticazione della smania appropriativa, e delle prevaricazioni ad essa connesse. L’uomo finalmente emancipato dall’essere una rotella nell’infernale meccanismo del ‘perpetuum mobile’ del possesso e dell’avidità. La fine della diseguaglianza come assoggettamento dell’uomo ad altro uomo (e a ogni divinità che ne facesse da tramite). ll superamento della dialettica servo/signore. Un cristianesimo secolare trasferito nell’al di qua. La pacem in terris.

Ma l’idea di una agognata distensione dell’energia vitale in una condizione paradisiaca di relax che ne compie la fatica è immanente anche al di là dell’economia e molte delle istituzioni vigenti, civili e religiose, vorrebbero esserne una prefigurazione.

Ogni amore è un estasi ma anche una sofferenza e perciò ambisce a placarsi. Stemperandosi in una sorta di stato stazionario emancipato dall’ansietà. Sublimandosi nel matrimonio e nella cd. ‘felicità domestica’. All’ombra protettiva e totemica del talamo coniugale. Una condizione, secondo la formula liturgica, di equilibrio cooperativo corporeo e psicologico, noioso ma rassicurante. Unità sintetica e appagata di uomo e donna che altrimenti, sospinti dalla forza cieca della libido, inclinerebbero alla promiscuità e al piacere perverso all’appropriazione violenta. Sempre che il matrimonio non diventi un inferno e una camera di tortura (e in effetti Marx per un certo periodo sposò le teorie orgiastico-taurine degli utopisti circa la comunanza delle donne).

L’asceta e il mistico devono affrontare ogni orrorifico tormento per poi appagarsi nell’atarassia, nel vuoto dell’indifferenza e/o nella benevolenza senza brama e desiderio. Il Nirvana. Che è poi il fine di tutta quella fatica.

La riproduzione semplice. La routine. L’incanalamento dell’energia orgiastica e chiliastica in una sequenza di pratiche utili, cioè innocue. La decrescita felice, il pensionamento garantito e operoso magari innervato come risorsa aggiunta del privato sociale.

Ma per quanto alcune delle profezie di Marx si siano realizzate lo stato stazionario sembra essersi allontanato più che avvicinato. La scienza è certamente la prima forza produttiva e sarebbe in grado di reggersi anche senza la resa economica. Ma la forma merce regna sovrana più che mai. Sicchè la fine del valore si può constatare solo per gli accendini, le biro bic, le biciclette e forse i telefonini (se solo si potessero abolire i gestori). E più i beni riproducibili perdono di valore più quelli non riproducibili lo aumentano. In America il cibo a buon mercato ha contribuito a rendere i poveri obesi a dismisura facendoli morire prima. Una mattanza all’ingrasso.

Più a fondo l’aporia della previsione sta nel fatto che per potersi disporre nel morbido giaciglio dell’appagamento di sè l’uomo deve prima sfogarsi, cioè realizzarsi nella lotta per la sovranità dell’ego o di altra divinità surrogatoria. Spurgando tutta la libido che ha in corpo. Gli uomini diventano buoni e pacifici solo dopo le guerre. I nati entro lo stato stazionario, ove si realizzasse, lo sentirebbero come una prigione insopportabile, una noia che nega la vita e lotterebbero per rovinarlo. La fine dei trenta gloriosi si deve anche a questa dinamica psicologica. Lo stato stazionario viene necessariamente dopo, non prima, e le sue tormentate condizioni dovrebbero sempre essere ricreate da capo. Malgrado gli sforzi di Gautama Buddha (primo grande ideatore dello stato stazionario) Il ciclo delle rinascite non può finire.

Solo le case di cura, le cliniche di lungo degenza, i conventi e le caserme, nonchè lo scampolo di una vita nomade e desolata sotto i ponti, sempre che non siano luoghi di supplizio a disposizione dei sadici, possono garantire una condizione circoscritta di stazionarietà.
Ed io, ve lo dico, ogni notte vado a letto anelando d’essere ricoverato, o richiamato fra i coscritti. Oppure di risvegliarmi in una comunità monastica. O in una giungla di homeless a parlare del più e del meno a stomaco vuoto. Comunque libero da ogni assillo se non la mera autosussistenza immediata. La felicità.
Poi alla mattina mi sveglio con l’angustia insensata del nuovo giorno e mi domando se quello che ho scritto la notte abbia un senso.