Tortura. L’Inquisizione europea ci condanna

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di Anna Lombroso per il Simplicissimus – 7 aprile 2015

La corte di Strasburgo ci condanna per una delle pagine più vergognose della storia del nostro dopoguerra.

Ed è giusto.

Se facessi della satira direi che possiamo essere ottimisti sulla prossima riprovazione europea per un’altra scuola sede di oltraggi, quella pubblica oggetto di una riforma governativa. E che a proposito di torture forse l’alta corte prenderà in seria considerazione il biasimo per alcune delle misure del Jobs Act.

Ma ho esaurito qualsiasi forma di giocosa ironia nei confronti di un’espressione monetaria che si erge ad autorità morale, esercitando la sua disuguale pedagogia, punitiva nei confronti di popoli retrocessi allo status di ragazzacci spendaccioni e scavezzacolli, assolutoria invece con quelli che palesano ubbidienza ai suoi criteri e diktat. Che ci fa oggetto di deplorazione per il respingimento di rifugiati e immigrati, quando per prima condanna ad esclusione e miseria di risorse e prerogative interi popoli entro i suoi stessi confini. Che, come ho scritto non più tardi di ieri, ci critica per la generalizzata corruzione che ha trovato il suo teatro privilegiato nelle procedure di aggiudicazione dei lavori delle grandi opere, finanziando con risorse comunitarie alle quali abbiamo tutti contribuito, attori inquisiti, inquinati, incriminati, grazie a campagne di project bond “dedicate”  a  soggetti e cordate segnalate perfino dalle nostre autorità giudiziarie e di controllo. Che condanna la manovalanza, i garzoni della macelleria di Pigs, schierandosi al fianco, anzi un gradino più giù, piegata al volere dell’autonominato sceriffo del mondo, con le sue guerre umanitarie, le sue esportazioni di democrazia passate per le armi, le sue camere di tortura istituzionali a Guantanamo, le sue sedie elettriche e iniezioni letali. Per non parlare della dichiarata abiura dai principi  e dagli obiettivi della proclamata e sempre slealmente tradita Europa dei diritti, che ormai ha dichiarato guerra a dignità delle persone, tutela dell’ambiente, garanzie del lavoro, accesso paritario a assistenza, cure, rispetto della inclinazioni e bisogni, uguaglianza dei sessi, tutte componenti sacrificate al profitto e al mercato.

È giusto, però, perché l’Italia come  la Turchia ed altri pochi altri, non si è dotata di una legge contro la tortura. Così non sono puniti per legge i salariati della violenta sopraffazione, tanto che la condanna nazionale per i fatti della Diaz riguarda il reato  di falso aggravato, l’unico  scampato alla prescrizione dopo 11 anni, in relazione ai verbali di perquisizione e arresto a carico dei manifestanti, rivelatisi pieni di accuse infondate. Ma c’è da dubitare che una legge vada oltre la punibilità di addetti a scannatoi ammessi, tollerati, clandestini, mai dichiarati, per arrivare a mandanti, carnefici d’ufficio, quelli che, come è tradizione di stati di diritto che hanno rinunciato ai diritti, oltre che alla sovranità statale, sfuggono sempre, non conoscono l’onta dei tribunali, respingono ogni responsabilità, a cominciare da quelle politiche e che se vengono rimossi è per essere promossi a più remunerativi e prestigiosi incarichi.

È giusto. Una legge contro la tortura è necessaria. Necessario sarebbe però applicarla. Perché è ormai uso corrente promuovere legislazioni pensate e disegnate per essere disattese da un pubblico di inviolabili ed  intoccabili, perlopiù predisposte  dalla casta dispotica dei nuovi sacerdoti della giurisprudenza, quel ceto costituito da giuristi e avvocati, dai grandi studi internazionali che redigono principi, valori e  regole del diritto globale su incarico delle multinazionali,  per riconfermare quella mercantilizzazione del diritto  e della giustizia che apre la strada alla mercificazione delle vite, delle convinzioni, delle scelte e dei diritti fondamentali.

È giusto. Perché la tortura si esegue proprio nei luoghi dove i cittadini dovrebbero essere più tutelati, quelli nei quali sono affidati allo Stato e ai suoi servitori. E dove chi arriva aspirando e diventare cittadino, perde invece ogni dignità ed identità, per convertirsi in vita nuda, esposta, irrisa, vulnerabile e non riconosciuta.

È giusto. Ancora più giusto sarebbe che la esigessimo noi, prima che ci obbligassero autorità esterne, non autorizzate né autorevoli. Perché è su questo terreno che ci si riscatta, che si riconquista   la democrazia che ci hanno tolto e l’umanità alla quale stiamo rinunciando.