Umanità indifferente e crudele

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di Alfredo Morganti – 13 giugno 2018

L’umanità in premessa

C’è la tendenza oggi a mettere le considerazioni umanitarie in premessa. Come un dato indubitabile, come un’ammissione doverosa che dovrebbe rassicurare tutti. Poi, però, scatta l’avversativa. Capisco e sono solidale, ma… È un atteggiamento diffuso. Ora io credo che i tempi esigano di togliere quella premessa da lì e farla diventare un elemento strutturale del ragionamento. Io credo che l’umanità debba essere messa in gioco, debba diventare un fatto politico. Immagino l’obiezione: l’umanitarismo è un falso tema, è la spoglia finale del neoliberismo, la sua sembianza più truffaldina, dietro cui si nasconde l’orrore di una società che sfrutta e depreda. Obiezione che non cambia nulla, e che lascia intatto il problema di milioni di persone che vivono condizioni miserevoli di lavoro, di non lavoro, di segregazione, di fuga, schiavitù o non accoglienza. Umanità concreta, non chiacchiere libresche, non sillogismi. Masse enormi di persone sole, di individui alle prese col mercato del lavoro, con la guerra, con una coesione sociale ridotta a zero, stranieri in fuga, ‘e’migranti (come dice Claudio Bazzocchi), donne e uomini che vivono lo scacco della perdita del lavoro, o divengono flessibili come canne al vento pur di sopravvivere, e non hanno più o quasi i riferimenti e le ‘forme’ politico-sociali di un tempo (partiti, sindacati, associazioni, solidarietà diffusa, mutui soccorsi).

In assenza di tutto ciò, e costretti ad affrontare individualmente il proprio destino, questa umanità da una parte è ‘narrata’ da umanitarismi generici, universali, astratti, mentre dall’altra trova il muro erto di chi sta meglio, di chi ce l’ha fatta, di chi ha tratto vantaggi dalla flessibilità e dalla mobilità. Pochi, quasi nessuno pensa l’umanità, invece, come un elemento strutturale, come il bios, la carne e il sangue di una donna e di un uomo: la sua vita, le sue speranze, i suoi sogni, il suo futuro e un presente duro da vivere. Molti invece danno a questo politicissimo bios e a questa stessa umanità il carattere di una semplice premessa, una proposizione dovuta, di prassi, tanto per non apparire senza cuore – premessa immediatamente soffocata dal rimbalzare dei tecnicismi, delle compatibilità, delle analisi dotte, dei freddi calcoli, delle tattiche di corto respiro e della patente subordinazione al pensiero dominante.

Per molti l’umanità è forza lavoro, e basta. Macchina per produrre, energia viva che valorizza le merci, a cui concedere la minima sussistenza e niente più. Guai a indicare la vita che sostiene questa macchina e questa energia. Anche solo parlare di condizione umana, per tanti sarebbe solo un modo per deviare l’attenzione dal fatto crudo, in sé, che l’uomo è forza lavoro, è un addetto, è la rotella sfruttata del meccanismo, una mera declinazione individuale del capitalismo, e nulla più, che al più merita, come umanità, di essere appena riconosciuta in premessa. Dimenticando quanto spazio Marx dedicò alla condizione sociale dei proletari, a come fossero costretti a vivere, all’esistenza che conducevano, riportando dati e testimonianze tratte dalle relazioni che gli ispettori britannici svolgevano periodicamente. Quelle condizioni non erano pietismo, né un abbellimento della critica dell’economia politica, ma ne erano la struttura, la ragione stessa della critica, il motivo di tanta algebra e di tanta analisi storica, l’angolo visuale primario, da cui cogliere le modalità di vita che il capitale impone agli sfruttati, donne e bambini compresi: le stesse donne incinta e gli stessi bambini o minori in gita oggi sulla Aquarius, inviati qui dal capitale per fare l’esercito di riserva e toglierci il lavoro, soprattutto quello di raccogliere pomodori.

Karl Polanyi è stato addirittura esemplare in questo senso: “La presunta merce ‘forza lavoro’ non può essere fatta circolare (sic!), usata indiscriminatamente e neanche lasciata priva di impiego senza influire anche sull’individuo umano che risulta essere il portatore di questa merce particolare. Nel disporre della forza lavoro di un uomo, il sistema disporrebbe tra l’altro dell’entità fisica, psicologica e morale ‘uomo’ che si collega a questa etichetta”. Senza “la copertura protettiva delle istituzioni culturali, gli esseri umani perirebbero per gli effetti stessi della società”. Così Polanyi. Il mondo è pieno di forza lavoro (bianca, nera, circolante, stanziale, occupata o meno) a cui è stata tolta questa protezione sociale, riducendola a mera energia lavorativa sotto-sussistente. È una massa enorme di uomini che vaga alla ricerca solitaria di soluzioni. Umanità che merita ben più che essere solo una premessa, ben più che essere considerata un semplice rivestimento ornamentale della forza lavoro. Umanità che merita umanità, solidarietà e protezione, anche affettiva. Non solo essere oggetto di piani economici. Scambiare l’umanità per umanitarismo, poi, è da stolti. La sinistra c’è per questo, per proteggere, per riscattare, per offrire solidarietà e indicare una prospettiva di cambiamento. Il resto non conta nulla.