Ventun’anni dopo

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di Luca Billi 22 aprile 2015

Il 25 aprile quest’anno andrò a Milano, per partecipare alla manifestazione nazionale dell’Anpi. E’ la seconda volta che ci vado, perché quasi sempre ho celebrato questa festa nella città dove vivevo o lavoravo. Un anno siamo andati a Monte Sole, un luogo dove è importante tornare ogni tanto – anche al di fuori delle date canoniche – perché camminando tra quei ruderi, osservando quegli alberi, ascoltando i silenzi di quelle belle colline, senti più vivo il dramma di quelle donne e di quegli uomini. Il 25 aprile naturalmente lo si può ricordare dovunque, ma certo ci sono luoghi dove la memoria è più viva.
Questo sarà un 25 aprile particolare, intanto perché si tratta di un anniversario “rotondo”: il settantesimo e quindi credo sia giusto festeggiarlo in maniera per così dire istituzionale, insieme a tante altre persone, che condividono questi valori. E poi perché sarà il primo anniversario della morte di mio padre, una delle persone che mi ha insegnato il motivo per cui è giusto celebrare il 25 aprile.
A Milano ci sono andato – insieme a mio padre e a un po’ di compagni della città in cui vivevo allora – nel 1994. Sembra un secolo fa. Qualcuno di voi sicuramente c’era e se lo ricorderà: fu un anno particolare, e una manifestazione particolare. Nanni Moretti la descrive a suo modo all’inizio di Aprile. C’erano state le elezioni politiche il 27 e il 28 marzo, le prime con la “nuova” legge elettorale – la legge Mattarella – le prime della cosiddetta “seconda Repubblica”. Noi avevamo perso – perso male, anche perché pensavamo di vincere – e aveva vinto Berlusconi e al governo c’erano i fascisti di Alleanza nazionale. Per molti di noi fu un trauma, che sentimmo in maniera ancora più forte proprio il 25 aprile, perché quel governo, per la prima volta nella storia della Repubblica, non solo non festeggiava quella data – il capo del governo platealmente non partecipò a nessuna manifestazione – ma non riconosceva il valore fondante di quell’avvenimento storico. La Democrazia cristiana festeggiava il 25 aprile, loro no. Loro erano diversi e volevano fare un’Italia diversa; e ci sono riusciti, purtroppo.
Andare a Milano fu un gesto di opposizione, un gesto di rabbia, per quanto impotente. La città leghista ci accolse ovviamente con freddezza, ma soprattutto il clima era pessimo: ricordo che piovve tutto il pomeriggio e fu anche complicato tenere insieme il gruppo. Quel cielo grigio, quella pioggia incessante, quella giornata fredda, nonostante fossimo a fine aprile, erano la metafora di come stavamo, di come saremmo stati negli anni successivi. L’inverno del nostro scontento, avrebbe detto Shakespeare, non era finito, ma anzi stava per cominciare.
Quell’anno – e quella manifestazione – ha segnato in qualche modo la storia delle celebrazioni successive, perché, al di là delle frasi di circostanza, della retorica istituzionale, la Festa della Liberazione è stata via via presentata come una festa “nostra”, una festa di reduci, una festa “antica” che non serviva più alla “nuova” Italia. E contemporaneamente si è fatto più asfissiante il tentativo di riscrivere tutta la storia di quegli anni, si è fatta strada l’idea della pacificazione, fino all’equiparazione tra chi aveva combattuto nella Resistenza e chi per la repubblica di Salò. Non ci sono stati solo i libri di Pansa e di altri pennivendoli che hanno lucrato sul revisionismo, ma tanti esponenti del nostro partito e della sinistra hanno cominciato a pensare – e a dire – che il mondo era cambiato e doveva cambiare anche il 25 aprile. Sono stato contento quando ho letto che il “nuovo” Presidente – non a caso un vecchio democristiano – in questi giorni ha parlato di “pericolose equiparazioni”, ma ormai molta acqua è passata e per tanti italiani il 25 aprile è soltanto un giorno rosso del calendario, l’occasione di un ponte o magari il momento per andare a fare shopping in uno dei tanti centri commerciali aperti. Fascista ormai non sembra significare più nulla e noi che continuiamo ostinatamente a usare questa parola veniamo giudicati, quando va bene, dei vecchi aggrappati ai nostri ricordi, dei fossili del Novecento.
Personalmente torno a Milano, dopo ventun’anni, perché credo che il momento sia grave come allora, anzi più grave, proprio perché sono passati ventun’anni e perché non sento quella rabbia di allora, ma solo l’impotenza. Io, come tanti altri, ho anche smesso di fare politica – a parte scrivere, per non perdere il vizio. Vado a Milano per fare opposizione a questo governo, a questo regime, che – nonostante le parole di circostanza – non riconosce il 25 aprile, i valori del del 25 aprile, perché non rispetta la Costituzione. L’attacco alla Carta è più violento ora che allora, perché intanto si sono fatti furbi, lo stanno facendo in maniera più eversiva, ma con toni decisamente più gentili, con meno baldanza, anzi facendo finta di rispettarne le forme. E renzi è andato perfino a Monte Sole, senza paura di sfidare il ridicolo, per fare la sua passarella, per prendersi gli applausi organizzati dai suoi prezzolati capoclaque, per farsi fare qualche foto con i bambini, mentre canta “Bella ciao”, come raccontano enfaticamente i giornali di regime. La testimonianza e la memoria sono importanti, però se ci si ferma lì non si rende davvero onore alle donne e agli uomini che sono morti, alle donne e agli uomini che hanno combattuto, alle donne e agli uomini che sono stati uccisi solo perché vivevano lì, come è successo in quelle colline dell’Appennino bolognese. La Resistenza si commemora facendo il proprio lavoro, rispettando le leggi, dedicando il proprio impegno alle altre persone. Per un politico commemorare la Resistenza significa prima di tutto rispettare la Costituzione, nata appunto dalla Resistenza, farla vivere, applicarla; renzi invece è il presidente del consiglio che vuole abolire il Senato, che ha scritto una legge elettorale che assegna al vincitore delle elezioni – e quindi a lui – un potere smisurato, che ha cancellato lo Statuto dei lavoratori.
Torno a Milano, dopo ventun’anni – sperando almeno che non piova – per dare la mia testimonianza, per ritrovarmi tra compagni, per sentirmi meno solo. Ventun’anni fa ero più ottimista, pensavo che ce l’avremmo comunque fatta – e per un momento ci illudemmo, nel ’96, di aver passato il momento più buio. Adesso non lo sono più, anche perché abbiamo capito che il nemico contro cui combattiamo non è Berlusconi o renzi o quello che di volta in volta mettono lì ad eseguire gli ordini, ma un potere senza volto, la cui ideologia è diventata invasiva e ormai dominante. Ma anche se ormai siamo sconfitti – almeno noi che abbiamo fatto tanti e tali errori che ci hanno fatto arrivare a questo punto – credo che sia giusto celebrare la Festa della Liberazione – a Milano o dove volete e potete farlo – almeno per ringraziare chi ci ha dato questa opportunità, chi si è battuto a costo della vita, chi ci ha creduto. E per tenere viva un’idea, fino a quando arriverà una generazione nuova, che riprenderà la lotta.
Grazie a voi uomini liberi.
ORA E SEMPRE RESISTENZA!