Terremoto politico in Italia

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di Jacques Sapir – 10 marzo 2018

Da RussEurope in esilio, Jacques Sapir commenta il risultato delle elezioni italiane, che hanno segnato una sconfitta storica per i partiti socialdemocratici, appiattiti senza riserve sul montante neoliberismo e letteralmente cancellati dal verdetto degli elettori. Questa sconfitta potrebbe diffondersi per contagio negli altri paesi europei, come in Germania, dove l’SPD, accettando la Grande Coalizione, ha segnato la propria condanna a una morte lunga e dolorosa. Qualunque sarà l’esito sul governo di queste elezioni, i partiti che ne escono vincenti dovrebbero tenere presente quello che evidenzia Sapir: queste elezioni italiane hanno il valore di un referendum sulla questione europea

Una sconfitta storica

Le elezioni che si sono svolte in Italia domenica 4 marzo hanno provocato un vero terremoto politico. Il partito di centrosinistra (il PD) e il suo leader sono stati cancellati. I partiti euro-scettici o cosiddetti “populisti” sono arrivati primi. È probabile che nei prossimi mesi questo terremoto si diffonderà, per un effetto di contagio, verso altri paesi dell’Unione europea. E’ utile dunque trarne delle lezioni. Va ricordato, tuttavia, che il sistema elettorale italiano è complesso.

La Camera dei Deputati comprende 630 seggi, di cui 232 sono eletti a maggioranza relativa in altrettanti collegi uninominali, mentre 398 sono eletti con sistema proporzionale a livello nazionale. Il Senato della Repubblica è composto da 315 seggi. Dei 315 senatori, 116 sono eletti a maggioranza relativa in collegi uninominali, mentre ben 199 sono eletti con sistema proporzionale nei collegi plurinominali e con soglia di sbarramento regionale del 20% (a livello regionale) o del 3 % (a livello nazionale). Non si può formare un governo senza fare coalizioni.

Vincitori e vinti

Questi risultati rivelano quattro fenomeni significativi [1]. In primo luogo, la coalizione guidata da Berlusconi e composta da tre partiti, è giunta in testa con circa il 35% dei voti. Poi, il Movimento 5 Stelle (M5S), il cosiddetto partito populista, ha fatto un balzo in avanti superiore alle attese e ha totalizzato circa il 33% dei voti. Ciò mette in evidenza il crollo del Partito Democratico (PD) di Matteo Renzi, che con circa il 19% dei voti (o il 22% se si aggiungono piccole frange dissidenti), ha riportato il peggior risultato della sua storia. Infine, e questo è il quarto punto saliente di queste elezioni, la “Lega Nord” (Lega), che ha abbandonato la sua dimensione separatista per diventare un vero partito nazionale, ha fatto meglio, nella coalizione di destra, di Forza Italia, il partito di Berlusconi.

Sono dunque due i vincitori di queste elezioni: Di Maio, che ha guidato la campagna M5S, e Salvini, il leader della Lega. A questo si aggiunga l’elezione, nei collegi proporzionali, di due economisti ben noti per le loro posizioni anti-Euro, Alberto Bagnai e Claudio Borghi. I grandi perdenti di queste elezioni sono i partiti “europeisti”. Ed è anche la sconfitta, pesante, di Matteo Renzi, questo leader del PD che è stato presentato come la nuova stella della politica italiana e che, come primo ministro, ha attuato una politica non molto lontana da quella condotta oggi da Emmanuel Macron in Francia.

Una campagna elettorale polarizzata

La campagna elettorale si è polarizzata intorno a due problemi chiave: la situazione economica dell’Italia e il problema del flusso incontrollato di migranti. Sul primo punto, è chiaro che l’euro ha avuto effetti drammatici, come in Francia, sull’economia italiana. Quest’ultima non può nascondere dietro un saldo commerciale in surplus (ma un surplus dovuto principalmente alla compressione delle importazioni) una situazione generale catastrofica. Va anche notato che il famoso “jobs act” creato da Renzi, a cui si è ispirata la “legge sul lavoro” in Francia, si è dimostrato un fallimento spettacolare, al punto che si parla di abrogarlo.

Ma, come si può ben vedere sia dall’ascesa della Lega che dal cambiamento di atteggiamento su questo tema del M5S, anche il problema dell’immigrazione selvaggia è stato uno dei temi principali di questa campagna. L’Italia, a causa della sua posizione geografica, ma anche della mancanza di reazione da parte di altri paesi dell’Unione europea, è stata lasciata sola ad affrontare i flussi migratori, alcuni dei quali sono provocati dalla pessima situazione in Libia, causata dall’intervento dei paesi NATO, che l’Italia non può né gestire né controllare. La situazione su questo punto è critica.

Due uomini forti

Due uomini emergono da queste elezioni, Luigi di Maio (M5S) e Matteo Salvini (Lega). Di Maio ha fatto molto per dare al M5S un volto accettabile per le élite italiane. Con la sua apparenza di giovane tecnocrate, riesce ad essere rassicurante, e in effetti le borse europee hanno reagito solo moderatamente ai risultati della notte del 4 marzo. Egli appare, in un certo senso, più rispettabile di Beppe Grillo, il fondatore del Movimento. Resta da vedere quanta autonomia avrà Di Maio nei confronti del leader storico. Tuttavia, il successo del M5S (il 32% dei voti) è dovuto molto anche ai risultati ottenuti al sud, dove questo partito ha cancellato il PD. Questi risultati si spiegano sia con i suoi attacchi a un sistema corrotto, che dal rileivo dato al problema dell’immigrazione selvaggia.

Anche Salvini ha fatto molto per trasformare un partito regionale, che all’epoca raggiungeva il 4% alle elezioni politiche, in un vero partito nazionale. Ha avuto un successo oltre ogni speranza. Il fatto che sia in vantaggio su Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi (18% contro il 13,9%), e che segua da vicino il PD (con il 18% contro il 19%), è una prova del suo successo. Inoltre surclassa il movimento populista e nazionalista “Fratelli d’Italia”, che faceva parte della coalizione di destra e ha ottenuto solo il 4,3% dei voti. Ha raccolto alcuni elettori del M5S, turbati dal recente ammorbidimento sull’euro da parte del Movimento. È indubbiamente una forza con cui si dovrà fare i conti in futuro. Ma, se vuole radicare il suo successo, la Lega dovrà migliorare la sua copertura nazionale.

Vixerunt … il PD

Quando Cicerone, la mattina del fallimento della congiura di Catilina a Roma («Qusque tandem, Catilina, abutere patientia nostra… ») apparve con la sua armatura sul Foro, esclamò “Vissero” (Vixerunt), nel senso che i cospiratori erano stati messi a morte.

E possiamo riprendere la sua esclamazione per riferirci a ciò che è rimasto della socialdemocrazia italiana. Perché la pesante sconfitta subita va oltre la sconfitta personale di Matteo Renzi. Se questa sconfitta consacra il rifiuto di un programma politico, consacra anche – e forse soprattutto – il fallimento di una strategia, quella dell’adattamento al neoliberismo, ai suoi dogmi e alle sue regole. Questo fallimento non è un fatto solo italiano. In Germania, ne risente gli effetti l’Spd, quello che una volta era un grande partito socialdemocratico che dettava la linea ai “fratelli” socialisti europei, e che è ormai superato da AFD (il 16% contro il 18% negli ultimi sondaggi). Questo fallimento, paradossalmente, spiega il voto dei membri dell’SPD per la Grande Coalizione (o GroKo) di questa stessa domenica 4 marzo. Chiamato ad approvare o respingere un accordo di coalizione con Angela Merkel, ma consapevole che un rifiuto avrebbe riportato gli elettori tedeschi alle urne, con conseguenze disastrose per l’SPD, i suoi membri hanno quindi votato per la GroKo. In tal modo, evitano una morte rapida per consegnarsi ai tormenti di una morte che si protrarrà per diversi anni, ma che non sarà meno inevitabile.

La cancellazione dei partiti europeisti

Un’ultima cosa da notare a proposito dei risultati di queste elezioni del 4 marzo, è la cancellazione dei partiti “europeisti”. Dal momento che sappiamo che anche Berlusconi ha mostrato di avere delle riserve sull’euro (vuole un sistema a “due valute” che non è praticabile nella realtà ma equivale a una condanna dell’euro) e che ricordiamo i vecchi discorsi del M5S, oltre il 68% degli elettori italiani ha votato per partiti più o meno euroscettici. Da questo punto di vista, queste elezioni hanno anche il valore di un referendum sulla questione europea …