Un muro che non riusciremo ad abbattere

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di Luca Billi – 21 novembre 2018

Dopo più di un mese di viaggio, dopo più di 4.500 chilometri percorsi a piedi, la prima parte della carovana di donne e di uomini – ma sono in grande maggioranza donne – partita dall’Honduras a metà ottobre, è arrivata a Tijuana, al confine con la California, a soli ventisette chilometri da San Diego. Sono duemila persone, e presto ne arriveranno almeno tre volte tante. Non sappiamo di preciso quanti siano quelli che si sono messi in cammino dall’America centrale: le stime oscillano tra 10 e 17mila, ma certamente sappiamo che ormai quella massa è partita e non ha alcuna intenzione di tornare indietro. Non fermi un popolo che si è messo in marcia.
A Tijuana hanno trovato il “muro” costruito da Trump, i 5.700 soldati inviati lungo il confine meridionale degli Stati Uniti per fermare l'”invasione”, come l’ha chiamata il presidente, che ha usato questo tema nella campagna elettorale di metà mandato, riuscendo a vincere quelle difficili elezioni. Sono più uomini di quanti quel paese ne stia schierando in Iraq. E hanno trovato il “muro” costruito dalla burocrazia: chi vuole chiedere asilo negli Stati Uniti deve presentarsi a un posto di frontiera, senza tentare di entrare di nascosto, pena la perdita di ogni diritto presso le autorità statunitensi. Ossia devono aspettare il verdetto dell’agenzia per l’immigrazione, che può arrivare anche dopo molti mesi.
Ma il “muro” più solido contro cui si sono imbattuti in questi giorni le donne e gli uomini dell’Honduras non l’ha costruito Trump, non l’hanno eretto gli Stati Uniti: sono i più poveri tra i cittadini di Tijuana, sono i 2.500 profughi che aspettano già da mesi in quel varco della frontiera, sono quelli che già c’erano e che non vogliono i “nuovi” arrivati. A Tijuana sono già cominciati gli scontri, dentro e fuori i campi di accoglienza dei migranti, scontri fomentati anche dai cartelli del narcotraffico, che hanno evidentemente tutto l’interesse a concentrare in quell’area i disordini e a mantenere il loro controllo su un confine che per loro è vitale. Paradossalmente questo muro sarà reso ancora più solido da quelli che sono arrivati in questi giorni, in queste ore, che a loro volta vedranno quelli che arriveranno domani e dopodomani come terribili concorrenti. Quando la meta era lontana era facile essere solidali, ma ora che il traguardo è lì vicino, apparentemente a portata di mano, il rischio che si scatenino gli istinti peggiori della massa è molto forte. E’ la lotta dei penultimi contro gli ultimi e siccome gli ultimi sono destinati a crescere – ci saranno sempre dei “nuovi” ultimi – questo è un conflitto destinato ad aumentare in maniera esponenziale. Agli Stati Uniti basterà stare a guardare: sarà sufficiente farne entrare pochissimi, per rendere quelli rimasti fuori ancora più cattivi, ancora più spietati. Trump ha già vinto la sua battaglia: perché non esiste muro più solido – e più economico per lui – della cattiveria degli uomini.
E’ tragico il destino di quelle donne e quegli uomini, che sono fuggiti per entrare in nuova prigione.
All in all it was just a brick in the wall
All in all it was just bricks in the wall