Tutti i limiti del commissariamento di Roma

per Gian Franco Ferraris
Autore originale del testo: Massimo Villone
Fonte: Il Manifesto
Url fonte: http://fondazionepintor.net/roma/villone/commissariamento/

di Massimo Villone – 28 agosto 2015

Man­dare a casa il sin­daco Marino — che a Renzi piace poco — sarebbe stato visto come un rego­la­mento di conti nel Pd. Dun­que si prende la via di un com­mis­sa­ria­mento sostan­ziale. Più che lo scio­gli­mento del muni­ci­pio di Ostia, conta che l’amministrazione e il sin­daco siano stati con­se­gnati all’occhiuta guar­dia­nia del pre­fetto. Che si chiami coor­di­na­mento non fa dif­fe­renza, è un regime a sovra­nità molto limi­tata. Solu­zione da tempo adom­brata per il Giu­bi­leo. È un sin­go­lare con­trap­passo che sia chia­mato al com­pito il pre­fetto che la sto­ria ricor­derà come l’uomo che non sapeva nulla (del fune­rale del boss Casamonica). Ma, secondo regola, si doveva scio­gliere o no? La norma oggi vigente sullo scio­gli­mento per infil­tra­zioni e con­di­zio­na­menti mafiosi o camor­ri­stici è l’articolo 143 TUEL (testo unico enti locali). La legge ori­gi­na­ria risale ai primi anni Novanta, poi modi­fi­cata, e oggetto di pole­mi­che ricor­renti. Anzi­tutto, nella prima ver­sione era mirata uni­ca­mente allo scio­gli­mento delle assem­blee elet­tive, con com­mis­sa­ria­mento e nuove ele­zioni. Para­dos­sal­mente, pote­vano rima­nere al pro­prio posto fun­zio­nari e diri­genti senza i quali il con­di­zio­na­mento mafioso non avrebbe potuto farsi strada, e magari veniva man­dato a casa chi era stato eletto su un pro­gramma di lotta ai poteri cri­mi­nali. Una debo­lezza evi­dente, poi cor­retta dal legislatore. Inol­tre, in ter­mini gene­rali, la legge si inse­ri­sce in un campo nel quale l’attività cri­mi­nosa non giunge ancora alla pun­tua­lità di ele­menti che bene reg­ge­reb­bero l’azione penale. Se la con­dotta cri­mi­nale è accer­tata e chia­ra­mente impu­ta­bile, lo stru­mento chi­rur­gico di ele­zione è il giu­di­zio penale. Lo scio­gli­mento di cui si parla inter­viene nel campo del sospetto, del peri­colo, della pro­ba­bi­lità che accanto a un cri­mine accer­tato altre atti­vità ille­cite abbiano potuto o pos­sano svol­gersi. Le rela­zioni sull’accesso sulle quali si basa la deci­sione di scio­gliere fanno spesso rife­ri­mento a fre­quen­ta­zioni, con­tatti, con­te­sti di rap­porti e col­le­ga­menti con per­sone o ambienti noti per l’appartenenza a orga­niz­za­zioni cri­mi­nali. Un ter­reno sci­vo­loso, e suscet­ti­bile di inter­pre­ta­zioni mol­te­plici, soprat­tutto per gli enti locali minori in cui la rete di legami di paren­tela o ami­ci­zia è ine­vi­ta­bil­mente per­va­siva. Nell’attuale for­mu­la­zione, modi­fi­cata con la legge 94/2009, l’articolo 143 del TUEL richiede «con­creti, uni­voci e rile­vanti ele­menti» ai fini dello scio­gli­mento. Una for­mu­la­zione strin­gente voluta dai più garan­ti­sti, che per non pochi ha tolto alla legge gran parte della sua effi­ca­cia. In ogni caso, la deci­sione di scio­gliere per infil­tra­zioni o con­di­zio­na­menti — affi­data al Con­si­glio dei mini­stri — man­tiene un alto grado di discre­zio­na­lità, ed è fatal­mente oggetto di una let­tura poli­tica. Non è un caso che — con la sola ecce­zione di Reg­gio Cala­bria — mai siano stati sciolti i con­si­gli comu­nali di città impor­tanti. È ovvio che lo scio­gli­mento di Roma avrebbe avuto un impatto for­tis­simo. Del resto, anche lo scio­gli­mento di comuni minori può essere un per­corso acci­den­tato, quando il potere locale è un tas­sello di equi­li­bri nazio­nali di governo, infra o inter­par­ti­tici. Chi va a scio­gliere a cuor leg­gero per mafia o camorra un con­si­glio comu­nale in cui sie­dono por­ta­tori di essen­ziali pac­chetti di voti, magari pronti a pas­sare al nemico? È stato ampia­mente citato il caso del comune di Fondi, che nel 2009 il Con­si­glio dei mini­stri non sciolse, nono­stante la pro­po­sta in tal senso. Le sta­ti­sti­che ci dicono che gli scio­gli­menti degli enti locali sono nume­rosi, e in larga mag­gio­ranza hanno luogo per dimis­sioni volon­ta­rie, soprat­tutto dei con­si­glieri e tal­volta del sin­daco. Una parte di que­sti scio­gli­menti per dimis­sioni può essere dovuta pro­prio all’intento di anti­ci­pare uno scio­gli­mento per infil­tra­zioni o con­di­zio­na­menti mafiosi. Il comune di Fondi, prima citato, fu sciolto per dimis­sioni del sin­daco. Dove c’è odore di mafia o camorra e timore di com­mis­sa­ria­mento, gio­care di anti­cipo andando subito al voto può essere la via più age­vole di ricon­qui­stare la pol­trona. Il malato è grave. È fal­lita la grande scom­messa che negli anni Novanta aveva cer­cato nelle auto­no­mie una nuova vita­lità per il paese. E la fra­gi­lità della poli­tica e delle isti­tu­zioni mostra come sia illu­so­rio il man­tra di sapere chi ha vinto la sera del voto. È così nelle regioni e negli enti locali. Ma di buon governo nem­meno l’ombra. E non farà certo dif­fe­renza la modi­fica di qual­che parola nell’articolo 143 TUEL. Biso­gna ragio­nare su come rin­sal­dare le isti­tu­zioni e i sog­getti col­let­tivi che in esse ope­rano, essen­ziali per far valere respon­sa­bi­lità poli­tica e con­trollo sociale. Con­tro la cor­ru­zione, biso­gna far cre­scere gli anti­corpi nel vivere e nell’amministrare quo­ti­diano. I blog, le assem­blee vir­tuali, il micro-associazionismo sono utili e talora bene­me­riti, ma non suf­fi­cienti. E tanto meno ser­vono le leggi spot e gli inter­venti emer­gen­ziali eretti a sistema. Un pro­getto di pro­spet­tiva e di ampio respiro, volto a ria­ni­mare una demo­cra­zia gra­cile e asfit­tica. Que­sto serve al paese, e il caso Roma lo con­ferma. Invece Renzi rife­ren­dosi al senato ci dice dal mee­ting di CL a Rimini che non si aumenta la demo­cra­zia mol­ti­pli­cando le pol­trone. Dipen­desse da lui, la aumen­te­rebbe divi­den­dole fino a lasciarne una sola. La sua.

da il manifesto del 28 agosto 2015

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