TAV, ridiscutere si puo’ e si deve

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di Luca Mercalli, da il Fatto quotidiano, 16 ottobre 2013

 

Le affermazioni del ministro Alfano in visita al cantiere Tav in Valsusa a settembre suonano sinistre in questi giorni di memoria del Vajont: “Nessuno potrà fermare un’opera che è stata decisa da uno Stato sovrano (…) Lo Stato difende quest’opera, ne assicura la realizzazione, lo fa con tutta la forza dello Stato, perché il mestiere dello Stato è difendere i cittadini e le opere che ritiene strategiche come questa”.

Avessero le nostre istituzioni governative una storia specchiata in fatto di opere giudicate strategiche e poi costruite a regola d’arte e rivelatesi tali alla prova dei fatti, si potrebbe anche accettare questo principio d’autorità. Avessero, le italiche istituzioni, adoperato lo stesso zelo per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica, la lotta al consumo di suolo, l’efficienza energetica, il riciclo dei rifiuti, ci si potrebbe fidare. Ma l’elenco dei fallimenti voluti e difesi da questo nostro Stato è senza fine. Nel miglior caso, come il G8 alla Maddalena, si sono buttati via soldi pubblici, seguono i danni ambientali, fino alla perdita di vite umane causata da caparbia testardaggine contro l’evidenza dei fatti, di cui il Vajont è l’apoteosi.

E di nuovo, sul supertunnel ferroviario Torino-Lione, doppione di una linea esistente sottoutilizzata, lo Stato non accetta discussioni, assumendo d’imperio che la sua decisione sia quella giusta, affermando che la valutazione di merito è già stata fatta (ovviamente dando ragione a se stesso). Più nessuno discute dei motivi dell’opposizione, ma solo delle sue forme, pacifiche o violente che siano, comunque frustranti e preoccupanti per tutti. Per questo una folta rappresentanza di accademici italiani, già rivoltasi all’allora presidente del Consiglio Monti senza alcuna risposta, riprova con un appello al Capo dello Stato (www.forumfuturo.it). Che offre la via d’uscita più semplice e razionale: occuparsi di curar la malattia e non solo i sintomi, riprendere, una volta per tutte quell’analisi mai compiuta opportunamente dei dati tecnico-economici che secondo autorevoli fonti di scienza e di governo, italiane e francesi, renderebbero quest’opera ambientalmente deleteria e costosissima, un’inutile Fortezza Bastiani delle Alpi Cozie.

Si costituisca una commissione di valutazione imparziale e volontaria, sull’orma di quanto l’Ipcc ha realizzato verso le obiezioni sui cambiamenti climatici. Se lo Stato è sicuro della bontà delle proprie scelte, non avrà certo paura di difenderle con la ragione piuttosto che con i lacrimogeni, illustrarle in modo trasparente, metodologicamente rigoroso, scientificamente verificabile e socialmente condiviso. A quel punto si guadagnerà la fiducia dei cittadini – inclusi quelli della Valsusa, che le giustificazioni “strategiche” continuano a vederle fallaci – e acquisirà così il diritto di difendere anche con i blindati le sue decisioni sovrane, ma certificate da metodo oggettivo e non da principi assolutisti. Se viceversa, quelle promesse traballanti sul potere salvifico del colosso ferroviario non reggeranno alla prova della falsificabilità scientifica, allora sia lo Stato a fare un passo indietro, e per una volta eviti i danni prima che sia troppo tardi.

Risponderà il Presidente Napolitano? Costituirà una commissione super-partes, che è pure un modo per togliere ogni pretesto alla violenza? Non c’è nulla di male a rimettere in discussione un’opera di tali dimensioni: in caso di fallimento i costi sarebbero così elevati che una verifica aggiuntiva, ora che si è appena ai preliminari, denoterebbe prudenza e saggezza. Affermare, come Alfano, che “È un’opera strategica, è frutto di trattati internazionali, che hanno il bollo del Parlamento italiano”, è un po’ labile. La storia ci insegna a non fidarci molto di quel bollo, e – come cittadini e contribuenti – siamo legittimati a conoscere nei dettagli le motivazioni del supertunnel, argomentate con tonnellate di merci, cemento, acciaio, detriti di scavo, chilowattora, emissioni di CO2, debito pubblico, piano di rientro economico e piano B se qualcosa va storto, soprattutto con i tempi che corrono.

Invece nel decreto “femminicidio” passa l’emendamento che estende ai cantieri (alle cantiere?) controllati/e da pubblica sicurezza il reato di spionaggio politico o militare se fotografi o documenti. In mancanza di quella trasparenza necessaria alla valutazione razionale dell’utilità di una “grande opera”, l’imperiosa dichiarazione governativa suona simile a: “Il Tav si farà. A costo di trovare un motivo valido”. E di spazzar via chiunque pensi il contrario.