Storie di Gap

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STORIE DI GAP – di SANTO PELI – ed. EINAUDI

recensione di David Bidussa

Con Storie di Gap (Einaudi)  lo storico Santo Peli dimostra che si può affrontare con pacatezza, la storia di questioni controversie e spinose che suscitano reazioni emotive anche profonde. Pacatezza che discende dall’avere il  mestiere.di storico. Significa: trovare le fonti, saperle mettere in serie, saperle comparare.

La materia è sicuramente difficile. I GAP (Gruppi di azione patriottica) formazioni che come precisa Peli all’inizio del suo libro “combattono secondo le modalità classiche del terrorismo, cioè sia con uccisioni mirate di singoli individui sia con attentati dinamitardi” (p. 4) non hanno occupato un gran posto nella ricostruzione storica mentre, invece, l’hanno avuto nella memoria collettiva nell’Italia degli anni ’70 quando l’agire terroristico ha ripreso denominazioni, stilemi, modalità e spesso direttamente richiamandosi a quella vicenda. Con ciò perpetuando una condizione di non luogo interessante di ricerca storica perché tutta nei risolta nei simboli a cui la memoria la riduceva.

Quella dei GAP è vicenda in gran parte urbana che ha avuto i suoi momenti alti nella prima fase della Resistenza, tra novembre 1943 e giugno 1944 e che ha segnato alcune delle azioni rimaste nella memoria pubblica: l’attentato a Via Rasella a Roma, l’uccisione di Giovanni Gentile a Firenze, gli atti contro singoli esponenti dell’esercito occupante e dei comandanti repubblichini a Torino e a Milano.

Santo Peli ha la chiarezza di analizzare la dinamica delle azioni concrete, ma anche la memoria costruita dopo, a Resistenza chiusa, memoria che spesso si fissa in scene che trasformano quella lotta in mito, in culto dell’azione, in descrizione della morte eroica. Un aspetto che in alcuni momenti rischia di assimilare quelle scelte di vita e quelle azioni al nemico repubblichino, segnato dalla ricerca della “bella morte”, convinto che quella possibilità, la morte in battaglia, esprima il riscatto.

Spiega e dimostra Peli che, a differenza dell’ansia per la “bella morte”, l’azione dei Gap – azioni clamorose, in pieno centro città, a viso scoperto – è soprattutto la ricerca di comunicare alla massa degli indecisi, che non solo scegliere è possibile, ma che: 1) la scelta non consiste in un gesto eroico e, soprattutto, 2) che il nemico, al di là dall’ostentazione della propria forza, è fragile. E il nemico è rappresentato non da figure metaforiche, ma da concrete funzioni e livelli alti del fronte avversario: sono i comandanti locali, i livelli politici alti locali della RSI, i quadri dell’esercito tedesco.

Negli anni ’70 gli obiettivi da colpire saranno invece molti fino ad assumere le regole del convinto miliziano rivoluzionario per il quale il primo nemico è rappresentato dal proprio compagno incerto, o non fermamente convinto dell’azione da compiere insieme, a differenza dei gappisti tra 1943 e 1944.

Santo Peli insiste, per esempio, sul fatto che a Roma e, a Torino, ma anche a Milano, pur consci delle regole di clandestinità, i gappisti le violarono più volte. La necessità di socializzare, di ritrovarsi, di sentirsi vivi, era più forte di quelle regole, perché erano giovani e volevano vivere e non solo uccidere o al più essere eroicamente uccisi. In breve non si autocandidavano a divenire martiri, né pensavano di essere “i migliori” cui tutti gli altri dovessero assoggettarsi.

Così non avverrà da parte di chi, nell’Italia degli anni ’70, sceglierà di intraprendere il percorso della lotta armata. Per quella generazione lotta armata è “catechismo del rivoluzionario”. Generazione convinta che il rivoluzionario è figura votata a non dare mai mostra integrale della propria personalità, a giocare con gli avversari, a servirsi e a sfruttare le debolezze dei propri compagni.

Il terrorista che “imita” il gappista è convinto che la rivoluzione sia il bene da proteggere anche a costo della vita dei propri compagni. Essa va salvaguardata non solo da loro, ma anche, e talora soprattutto, contro di loro. Essa diviene la cosa che vale di più e per la quale tutto è lecito. Soprattutto si dissolve il vincolo di protezione reciproca che non solo aveva salvato i partigiani ma che non li aveva trasformati in “eroi”. Anche per questo, molti di loro, riuscirono a “restare umani”.

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da www.einaudi.it

I Gap, componente esigua ma rilevante del movimento di Resistenza, occupano un posto marginale nella memoria collettiva e nella storiografia resistenziale. Due ragioni spiegano tale marginalità: da un lato i Gap combattono secondo le modalità classiche del terrorismo, cioè con uccisioni mirate di singoli individui e con attentati dinamitardi; dall’altro sono organizzati e diretti dal Partito comunista, e dunque restano, durante e dopo la Resistenza, connotati politicamente in modo molto piú marcato delle altre formazioni partigiane. Quella dei Gap viene dunque in prevalenza percepita come «un’altra storia», su cui si sono esercitati anatemi con piú virulenza che sulla Resistenza in generale. Nell’immaginario collettivo, alcuni dei piú intricati nodi politici ed etici della lotta resistenziale messi in evidenza dalla pratica del terrorismo urbano continuano, ancor oggi, ad essere schiacciati tra deprecazioni calunniose e acritiche esaltazioni, che prescindono da una reale conoscenza dei fatti. Per la prima volta, origini, sviluppo, difficoltà, successi e fallimenti dei Gap vengono analizzati nell’unico contesto che li rende comprensibili, nella storia della Resistenza. Le condizioni esistenziali e materiali nelle quali i Gap agiscono, le risorse di cui dispongono, la difficile decisione di uccidere a sangue freddo, e i diversi modi in cui si pongono il problema delle rappresaglie, della tortura, della morte, escono finalmente dal mito e dalla demonizzazione liquidatoria.

Nell’aprile 1943 Antonio Roasio, uno dei tre responsabili del centro interno del Partito comunista, invia una lettera «strettamente riservata» alle organizzazioni regionali, in cui fa presente a tutte le strutture di partito l’urgente necessità di attrezzare «i militanti alla lotta armata a mezzo dell’organizzazione di “Gruppi di azione patriottica”, capaci di condurre azioni di sabotaggio delle attrezzature militari contro i massimi dirigenti del partito fascista». Il primo documento scritto in cui si fa riferimento ai Gap è, con ogni probabilità, proprio questo. A livello pratico, però, le prime iniziative concrete verranno messe in atto solo dopo l’armistizio dell’8 settembre che, imponendo un brusco cambiamento della situazione generale italiana, riportò in primo piano l’esigenza di organizzare concretamente la guerra di liberazione. A partire dal racconto degli attentati piú eclatanti – dal colonnello Gobbi al questore Nicolini Santamaria – Santo Peli ripercorre con rigore e imparzialità l’intera vicenda dei Gap per superare le molte «leggende» e restituire ai lettori una ricostruzione lontana dalla retorica e dalla speculazione. Dai profili biografici dei protagonisti alle questioni cruciali – il rapporto fra gappismo e resistenza armata, il tema della rappresaglia, il problema del consenso fra la popolazione – dalla lotta partigiana alle ripercussioni sul nostro passato recente, questo libro colma una lacuna rilevante nel panorama dell’analisi storica del nostro Paese.

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