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Pubblicato il 17 marzo 2018 | di CLAUDIO D’AQUINO

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Sud d’Italia. Una risorsa per la ripresa

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SUD D’ITALIA – di ADRIANO GIANNOLA – ed. SALERNO

recensione di CLAUDIO D’AQUINO

Comincia con “Sud d’Italia. Una risorsa per la ripresa” di Adriano Giannola (Salerno editore) un ciclo denominato “interviste con il libro”. Parte dal presupposto che ogni libro contenga una serie di brani di testo che rappresentano i “passaggi obbligati” del discorso sostenuto dal suo autore. Seguendo questo format, le tesi che sono ritenute fondamentali diventano “risposte” di una ipotetica, ideale intervista. Frammenti di un percorso enunciativo tratti fedelmente dal libro, quindi dal pensiero di chi lo ha scritto. Ai quali Sudonline antepone domande idonee a sciorinare il filo rosso. L’intervista è con il libro, ma dietro al libro c’è l’autore che lo ha scritto e che viene evocato dalle domande più appropriate. In questo caso il professor Adriano Giannola, economista e presidente di Svimez…

Professor Giannola, nei suoi interventi lei è sempre molto critico con le politiche di austerità condotte dalla Unione Europea. Può spiegarci il perché?

La cosiddetta “austerità espansiva”, invece di risanare le finanze pubbliche ha duramente colpito l’economia delle regioni meridionali; il crollo del mercato interno, di conseguenza, ha trascinato con sé le aree forti del Paese a dispetto delle loro positive performance sui mercati mondiali. (pag.7). Nell’intento di mettere “i conti in ordine” abbiamo attraversato il deserto delle austerità.

Ma tutto ciò serve a raggiungere la sostenibilità economica, come l’Europa richiede. Non crede?

Ammesso di aver conseguito la sostenibilità, sembra chiaro che essa offre solo la prospettiva di un’austera recessione e che qualsiasi ripresa è affidata all’entelechia di eventi esterni , non controllabili. I conti in ordine ricordano lo stato di tranquillità che gli economisti della Nuova Macroeconomia Classica amano chiamare “equilibrio naturale”. Se questo è il futuro, è assolutamente necessario disincagliarci da questo equilibrio naturale.

L’Europa richiede oggi di onorare i patti che abbiamo accettato di rispettare, i cosiddetti vincoli di bilancio…

Su come rispettarli troviamo molte, moltissime ricette che suggeriscono rotte diverse; tutte parlano di riforme (le “cornici”), nessuna entra nel merito cosa fare per intervenire sulla struttura di questa Italia (il “quadro”).

Fuor di metafora?

Nessuno parla di come, appunto, iniziare concretamente a ricomporre un disegno incredibile di sviluppo con le pur scarse risorse in campo. Articolare una risposta è funzionale ad orientare le pur scarse risorse verso priorità che possono andare nella direzione di in cambiamento strutturale. Identificare direttrici alle quali calibrare un sistema di strategie interconnesse. (pag.9-10)

Meglio sarebbe uscire dall’euro?

Pensare a smarcarsi dall’euro risponde ad una tentazione tanto istintiva quanto semplicistica e senza prospettive, ma al contempo è vero che in assenza di una correzione di rotta la deriva in atto non lascia molto spazio che a una traumatica soluzione per l’intero euro-sistema… Il problema della nostra difficile permanenza nell’Unione non viene dalla valuta in sé, bensì da ciò che manca e che continua a mancare, e cioè l’accompagnamento che sul versante fiscale e di politiche di bilancio l’Unione Europea non è stata in grado di realizzare per arginare le tensioni (pag. 88-89)

Lei afferma che gli effetti negativi della non ottimalità valutaria dell’euro si concentrano sulle aree deboli.

Gli effetti negativi della non ottimalità valutaria si concentrano ovviamente sulle aree deboli per le quali si pone quindi l’esigenza di calibrare esodi migratori e trasferimenti compensativi in funzione di salvaguardia. Non meraviglia che gli effetti delle tre Agende susseguitesi dal 1998 siano state deludenti. Le fondate critiche alla gestione delle nostre regioni meridionali non legittimano il velo pietoso steso sul fatto che le condizioni date dell’attuale politica di convergenza concorrono con poco a determinare questi esiti.

E’ il tema dei fondi europei che le Regioni del Sud non sanno spendere…

Il tema non è secondario perché con l’alibi delle risorse comunitarie si sono nei fatti ridotte le risorse ordinarie alle quali esse dovevano invece aggiungersi. Oggi addirittura si presenta come “positiva” innovazione l’ipotesi di rendere flessibile il cofinanziamento nazionale ai progetti europei, con il che legittimando – per dati fondi strutturali – un ulteriore disimpegno delle politiche nazionali.

Resta sullo sfondo il problema più grave: il dualismo della struttura economica italiana..

Da vent’anni il nodo del dualismo viene stralciato e affidato alle cure dei Fondi europei. L’ansia di stralciare il problema del Sud dal quadro delle politiche nazionali è, come si è ripetutamente detto, molto pericoloso. Sarebbe stato auspicabile attendersi che la critica alle “classi dirigenti” locali si accompagnasse a una critica altrettanto serrata all’impostazione ed alla logica di fondo della politica di coesione comunitaria. (pag.90)

Lei sostiene che dal 2004, con il cosiddetto “allargamento”, le cose sono peggiorate ulteriormente per il Mezzogiorno. Anche queto dipende dalla non ottimalità dell’euro?

Non solo l’area valutaria unica non è ottimale ma l’eterogenità tra i 27 paesi è ulteriormente esaltata dall’accresciuto rilievo nella divaricazione dei regimi fiscali, ancor più differenziati, da un patto di stabilità per alcuni (in lista di attesa per entrare nell’area euro) di sfruttare anche limitati spazi per manovrare il cambio. L’insieme di questi molteplici aspetti distorsivi ci restituisce uno scenario che per le nostre Regioni della Convergenza (in aggiunta ai loro demeriti) risulta drammaticamente penalizzante (pag.91)

I rimedi sono peggiori del male, quindi?

Oltre il 60% dei fondi europei per la convergenza è destinato proprio alle regioni di quei paesi che godono dei privilegi per noi tanto penalizzanti.

Viviamo il paradosso di essere contributori netti al bilancio europeo; grandi benefattori, poco beneficiati da una politica della convergenza densa di penalizzazioni connesse alla non ottimalità valutaria. Ci facciamo male senza che se ne discuta e, in più, additiamo al mondo le nostre inefficienze per combattere le quali, Agenda dopo Agenda, si è strutturata una impalcatura barocca, burocratica che, lo confessiamo noi stessi, non riesce a gestire la macchina.

Le politiche di coesione sono da riformare?

Se si è fermamente convinti che l’Unione monetaria è indispensabile per un’Europa protagonista nel mondo globale è di vitale importanza, per la sua sopravvivenza, porre il problema di una radicale revisione delle politiche di coesione. Non risulta che il tema sia all’ordine del giorno del semestre di presidenza italiana dell’Unione. (pag.92)

Il Mezzogiorno non è più un problema dell’Italia, ma un problema dei meridionali. Da Berlusconi a Monti a Letta, da oltre venti anni sembra questo l’assunto di governi di diverso orientamento. Anche quello vigente non lo dice, ma forse lo pensa. Non crede?

Continuare a “narrare” senza “voler leggere” l’emergenza del Sud come dramma tutto italiano significa ignorare la radice ed il senso persistente del dualismo. Vanno perciò rotti gli steccati che, spaccando, il Paese, relegando– ed illudono – da anni 20 milioni di cittadini nella riserva dei fondi strutturali con i quali si predica ma non si fa né coesione né convergenza. (pag.95). Non servono lamenti ma, definire da Sud, proposte per il Paese. Da anni si sostiene che là dove l’emergenza è drammatica, più ampie sono le opportunità; che è possibile un piano di intervento coerente per avviare fin da ora una strategia di medio-lungo termine. (pag.96)

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Autore Originale del Testo: CLAUDIO D’AQUINO

Nome della Fonte: ilsudonline.it

URL della Fonte (link): https://www.ilsudonline.it/intervista-con-il-libro-adriano-giannola-il-sud-italia-e-una-risorsa-per-la-ripresa/

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